18 Gennaio 2019 / 23:51
All’Atm dei bitcoin

 
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All’Atm dei bitcoin

di Massimo Cerofolini - 14 Dicembre 2018
Intervista a Federico Pecoraro, tra i fondatori di Chainblock, pioniere in Italia degli Atm per la compravendita delle principali valute nate sul web. Con macchine installate a Milano, Torino, Firenze e Roma
Cinque anni fa, quando inaugurarono il primo Atm per monete digitali, con tanto di presentazione alla Camera dei Deputati, il bitcoin valeva un centinaio di euro. Oggi quel distributore, all’interno dei locali romani di Luiss Enlabs, non esiste più e la società ha anche cambiato nome. Ma in compenso, nel frattempo, la più celebre delle criptovalute che registra valori attorno a 3 mila euro (dopo aver superato quota 20 mila), loro hanno installato dieci nuove macchine in giro per il Paese e l’ultima l’hanno riaperta proprio nella Capitale qualche giorno fa. Con un bilancio complessivo di 7 mila clienti raggiunti e uno smercio di denaro virtuale di milioni di euro. Al Salone dei Pagamenti, la squadra di Chainblock, i pionieri degli Atm per la compravendita delle principali valute nate sul web, ha presentato i suoi prodotti e la sua visione riguardo a pagamenti e investimenti virtuali. Abbiamo sentito uno dei fondatori, Federico Pecoraro, 34 anni, di Bordighera.

Cosa fa Chainblock?

Siamo stati i primi in Italia a lavorare nel settore degli Atm per criptovalute. Abbiamo installato macchine per Bitcoin, Ethereum e Litecoin nell’acceleratore torinese di Rinascimenti Sociali, nel centro commerciale di Verona La Grande Mela, due nei campus milanesi di Talent Garden e poi ad Alba, Verona e Cagliari. Infine, con grande soddisfazione, a inizio novembre siamo tornati nella città da dove eravamo partiti: Roma, nel coworking Opengra di via Ostiense, questa volta.

Come funzionano questi Atm?

In modo molto semplice: il terminale è pensato proprio per chi non è in grado su Internet di compiere operazioni con i bitcoin e necessita di aiuto. E dunque, basta andare in uno dei nostri punti e leggere le istruzioni sullo schermo. Tutto molto intuitivo. La prima volta bisogna portare un documento d’identità da scansionare e fornire il numero di telefono: viene scattata una foto del volto e tempo mezz’ora si viene registrati, una volta e per sempre. Da quel momento in poi si può accedere alle operazioni come in un comune Atm.

Che tipo di operazioni?

Si possono comprare bitcoin o altre valute digitali inserendo banconote nella fessura. Fino a un valore di tremila euro al giorno. L’acquisto è istantaneo: sul display appare la conferma dell’operazione e la transazione è fatta. Senza tempi d’attesa come avviene online. Oppure si possono vendere i bitcoin e farsi accreditare l’equivalente in euro sul proprio conto. La tecnologia permetterebbe anche di ritirare gli euro in contanti, come si fa nei comuni Atm, ma per ragioni normative al momento la funzione è disattivata. Volendo però si può pagare in criptovalute un negoziante che fa parte del nostro circuito e questo si ritrova l’equivalente in euro sul suo conto. Inoltre i nostri terminali generano wallet su carta plastificata con tecnologia Nfc, soluzione perfetta per conservare le proprie criptovalute e per spendere bitcoin.

Voi dite che permettete a tutti di diventare “banche di se stessi”. In che senso?

Nel senso che noi non deteniamo i bitcoin e le chiavi private di accesso. Soltanto i clienti hanno i codici per operare. Questo per una questione di trasparenza e di sicurezza. Nello stesso tempo riconosciamo agli utenti una serie di percentuali su ogni tipo di coinvolgimento che loro riescono a produrre verso la piattaforma. Il nostro interesse è prima di tutto diffondere la conoscenza della blockchain.

I vostri due modelli di Atm, uno più piccolo e l’altro più grande, hanno un design un po’ retrò. Come le vecchie macchinette per comprare i biglietti degli autobus di qualche anno fa. Sembra quasi che vogliate sottolineare il contatto tra il futuro e il passato.

Proprio così. Le nostre macchine sono pensate apposta per favorire in modo rassicurante il passaggio dalle forme di pagamento tradizionali a quelle virtuali. Il terminale è un oggetto conosciuto, a cui siamo abituati e tramite cui si può entrare in graduale confidenza con le potenzialità del futuro. Spesso le persone pensano alle criptovalute come a qualcosa di astratto, di impalpabile e volatile. Vederle collegate a una macchina, con la presenza fisica di banconote fatte di atomi anziché di bit, tutto questo aiuta le persone a capire la tecnologia della blockchain su cui poggiano le nostre criptovalute.

Pensa che le funzioni di queste vostre macchine saranno prima o poi integrate negli Atm tradizionali?

Questo è già accaduto. Non solo in Paesi come il Venezuela che hanno adottato i bitcoin per rispondere a crisi finanziarie. Ma anche in realtà aperte all’innovazione più spinta, come diverse nazioni asiatiche. Negli Stati Uniti poi, è notizia recente, 100 mila unità Atm sono state abilitate all’acquisto di criptovaluta.

In che modo a suo avviso le banche devono guardare a queste tecnologie?

Bisogna puntare sulla sperimentare. Le banche tradizionali possono testare molte soluzioni legate alle criptovalute e capire i vantaggi che offrono. Una cosa è certa: il futuro va in quella direzione.
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