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Così l'artigiano diventa start-up

Così l'artigiano diventa start-up

Al via la seconda edizione di Botteghe Digitali, il percorso di coaching promosso da Banca Ifis per portare il valore dell’industria 4.0 alle piccole imprese del territorio. Abbiamo chiesto a Stefano Micelli dell'Università Ca' Foscari a che punto siamo con start-up, incubatori, alfabetizzazione digitale ...
Mattia Schieppati
Producono biscotti, camicie su misura, gioielli in osso o skateboard personalizzati usando i ricercatissimi legni del pioppo di paulownia. Sono insomma dieci espressioni di quel ricchissimo tessuto economico italiano fatto di imprese piccole o piccolissime, legate a produzioni artigianali di nicchia. Un mondo che, a prima vista, appare lontano anni luce dai geniali hipster tecnologici della Silicon Valley e dalle loro mirabolanti avventure fatte di start-up digitali.
Stefano Micelli della Ca’ Foscari di Venezia
Eppure, anzi, proprio per questo, Banca Ifis Impresa ha deciso di scommettere su questo mondo rilanciando, per il secondo anno, il progetto Botteghe Digitali, che si propone di «accompagnare l’economia reale a conoscere e sfruttare le potenzialità e le risorse del digitale per crescere sui mercati», spiega Stefano Micelli, associato di Economia e Gestione delle Imprese presso l’Università Ca’ Foscari (oltre che autore del volume Futuro Artigiano), che ha affiancato e accompagnato il management della banca in questo progetto che si presenta come un format innovativo e interessante.
In pratica, il meccanismo architettato da Banca Ifis applica in un certo senso le logiche da “incubatore tecnologico” a una decina di imprese artigiane d’ambiti tradizionali, selezionate dopo uno scouting tra oltre 300 candidature. Imprese che, affiancate da uno staff di coach e specialist che offrono supporto sotto diversi aspetti – finance, amministrazione, ma ovviamente anche design e tecnologie applicate ai processi, alla comunicazione, alla distribuzione – si cimenteranno in un vero e proprio «esperimento di manifattura 4.0, dove la digitalizzazione è un elemento abilitante fondamentale oggi dei processi», spiega Micelli.

In un periodo in cui non si parla d’altro che di start-up e di Fintech, ecco che Banca Ifis crea un ibrido curioso: accompagna imprese decisamente tradizionali in un percorso innervato da una mentalità e una visione prettamente digitale. Perché questa scelta?

Più che una scelta, direi che è quasi un obbligo per una banca che cerca di fare davvero la banca, sostenendo lo sviluppo dell’economia reale. Se stiamo agli ultimi dati Eurostat, dobbiamo fare i conti col fatto che sul volume totale del fatturato dell’economia italiana, l’e-commerce incide solo per il 2%. Se guardiamo ai settori grazie ai quali il Made in Italy è celebre nel mondo, ovvero le varie categorie del lusso, moda, design, eccetera, questa percentuale sale al 4%. E va dato atto alle aziende del comparto moda di aver fatto da apripista in questo. Per il resto… per essere positivi e ottimisti, e lo siamo, diciamo che abbiamo ancora tanta strada da fare. Il progetto che dallo scorso anno Banca Ifis ha messo in campo, e sul quale sto collaborando, ha proprio l’obiettivo di mostrare come far crescere quelle percentuali a oggi ridicole sia una cosa possibile, e che è un percorso alla portata anche di imprese che non hanno a disposizione enormi investimenti nel digitale, o una reale alfabetizzazione digitale.

Quali sono i capisaldi del progetto?

L’obiettivo è trasferire l’utilizzo delle nuove tecnologie e delle possibilità che apre il digitale nell’economia reale, a sostegno del tessuto delle micro imprese e delle Pmi, nel tentativo di dare valore a quella quota di «saper fare» artigiano che tante nostre aziende oggi possiedono, ma devono saper incrociare con le nuove tecnologie. Banca Ifis ha voluto creare una dinamica virtuosa tra un modo di fare impresa che ha come carattere distintivo la dimensione ridotta e quindi l’eccellenza estrema nella nicchia, la manualità, il “su misura”, e un approccio al mercato che invece sia il più possibile aperto e globale. E per stare sui mercati oggi il saper fare deve utilizzare il web, il commercio elettronico, e anche le nuove tecnologie del digital manufacturing.

