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Tecnologie
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Brevetti e copyright frenano l'innovazione?

Brevetti e copyright frenano l'innovazione?

Mentre in tutte le legislazioni infuria il dibattito sul diritto d'autore, l'Economist lancia una cover story shock che mette in discussione il sistema delle tutele. Soprattutto nel mondo della tecnologia. Il titolo dell’inchiesta è molto esplicito: “Set innovation free!”. La discussione è aperta ...
Mattia Schieppati
«Lasciate libera l'innovazione». Una provocazione-appello che non arriva da una sconosciuta gang di hacker antisistema, ma nientemeno che dalle colonne dell'Economist, il settimanale britannico che guida e accompagna molta parte del pensiero politico-economico-intellettuale del Vecchio Continente. Che, mentre in sede di Commissione europea (e presso più o meno tutti i governi nazionali europei) lo scontro sul tema del diritto d'autore e delle sue tutele rispetto al "mondo nuovo" di Internet e delle sue logiche è ormai entrato nella sua fase rovente, lancia un sasso nello stagno. E portando dati e opinioni come al solito ineccepibili cambia completamente la prospettiva di approccio al tema. Ovvero, non come tutelare chi spende energie, intelligenza e capitali per produrre nuove idee e invenzioni, ma se è il caso di farlo davvero. In parole povere, se la vecchia logica di tutelare il primo che porta un'innovazione, su cui si basa l'avanzamento dell'economia industriale degli ultimi due secoli e mezzo, abbia ancora senso oggi in un mondo dove l'innovazione non è più frutto di un solo geniale inventore, ma nasce da una combinazione spesso imprevedibile di fattori, salti logici, sviluppi magari deviati o casuali di precedenti idee. E il tutto avviene a una velocità incredibile, che non può essere imbrigliata nelle procedure burocratiche di un ufficio brevetti.
I brevetti nel mondo
«Le idee sono la benzina dell'economia. L'attuale sistema di brevetti e copyright è una via ormai superata per tutelarle». Un balzo ideologico non da poco, quello che il settimanale mette sul piatto della discussione. Il sistema dei brevetti, così come si è sviluppato nel corso del '900 in più o meno tutti i Paesi del mondo, aveva lo scopo premiare chi con un'idea riusciva a portare innovazione, tutelandone i diritti come riconoscimento agli sforzi e agli investimenti fatti, ma soprattutto di spingere l'industria a non sedersi ma a continuare a investire in ricerca per produrre sempre più innovazione. Ma oggi, soprattutto nell'industry tecnologica, l'innovazione procede secondo una logica di sharing, di condivisione di informazioni e tecnologie, e quando più libera e aperta è questa condivisione tanto più l'innovazione procede spedita. Per esempio: come riporta l'Economist nella sua inchiesta, solo lo scorso anno le aziende "newcomers" (start-up eccetera) che si sono lanciate nel mondo della tecnologia hanno dovuto sborsare complessivamente circa 200 milioni di dollari per acquisire le licenze di utilizzo di semiconduttori, ovvero la tecnologia minima (il "chip") su cui si basa ogni nuovo device. Risorse spese per acquistare una tecnologia che ormai dovrebbe essere aperta e disponibile a tutti, e che non è stato così possibile impiegare nella ricerca per fare un ulteriore balzo in avanti. Un tema che diventa ancora più delicato e complesso se si guarda al mondo della ricerca farmacologica: il sistema sanitario americano potrebbe risparmiare ogni anno i tre-quarti dei 210 miliardi di dollari che spende in prescrizione di farmaci tutti ovviamente coperti da brevetto.
Usa, i settori con più brevetti
Uno studio dell' America’s National Academy of Sciences del 2004 dimostra che le nazioni dove le regole della tutela dei brevetti sono meno rigide producono più innovazione rispetto ai Paesi con ferree protezioni. Studi, analisi e posizioni riprese e codificate in uno studio del 2012 realizzato da due economisti, l'italiano Michele Boldrin e l'americano David Levine per la Federal Reserve Bank of St Louis, “The Case Against Patents”, che dimostra anche in questo caso con ricchezza di dati che regole stringenti sui brevetti non promuovo l'innovazione, né fanno crescere produttività e ricchezza di una nazione. La tesi, fatta propria dall'Economist e rilanciata con questa inchiesta, è che in economie ormai mature e sviluppate la proprietà intellettuale, ovvero l'idea originaria, è solo una parte, quasi mai prioritaria, di un complesso insieme di elementi che costituiscono l'innovazione, «sono una piccola rotella dell'ingranaggio necessario per realizzare un prodotto che sia davvero innovativo, e per creare un reale mercato intorno a quel prodotto», scrive il settimanale.
Un tema caldo soprattutto se si guarda a un'industria ancora in fase di sviluppo come quella del software e della tecnologia digitale. Tra il 40 e addirittura il 90% dei brevetti registrati in questo campo (a seconda delle nazioni) non vengono mai utilizzati né portati a sviluppo dagli stessi proprietari. Le grandi aziende del tech, dice l'Economist, hanno l'abitudine di brevettare qualsiasi minima idea, anche quelle delle quali non hanno nemmeno ben chiaro il potenziale sviluppo commerciale, per produrre una sorta di effetto deterrente verso i competitors. Ma, in questo modo, anziché incentivare il progresso lo si frena, congelando tanti possibili (e utili) sviluppi apportati magari da altri.
E allora? Come conciliare questo con la sacrosanta obiezione che bisogna in qualche modo ricompensare chi, singolo o azienda, investe ingenti somme in ricerca e sviluppo per fare un passettino avanti sulla strada del progresso? Al dibattito lanciato, l'Economist non porta soluzioni definitive, anzi lascia campo aperto alla discussione rifugiandosi dietro a considerazioni salomoniche: bisognerebbe ragionare per esempio sulla durata di validità della protezione del diritto di brevetto, con brevetti di durata maggiore per i settori ad alto investimento in innovazione (per esempio, il farmaceutico e il biomedicale) e tempi più ridotti, con regole meno stringenti, per settori dove l'innovazione fa il paio con la rapidità di mutamenti (l'industria dell'hi-tech su tutte). Oppure, studiare formule di «finanziamento dell'innovazione» che superino la necessità (anche etica) di riconoscere a chi ha un'idea il valore anche commerciale della sua traduzione in prodotto. «Se i sostenitori dell'importanza dei brevetti credono davvero nell'innovazione, dovrebbero cominciare a riflettere e a proporre qualche innovazione nel loro stesso campo», conclude l'Economist. Buona discussione.
9 Settembre 2015

 

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