17 Luglio 2018 / 21:21
A prova di calamità

 
Sicurezza

A prova di calamità

di Gaia Sabino, Ilaria Marchetti - 1 Febbraio 2010
Un nuovo rapporto fa il punto sulle soluzioni adottate dal settore bancario per rispondere a disastri ed eventi critici di portata eccezionale. Un tema su cui, dal 2005, le banche hanno investito 350 milioni
Terremoti, black out, incidenti, alluvioni: in caso di disastro, cosa succede all’operatività delle banche italiane e ai dati su operazioni, pagamenti e conti correnti custoditi presso di loro?
A tre anni dall’entrata in vigore delle prime istruzioni di vigilanza di Banca d’Italia in tema di continuità operativa e disaster recovery, e a dieci mesi dal terremoto in Abruzzo che ha messo alla prova sistemi e procedure degli istituti presenti sul territorio, la continuità operativa è una componente ormai consolidata nella vita delle banche italiane.
Sul fronte della business continuity, infatti, il settore è andato anche oltre il dettato normativo, con l’obiettivo di raggiungere standard sempre più elevati di continuità e, dunque, di qualità del servizio. Il Piano di Continuità è infatti oggi un presidio strutturato a supporto della risposta in caso di crisi che permea quasi la metà delle strutture aziendali: il 42% delle unità organizzative è citato nel Piano, mentre le risorse critiche attivamente coinvolte dalle soluzioni di continuità sono mediamente 272, pari al 3% del totale dei dipendenti.
È quanto emerge dall’analisi condotta da ABI Lab, il Centro di Ricerca e Innovazione per la banca promosso dall’ABI, sulle soluzioni adottate dalle banche per rispondere in modo adeguato ai disastri e agli eventi critici di portata eccezionale. Alla rilevazione hanno preso parte 271 banche, che rappresentano l’87% del sistema in termini di personale e oltre l’83% in termini di sportelli, e i cinque principali outsourcer interbancari, che gestiscono i sistemi informativi di 471 banche per un totale di 8900 sportelli. Dall’analisi degli scenari di impatto all’identificazione dei processi critici, fino alla definizione delle procedure che, in caso di disastro, assicureranno la continuità operativa dei processi critici della banca, ecco i principali risultati dello studio di ABI Lab sulla business continuity.

Quali i costi?

Sul fronte dei costi, ogni anno ciascun istituto spende in media più di 1,3 milioni di euro per implementazione, manutenzione e test del Piano di Continuità. Per gestire al meglio le spese, quasi due terzi delle banche hanno un budget dedicato al programma di business continuity, che nel 54% dei casi ha un orizzonte annuale mentre nel 19% ha un orizzonte più lungo. A questi costi ricorrenti, si aggiungono i rilevanti investimenti sostenuti nella fase di impianto della continuità operativa: tra il 2005 e il 2007 il sistema bancario ha infatti investito - per i soli interventi tecnologici - 350 milioni di euro.

Le soluzioni adottate

La continuità operativa prende in considerazione diversi scenari di crisi: dall’indisponibilità degli edifici, a quella dei sistemi informativi e delle risorse considerate “critiche”. Ma è soprattutto sul fronte organizzativo che le banche hanno concentrato i propri sforzi mettendo a punto soluzioni e procedure per superare le fasi critiche. Per quanto riguarda l’eventualità che un disastro renda temporaneamente indisponibili gli edifici, ciascuna banca identifica in media 1,9 soluzioni in termini di posti di lavoro di back-up. Il 59% ha previsto tali postazioni presso edifici del gruppo diversi dalle filiali, nelle quali sono invece predisposte nel 51% dei casi; il 39% prevede inoltre la possibilità di utilizzare a tale scopo le sale destinate alla formazione. Il 15% delle postazioni di back-up previste presso terzi, infine, sono dedicate alla singola banca, mentre il 27% è condivisa tra più realtà.
Per garantire la continuità dell’operatività delle risorse critiche, le banche hanno predisposto una serie di soluzioni: dotazioni tecnologiche specifiche (per esempio palmari, portatili, ecc.) che ne facilitino la raggiungibilità (82%); risorse di back-up con competenze analoghe (20%); accorgimenti nel piano ferie (20%) e nella pianificazione delle trasferte (1%). Tra le altre soluzioni adottate, da segnalare anche gli accordi di mutua assistenza con altre banche in caso di indisponibilità di risorse critiche operative e il ricorso alla mappatura delle competenze e alla rintracciabilità del personale specializzato.