Uno sforzo non da poco, in un Paese dove l’alfabetizzazione digitale è ancora molto bassa…

Uno sforzo però necessario, anzi vitale. Negli ultimi mesi si è parlato molto di Industria 4.0, il piano lanciato dal Governo con l’obiettivo di favorire la crescita dell’automazione e delle tecnologie all’interno di grandi e grandissime imprese. Il nostro percorso ha l’obiettivo di un racconto alternativo, diverso, che evidenzi il potenziale dell’incontro tra queste tecnologie e realtà più piccole, a condizione che queste realtà vogliano crescere, proiettarsi su mercati internazionali, facendo leva anche in termini di redditività e di marginalità sull’utilizzo di questi nuovi strumenti che oggi sono assolutamente alla portata anche dei piccoli.

Banca Ifis ha dato l’innesco. Qual è stata la risposta e quali sono gli ambiti dove dovrete impegnarvi maggiormente?

Dopo l’edizione dello scorso anno, su cui abbiamo “testato” il format con 4 imprese, le candidature di quest’anno sono state 300. In molti casi candidature sorprendenti, che hanno testimoniato nel complesso un avanzamento significativo delle piccole realtà produttive italiane nel digitale, per esempio sul fronte della comunicazione: aziende con magari poche risorse da investire, ma in possesso di un’idea di comunicazione, di un linguaggio anche estetico rinnovato. Ciò su cui vediamo il problema maggiore è sul fronte della commercializzazione e della distribuzione, l’e-commerce insomma: in pochi hanno capito che le piattaforme digitali non sono un «di più», un qualcosa da aggiungere ai propri canali, ma devono essere all’interno dell’intero disegno strategico. Esiste una relazione chiara e diretta tra investimenti in tecnologia e redditività delle imprese, così come tra investimenti in tecnologia e internazionalizzazione. L’export, grazie al digitale e al commercio elettronico, diventa un obiettivo accessibile anche a imprese che non hanno la forza di strutturare una rete commerciale e una comunicazione a livello globale.

Cosa impara un piccolo imprenditore all’interno della Bottega Digitale?

Che il digitale non è una scocciatura o una moda, ma un’opportunità. E impara che il digitale dà a ogni impresa, ogni settore, la possibilità di costruirsi uno specifico percorso di innovazione tecnologica. La regola è che non ci sono soluzioni flat, buone per tutti e stabilite a priori. Del resto, la bravura che ha reso unici i prodotti italiani nel mondo sta proprio nella capacità, artigianale, della personalizzazione. Il digitale, se usato in questo modo, può mettere in moto davvero dei meccanismi nuovi di Made in Italy nel mondo.

I protagonisti di Botteghe Digitali 2017 e un tool per tutti gli artigiani

I dieci artigiani che saranno i protagonisti della nuova edizione di Botteghe Digitali, promossa da Banca Ifis: Angelo Inglese della sartoria G. Inglese (Ginosa), Antonello Druetta di Tappezzeria Druetta (Cuneo), Antonio Follador del Panificio Follador (Pordenone), Emanuele Lispi di Officina Lispi (Città della Pieve - Pg), Carlotta Gabbiani della vetreria Gabbiani (Venezia), Eugenio Celli di No - Made Boards (Teramo), Pier Giorgio Silvestrin di Lydda Wear (Padova), Susanna Chiappa di La Golosa Officina (Fano), Hiroshi Vitanza di Barber Mind (Milano), Maurizio Bresesti della Falegnameria Brema (Castonetto di Chiuro). Per il progetto è stato predisposto un sito dedicato (www.botteghedigitali.it) e un canale YouTube, oltre alla pagina Facebook e un profilo Instagram con aggiornamento continuo di informazioni, aggiornamenti, foto e video.
Il sito prevede un’area riservata a disposizione di tutte le Pmi che, previa registrazione, possono accedere e godere di un tool con 5 percorsi tutorial che accompagnano artigiani e imprenditori all’apprendimento di competenze digitali.
7 Aprile 2017

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