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Apple Flop. Lo smartwatch ha le ore contate?

Apple Flop. Lo smartwatch ha le ore contate?

A tre mesi dal lancio, deludenti le vendite dell'orologio di Cupertino, che non ripete il boom di iphone e ipad. Una sorpresa negativa che apre molti interrogativi su tutto il settore dei wearable device. Ecco secondo gli esperti i 5 limiti da superare ...
Mattia Schieppati
A colpire maggiorente gli analisti (nonché le volpi di Wall Street) è la sproporzione tra quelle che erano le attese e i mirabolanti annunci sparsi a piene mani in fase di lancio, e i numeri effettivi (anche se non ufficiali, perché dall’azienda non arrivano conferme né commenti in proposito) di vendita del prodotto che avrebbe dovuto rivoluzionare – di nuovo – la fruibilità della digital era: l’Apple Watch, modello trainante per tutti gli smartwatch attualmente sul mercato (sono presenti in questo segmento anche LG, Motorola, Sony, Asus e Huawei). E invece, la progressione – anzi, regressione – delle vendite apre nuovi scenari di riflessione.
Secondo quanto riportato in uno specifico report realizzato da Slice Intelligence per il sito specializzato Market Watch, infatti, se nella prima settimana di lancio (avvenuto il 10 aprile per il mercato Usa) il device da polso della casa di Cupertino viaggiava a una media di 200 mila pezzi venduti al giorno, questa galoppata è andata rapidamente riducendosi: 20 mila al giorno nelle settimane seguenti, fino a scendere sotto quota 7-10 mila unità alla fine di giugno. Decisamente sotto le attese e le previsioni, se si pensa che la prospettiva ipotizzata dagli analisti finanziari era di 7,5 milioni di pezzi venduti entro la fine del 2015.
Come dicevamo, bocche cucite da Apple, azienda da lungo tempo probabilmente non abituata a gestire situazioni che vedono un proprio prodotto non diventare immediatamente un “must have” per le folle di tutto il mondo, senza contare che il watch è, a tutti gli effetti, il primo vero prodotto dell’era Tim Cook (tutto quel che ha preceduto era comunque, in qualche modo, eredità del mitico fondatore Steve Jobs).

Il mercato dei weareable

I Google Glass per la realtà aumentata
Così, nel silenzio del produttore, imperversano analisi e commenti. Ragionamenti che si ampliano e vanno ad analizzare in maniera critica tutto il segmento dei weareable, ovvero quei device indossabili che parevano destinati a fare la parte dei protagonisti di mercato per il 2015.
Oltre agli smartwatch, entrano in questa categoria i diversi modelli di occhiali hi-tech (Google Glass in primis), i visori per la realtà aumentata e il 3D, i braccialetti di vario tipo che tengono monitorati i parametri corporei. Gli analisti di Gartner, a inizio 2015, prevedevano che entro il 2020 il mercato di questo tipo di device avrebbe toccato la cifra considerevole di 1,2 miliardi di pezzi venduti: cifre che, alla luce degli ultimi mesi di vendita reale, probabilmente vanno considerevolmente riviste.
Zip è il rilevatore della Fitbit che misura le distanze percorse e le calorie bruciate
A dare i numeri attuali è infatti l’ultimo Worldwide Quarterly Smart Connected Device Tracker, studio realizzato da IDC, secondo il quale questo mercato male non va, ma prima di arrivare a certi orizzonti c’è ancora molta strada da fare. Nel primo trimestre 2015 sono infatti stati venduti a livello mondiale 11,4 milioni di dispositivi, con un +200% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (3,8 milioni: si trattava di un mercato ancora nascente). Leader di mercato si conferma FitBit (34,2% del mercato), azienda che produce una vasta gamma di weareable device per il fitness, seguita dalla cinese Xiaomi (24,6%), quindi Garmin (6,1%) e Samsung (5,3%).
Si tratta di un mass market fatto di piccoli device dal costo estremamente contenuto, una cosa diversa rispetto alla competizione che si svolge ai “piani alti”, nel segmento per esempio dei visori 3D o, appunto, degli smartwatch. Anche qui, serve qualche distinguo. Le previsioni degli analisti sono infatti rosee per quanto riguarda il primo tipo di device: i visori 3D sono legati, e trascinati verso l’alto, dall’esplosivo mercato dei videogame e quindi hanno un pubblico di riferimento netto (si prevede infatti che le vendite arriveranno a 12 milioni di pezzi all’anno entro il 2017). Per gli orologi digitali invece la strada è in salita, tanto che nei blog specializzati la domanda ricorrente è: What’s wrong with wearables? Che cosa c’è che non va nei dispositivi indossabili, in primis proprio e soprattutto negli smartwatch?

