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Crescono le start-up, anche grazie alle banche

Crescono le start-up, anche grazie alle banche

La Relazione del Mise sulle Pmi innovative indica un ecosistema in fermento: +41% di nuove imprese. Anche se gli utili stentano a decollare, è una nuova generazione di imprese che, secondo il ministro Calenda, può lasciare il segno dal punto di vista economico e culturale. Le banche rappresentano la seconda fonte di finanziamento ...
Mattia Schieppati
È una sorta di «backstage» del tanto celebrato Industria 4.0, il piano del Governo promosso dal Ministero dello Sviluppo Economico e lanciato nel settembre 2016 per ridurre il gap tecnologico che penalizza il tessuto imprenditoriale italiano e arrivare a un sistema industriale smart, digitale, connesso (ne abbiamo parlato qui).
Così si potrebbe definire la ponderosa (un volume da 232 pagine) Relazione annuale al Parlamento sullo stato di attuazione e sull’impatto della policy a sostegno delle start-up e delle Pmi innovative, firmata dal ministro Carlo Calenda e destinata a porsi come il punto fermo intorno al quale imbastire qualsiasi discorso relativo allo stato di salute dell’innovazione imprenditoriale italiana. Una Relazione che, secondo Calenda, «conferma la crescita dell’ecosistema italiano, in termini ad esempio di numero di start-up registrate (+41% sull’anno precedente), forza lavoro coinvolta (+47,5%), valore medio della produzione (+33%) e risorse finanziarie raccolte (+128%, considerando il versante dell’accesso al credito mediante il Fondo di Garanzia per le Pmi)».
Ma non si ferma alla fotografia della situazione attuale, e guarda avanti, coerentemente al fatto che «nell’ultima Legge di Bilancio il Governo ha inteso rinnovare il proprio impegno per il rilancio della competitività di tutto il tessuto produttivo nazionale, accogliendo le raccomandazioni di policy contenute nel Piano Industria 4.0», sottolinea ancora il Ministro in un passaggio dell’introduzione, specificando: «Tra le misure introdotte, molte sono di particolare interesse per le start-up e le Pmi innovative:
  • il potenziamento degli incentivi per gli investimenti,
  • il rafforzamento del credito d’imposta per gli investimenti in ricerca e sviluppo,
  • l’istituzione della nuova tipologia di visto dedicata agli investitori,
  • la possibilità di cedere le perdite a società “sponsor” quotate anche se in possesso di una partecipazione minoritaria nel capitale,
  • l’iper-ammortamento per i beni strumentali che abilitano la trasformazione digitale della manifattura.
L’impegno finanziario profuso è senza precedenti».

Il primo aiuto? Meno burocrazia

Nella crescita del comparto, insomma, il Governo ci crede, e ci investe, non solo in risorse ma soprattutto cercando di rendere meno complicati e onerosi quei vincoli spesso di natura iperburocratica che spesso bastano per scoraggiare sul nascere qualsiasi buona idea imprenditoriale. «Nell’ultimo anno abbiamo lavorato per rendere ancora più favorevole il contesto normativo entro cui operano le start-up», conferma Calenda soffermandosi su questo specifico punto, «arricchendolo, tra le altre cose, di una nuova modalità di costituzione basata sull’utilizzo di una piattaforma online (http://startup.registroimprese.it/), con vantaggi notevoli in termini di tempi e costi. Anche la disciplina agevolativa a favore delle Pmi innovative è stata sensibilmente potenziata, grazie all’estensione della modalità d’accesso gratuita semplificata al Fondo di Garanzia, così da assicurare pure a questa tipologia di imprese un più facile accesso alle risorse finanziarie nella loro fase di espansione».

Le 6 macroaree che il Rapporto del Mise indaga in oltre 200 pagine

1. Un anno di policy per le start-up e le Pmi innovative: le principali evoluzioni
2. Start-up innovative, Pmi innovative e incubatori certificati: una panoramica al 30 giugno 2016
3. #startupsurvey, la prima indagine statistica nazionale sulle startup innovative
4. Decreto Crescita 2.0 e altre misure in favore dell’ecosistema italiano delle start-up innovative: le performance
5. La comunicazione istituzionale: una questione di fiducia tra PA e cittadini
6. Una policy fondata sulle evidenze empiriche: esercizi di valutazione

Milano città dell’innovazione

Ma veniamo ai numeri. Le imprese innovative sono cresciute del 112% in due anni, raggiungendo quota 6.745 (regioni più prolifiche, Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio). Ancora bassa la percentuale delle aziende che possono vantare un bilancio in utile (sono solo il 42,8% del totale), ma si sa che per veder macinare profitti con una start-up bisogna saper pazientare almeno fino al terzo anno di attività (in tempi di economia florida!).
Milano si conferma la città dell’innovazione: è la prima provincia italiana a superare le 1.000 start-up innovative con il 15% del totale nazionale, seguita da Roma (572; 8%) e Torino (301; 4%). Solo lo 0,42% delle società di capitali italiane è una start-up innovativa ma in alcuni settori economici queste rappresentano una quota molto elevata. Per esempio nel settore Ricerca e sviluppo il 25,6% sono aziende innovative o nel settore di produzione di software (8%) mentre nel manifatturiero la percentuale scende allo 0,6%. Secondo il rapporto gran parte delle start-up opera nei servizi (75%).

Le agevolazioni

Un'importanza notevole nel sostegno al settore la riveste la legge di bilancio 2017 che potenzia il credito di imposta in Ricerca e sviluppo: l'aliquota dell'incentivo passa dal 25% al 50% con estensione fino al 2020 con il beneficio fiscale massimo innalzato da 5 a 20 milioni di euro.

Banche battono venture capital

Per quanto riguarda il livello occupazionale, al 30 settembre 2016 erano 23.045 i soci operativi e 9.042 gli addetti. I bilanci del 2015 hanno registrato un forte incremento nel valore complessivo della produzione (da 320 milioni a 600 milioni) determinato non solo dalle start-up iscritte ma anche dal valore medio della produzione delle imprese dotate di almeno un bilancio depositato (152 mila euro, 38 mila in più rispetto al 2014).
Il rapporto mostra inoltre come al loro avvio le start-up ricorrano in via prevalente a risorse proprie per finanziarsi. Pur restando la fonte principale, tale forma di approvvigionamento tende a diminuire la propria incidenza sul capitale. Anche se notevolmente distanziato, il credito bancario si posiziona al secondo posto tra le fonti di finanziamento più diffuse, molto più di quanto sia ad esempio il capitale di rischio. Da notare che un numero significativo di start-up si dice soddisfatto (34,1%) o parzialmente soddisfatto (44,2%) della propria condizione finanziaria.
«Questa nuova generazione di imprese», conclude Calenda, «può lasciare il segno da un punto di vista non solo culturale, ma anche, e soprattutto, economico perché, grazie alla sua attitudine all'innovazione tecnologica e alla sperimentazione di nuovi modelli di business, nel lungo periodo stimolerà un incremento nei livelli di produttività, di competitività ed efficienza dell'intero tessuto produttivo»
24 Febbraio 2017

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