Simulazioni e test

L’aggiornamento delle informazioni contenute nel Piano di Continuità, l’allineamento delle soluzioni identificate col contesto aziendale e la pianificazione e realizzazione dei test, come momenti fondamentali per verificare le misure previste, sono essenziali per garantire l’efficacia delle procedure di continuità.
Per quanto riguarda aggiornamenti e verifiche del Piano, nella maggior parte dei casi si tratta di un processo formalizzato: il 90% delle banche, infatti, ha definito procedure strutturate e documentate con questo obiettivo. Attraverso la business impact analysis, inoltre, viene determinato l’impatto sul business dell’indisponibilità delle risorse aziendali per individuare misure di contenimento commisurate alle reali necessità di business. Questa analisi viene effettuata ogni anno da un quarto delle banche e ogni tre anni dal 21%; inoltre molte banche ripetono l’analisi in risposta a cambiamenti rilevanti sia aziendali (40% delle banche) che di processo (41%).
Infine, il 79% delle banche prevede un piano annuale diverifica e test delle misure inserite nel Piano di Continuità. In particolare, nel 2008 ciascun gruppo ha condotto in media 5,2 sessioni di test per un totale di quasi 1600 dipendenti. Tre quarti delle banche, inoltre, ha previsto anche delle simulazioni, ossia la modalità di test più completa ma anche più onerosa, a riprova del fatto che il tema della continuità operativa è particolarmente sentito dal settore bancario. I test effettuati hanno ricompreso tutte le fasi del processo di gestione della crisi nel 15% dei casi. Tra le fasi oggetto dei test troviamo: la gestione dei processi di business in continuità (55%), il ritorno alla normale operatività (39%) e i processi di gestione e coordinamento della crisi (36%).

Terremoto e pandemia

Tra le principali cause che nel 2009 hanno portato all’attivazione di soluzioni di continuità e procedure di crisis management troviamo il terremoto in Abruzzo (indicato dal 66% delle banche), ma anche eventi di minore entità come incendi, allagamenti, black-out elettrici (53%), problemi di natura informatica (47%), episodi di pubblica sicurezza come allarmi bomba e attacchi terroristici (2%) e traslochi (2%).
Nel corso del 2009 le funzioni di business continuity hanno coordinato sia le risposte delle banche presenti sul territorio al terremoto de L’Aquila, sia le misure di contenimento legate alla pandemia di influenza da virus A. In occasione del sisma verificatosi in Abruzzo nella notte tra il 5 e il 6 aprile 2009, le banche italiane hanno dato il loro contributo per favorire la gestione della crisi e supportare la popolazione, approntando in modo rapido ed efficiente tutte le misure necessarie a garantire la continuità operativa delle filiali presenti sui territori colpiti dal disastro. Tra le 5.45 e le 10.30 del 6 aprile i comitati di crisi delle 15 banche interessate dal sisma si sono riuniti o sono stati contattati per affrontare i problemi più urgenti legati alla riconciliazione del personale e alla valutazione degli impatti sulle filiali. Entro le 12 sono state individuate delle filiali specchio che potessero sostituire quelle danneggiate dalla scossa, garantendo ai cittadini i servizi più urgenti come il blocco delle carte smarrite e i versamenti del denaro custodito nelle case inagibili per il terremoto. Due giorni dopo, sono state potenziate le filiali lungo la costa in concomitanza con l’arrivo degli sfollati negli alberghi della zona, mentre nei giorni immediatamente successivi nell’area del sisma sono state approntate 24 filiali mobili in camper e container.
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