Smartwacth, le 5 barriere

Sintetizzando le diverse opinioni, sono 5 i limiti che non consentono a questi oggetti tanto attesi di fare il balzo in avanti.

1. Sono e restano un accessorio

Apple Watch e compagni non sono dispositivi stand alone, indipendenti, capaci di svolgere la propria funzione da sé. Devono sempre essere “appoggiati” a uno smartphone. La loro unica funzione resta quella di rendere accessibile dal polso, anziché dalla tasca, i contenuti che però continuano a viaggiare su smartphone. Dov’è quindi la comodità di avere tutta questa tecnologia al polso, se devo sempre e comunque portarmi anche in tasca il telefono?

2. Sono costosi

Un elemento collegato al punto 1. Appurato che lo smartwatch resta un device accessorio, ha senso investire almeno 350 euro (il costo dell’entry model di Apple) per avere questo oggetto, sapendo che ne ho già spesi 600 e passa per avere l’iPhone necessario a farlo funzionare? La soglia di costo è decisamente alta e fuori dalla portata di molti, anche dei più invasati appassionati di tecnologia.

3. Manca la killer app

Non c'è un'applicazione che renda questi devices davvero indispensabili o quanto meno estremamente desiderabili. Che cosa fa in più o di imperdibile l’orologio digitale? Nulla che non venga già fatto e meglio, dallo smartphone. Dà un’anticipazione di sms, e instant messaging, delle notifiche social…. Ma non è di questo che ha bisogno chi se lo mette al polso. La svolta potrà esserci, secondo gli analisti, quando davvero verranno messe a punto tecnologie indossabili capaci di fare davvero la differenza nell’ambito del monitoraggio dei parametri fisici. Quando cioè l’oggetto che ho al polso, oltre a misurare le pulsazioni e il consumo di calorie (per questo, bastano i braccialetti da poche decine di euro che, infatti, costituiscono il grosso del mercato), sarà uno strumento che consentirà davvero di avere sempre sott’occhio uno screening medico della situazione fisica: diabete, valori del sangue, livelli di affaticamento del fisico, e via via funzioni sempre più mirate e scientificamente affidabili. Quando insomma l’orologio non sarà più solo uno strumento di divertimento, intrattenimento o di business, ma sarà parte di quel sistema integrato di healtcare che costituisce uno dei più grandi campi di sviluppo del futuro.

4. Non sono belli

Qui il giudizio è unanime. Sono cool, certo, sono “avanti”, ma gli smartwatch finora in circolazione, quello di Apple compreso, non sono esteticamente convincenti. Sembra una banalità, ma il fatto di non essere riusciti ad affermarsi né come oggetti fashion né tantomeno come accessori eleganti, capaci di competere con il mondo dell’orologeria di lusso, è ora un problema.

5. I giovani non usano gli orologi

L’ultimo limite riguarda un fatto generazionale e culturale: tocca più il campo della sociologia che quello della tecnologia. La generazione dei ventenni, quella che potenzialmente dovrebbe essere più attratta da questo tipo di device, è anche quella cresciuta senza l’abitudine di avere un orologio al polso. L’ora e tutto il resto, per questa generazione, la si guarda sul telefonino. Il gesto di “cercare informazioni” al polso, o anche solo portare qualcosa al polso, non rientra più nelle abitudini. Riabituare i ragazzi ad alzare il polsino della camicia e guardare l’orologio, per quanto smart possa essere, non è una mission alla portata di nessun ufficio marketing.
20 Luglio 2015

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