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"Innovazione moderata". L'Europa manda l'Italia in serie C. Ma le banche ...

"Innovazione moderata". L'Europa manda l'Italia in serie C. Ma le banche ...

Secondo l'ultimo Innovation Union Scoreboard cresce il gap rispetto ai Paesi "Innovation leaders". E gli investimenti delle imprese in ICT calano dell'1,8%. Da Assinform la ricetta per invertire la tendenza
Mattia Schieppati
L'Italia? È un Paese a "innovazione moderata". Né la serie A dei Paesi "Innovation leaders", né la serie B degli "Innovation followers", ma un terzo gradino del podio (in cui stanno anche Spagna, Portogallo, Repubblica Ceca, Grecia, Slovacchia, Ungheria, Malta e Lituania) che segna in modo significativo il gap che separa l'Italia dai Paesi più avanzati nel campo dell'innovazione. La classificazione, che ci pone al di sotto della media dell'Europa a 27, è stata stilata dalla Direzione generale per le imprese e l'industria della Commissione Europea, che ha appena pubblicato l'Innovation Union Scoreboard 2013, il report che ogni anno misura che misura la capacità innovativa dei singoli Paesi europei e l’efficacia delle iniziative prese per raggiungere gli obiettivi di innovazione e competitività previsti dall'agenda “Europa 2020″ (per il download del rapporto completo clicca qui).
Il range di indicatori è molto ampio - si va dalle risorse investite in ricerca al numero di brevetti depositati, dagli scienziati e ricercatori occupati alle pubblicazioni scientifiche prodotte, ma anche alla capacità di dar vita a collaborazioni tra imprese innovative - e scatta una fotografia oggettiva dello stato di salute, non eccelsa, dell'Italia sul fronte della capacità di stimolare, produrre e "tutelare" la produzione di innovazione. A pesare in modo negativo sulla classificazione sono principalmente due fattori:
  • il ritardo negli investimenti per la modernizzazione della PA e del settore industriale, in particolare quello che richiederebbe un alto contenuto di tecnologia applicata;
  • una percentuale di Pil investito in ricerca giudicato ancora gravemente insufficiente (l'Italia è ferma all’1,3%, a fronte di una media europea del 2% e al 3% investito invece dai Paesi leader, Svezia e Germania su tutti).
E mentre un punto di forza del Paese è la "disponibilità di capitale umano e innovatori", questa versione aggiornata della genialità italiana viene frenata dalla lentezza e poca lungimiranza con cui il sistema imprenditoriale la sa valorizzare. Crescono i dottori di ricerca (+7,5%) e la percentuale di studenti extra Ue che sceglie il Paese come meta di dottorato (+16%) anche se la popolazione italiana con un livello di “educazione terziaria” resta attorno al 12% contro una media Ue superiore di almeno 10 punti. I dati confermano la percezione di un Paese che ha in sé grandi potenzialità, ma che non è poi in grado di sfruttarle in modo corretto e di innescare un circolo virtuoso di innovazione e sviluppo. Per esempio, cresce il numero di pubblicazioni scientifiche internazionali (+5,2%), ma complessivamente decresce il "patrimonio intellettuale", cioè il deposito di marchi Ue e brevetti made in Italy. Cresce del 13% il numero delle imprese italiane che hanno l'intuizione (e il coraggio) di debuttare in mercati per loro del tutto nuovi, ma di contro il report registra un calo degli investimenti da venture capital (-8,2%), ovvero quella che dovrebbe essere la benzina dell'innovazione imprenditoriale, e una riduzione complessiva di circa il 15% degli investimenti in in innovazione da parte delle imprese.
Un calo registrato e confermato anche dall'ultimo Rapporto presentato a metà marzo da Assinform - l'Associazione delle imprese italiane del comparto information technology - che mettendo in relazione l'andamento dell'economia globale con gli investimenti delle imprese in ICT fa segnare un preoccupante segno meno allo stato di aggiornamento tecnologico delle imprese italiane (per una sintesi del Rapporto clicca qui). Come sintetizzato nella presentazione del Rapporto, "i dati emersi dall'indagine confermano che, a fronte di un'economia reale che a livello mondiale è cresciuta nel 2012 del 3,2% rispetto all'anno precedente, l'economia digitale, definita come Global Digital Market (Gdm), ha marciato alla velocità di +5,2%, giungendo a coprire quasi il 6% del PIL mondiale. In Europa il tasso medio di crescita del Gdm si è attestato a +0,6%, ma il peso dell'economia digitale è giunto al 6,8% del Pil europeo. Nello stesso periodo, in Italia l'economia reale è calata del 2,4%, mentre il Gdm, che rappresenta il 4,9% del Pil nazionale con un valore di 68.141 milioni di euro, ha registrato una dinamica del -1,8%". Un arretramento che potrebbe essere solo il primo passo. «In assenza di interventi specifici tesi a cambiare questi trend» ha commentato infatti Paolo Angelucci, presidente di Assinform, «le stime per il 2013 non possono non essere segnate da un profondo pessimismo: ci attendiamo, infatti, un'ulteriore discesa del Global Digital Market del -3,6%, con l'IT tradizionale in caduta libera a -5,8%, fatto che avrà pesanti ricadute soprattutto sull'occupazione essendo un settore labour intensive che attualmente impiega circa 400 mila addetti. Se, al contrario, si darà avvio a un vero cambiamento del quadro di riferimento, introducendo elementi di correzione degli assetti attuali , fra i quali una forte accelerazione per il raggiungimento degli obiettivi dell'Agenda Digitale, portando il suo braccio operativo, l'Agenzia per l'Italia Digitale sotto la massima responsabilità politica, ovvero Palazzo Chigi; rendere il credito di imposta per la ricerca e l'innovazione una misura strutturale; dare una rapida ed equa soluzione al grave problema dei debiti della PA verso le imprese, aprire linee di finanziamento alle aziende che investono in innovazione, allora si potrà iniziare a vedere una luce in fondo al tunnel della crisi e l'inizio di un'inversione di tendenza».
A fronte di questa situazione complessiva poco illuminante, l'industry bancaria mostra invece dati in controtendenza e numeri che indicano un investimento costante in innovazione anche nel triennio più aspro della crisi economica. A confermare questa lungimiranza è il Rapporto 2013 presentato da ABI Lab in occasione dell'ultimo Forum (vai allo Speciale che Bancaforte ha dedicato al Forum e alla videointervista a Silvia Attanasio che sintetizza i principali risultati della ricerca): complessivamente, nel 2012, le banche italiane hanno investito in ICT circa 4,3 miliardi di euro, una cifra in linea con la spesa in tecnologia effettuata nel 2011, e ci sono addirittura previsioni di crescita per il 2013: dall’indagine emerge una sostanziale stabilità sui budget di spesa ICT per l'anno in corso per oltre un terzo delle banche, che non prevede variazioni rispetto al 2012, mentre il 32% degli istituti intervistati prevede addirittura di aumentare gli investimenti in tecnologia. Su cosa investono le banche? Il 43% dei progetti d’investimento ritenuti prioritari dalle banche italiane riguarda i processi interni e i canali di accesso ai servizi, con una particolare attenzione al potenziamento dell'integrazione dei servizi di mobile e internet banking, ma anche tramite la realizzazione di nuove piattaforme e di sportelli automatici sempre più evoluti. Sul fronte della maggiore efficienza dei processi interni, invece, gli investimenti sono finalizzati soprattutto a dematerializzare e a rendere più snelli ed efficienti processi e back office.
4 Aprile 2013

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