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Data journalism: il giornalismo nell’epoca dei Big Data

Data journalism: il giornalismo nell’epoca dei Big Data

Sul modello anglosassone, anche i media italiani cominciano ad avvicinarsi in maniera scientifica all’uso di infografiche per raccontare l’attualità. È il punto di incontro tra informazione e tecnologie digitali ...
Mattia Schieppati
Non si tratta di macchie colorate pensate per abbellire le pagine di giornali e riviste. Ma potremmo considerarla una conseguenza della diffusione sempre più pervasiva dei “big data” e della necessità di razionalizzarli, interpretarli, divulgarli e renderli comprensibili a tutti. Ecco perché nell’era del digitale e dell’accesso sempre più facile e immediato a informazioni e banche dati, si sta sviluppando in tutto il mondo in maniera molto accelerata il “data journalism”, ovvero il giornalismo di informazione che utilizza numeri, grafici, tabelle, torte e elaborazioni infografiche per raccontare fatti e scenari d’attualità.
Come l’ha definito Antonio Troiano, responsabile dell'inserto La Lettura del Corriere della Sera, che già due anni fa ha cominciato a dedicare una doppia pagina a questa forma di nuova informazione, «è la capacità di elaborare l'immensa moltitudine dei dati che la rete ci offre, grezzi e ambigui, per manipolarli attraverso le tecnologie digitali in informazione visiva. Non un articolo di giornale, non un saggio, non un servizio televisivo o radiofonico. Ma un quadro. Il più possibile bello da vedere e chiaro da comprendere».
Esempio di infografica della “La Lettura” del Corriere della Sera
Si tratta di un settore dell’informazione in forte sviluppo, che mixa abilmente fiuto giornalistico, capacità di trovare e soppesare le fonti, fantasia nella resa iconografica e che soprattutto richiede al newsroom dei giornali figure nuove di professionisti dotati di competenze che vanno molto al di là della buona scrittura. Come insegnano le esperienze più avanzate ed efficaci in questo campo - di matrice anglosassone ovviamente, dal New York Times al Guardian - l’attività di data journalism richiede infatti un lavoro di équipe, dove il prodotto finale, l’infografica, è il risultato di un percorso che vede gomito a gomito il giornalista, il disegnatore, il grafico, ma anche il programmatore html. Perché la capacità di sfruttare al massimo le possibilità del digitale è parte sostanziale della buona resa del lavoro.
«Internet e la diffusione dei dati digitali hanno creato nuove opportunità. Oggi il mondo produce così tanti dati, e i computer possono analizzarli così in fretta, che il giornalismo basato sui dati merita di occupare una grande parte del ciclo informativo quotidiano. Una delle nostre priorità è portare alla luce i dati - e analizzare quelli già esistenti - con modalità che illuminino e spieghino la notizia», spiega infatti David Leonhardt, responsabile di The Upshot, la sezione del New York Times basata sul data journalism (clicca qui). Da modelli di data journalism più di nicchia, come quello del sito di informazione FiveThirtyEight fino alle grandi strutture come quelle del Guardian, uno dei pionieri in questo tipo di nuova informazione i modelli non mancano.
La mappa della metropolita londinese: la stilizzazione proposta da H.C. Beck è diventata per la sua leggibilità e chiarezza un modello per tutte le mappe dei trasporti del mondo
A mettere nero su bianco, anzi colore su bianco, l’efficacia di questi strumenti informativi è stata una figura quasi mitica nel settore, ancor prima che esistessero il web e i big data. Uno dei padri, anzi dei mostri sacri della grafica informativa è considerato infatti Henry Charles Beck (1902-1974), tecnico elettrico londinese, colui che nel 1931 ha proposto alla London Transport la mappa schematica della caotica e ingarbugliata rete delle metropolitane di Londra. La stilizzazione suprema proposta da Beck è diventata non solo la mappa del metro londinese che tutti conosciamo, ma il modello per tutte le mappe dei trasporti del mondo, e non solo. Immediatamente leggibile, di qualunque lingua o cultura sia l'utente, e visivamente chiara. E se ieri si trattava di rendere leggibili linee, fermate e binari, oggi l’impresa per i giornalisti è ben più ardua e avvincente: mettere su tavole colorate l’intera attualità.
Il mondo dell’informazione italiana, su questo fronte, è ancora un po’ in ritardo: il concepire ormai il giornalismo solo come grandi articolesse fitte di parole e di concetti che ingarbugliano la realtà anziché spiegarla con chiarezza al lettore certo non aiuta. Ma qualche buon esempio c’è. Il Corriere della Sera questo “esempio” l’ha portato addirittura in mostra, alla Triennale di Milano, dove in occasione di BookCity e fino al 14 dicembre è allestita una mostra - Le mappe del sapere- che racconta l’impegno nell’infografica e nel data journalism su cui ha scommesso l’inserto culturale La Lettura: presentazioni grafiche di correlazioni numeriche potenzialmente infinite che, in modo inedito ed esteticamente affascinante, raccontano storie o personaggi, propongono tesi o suggeriscono ipotesi. Narrazioni che si esprimono principalmente attraverso il linguaggio visuale permettendo al lettore di immergersi in argomenti sempre diversi: dai testi di Kant alle cover musicali, dai colori dei quadri di Pollock a quelli della moda; dai Nobel ai Simpson. Un modo non dogmatico di fare informazione, punto d’incontro tra creatività e razionalità dei codici di scrittura, espressione di questo nuovo modo di fare giornalismo.
Due esempi di infografiche utilizzate rispettivamente da The Guardian e The New York Times
Un cammino il cui percorso teorico è stato tradotto anche in un agile ma denso ebook, “Data Journalism. Informazione e creatività” pubblicato per la collana I Corsivi del Corriere della Sera, che ripercorre le premesse teoriche e approfondisce la riflessione sul tema (disponibile in tutti gli ebook store, sia per sistemi iOs che Android - 1,99 euro).
«È un giornalismo per smanettoni?», si chiedono gli esperti di Fondazione <ahref, uno dei più avanzati think-tank italiani sugli orizzonti digitali. «No, è un giornalismo che chiede di rispettare tutti i vecchi crismi (ipotesi, ricerca e verifica e ovviamente anche olio di gomito…), ma si avvantaggia di software, per mettere in relazione le masse di dati rese disponibili dalla digitalizzazione, ma spesso prive di senso se non le si affronta con strumenti abbastanza potenti.
In Italia non ci sono, purtroppo, repository di dati pubblici altrettanto ricchi come il data.gov statunitense e il data.gov.uk britannico e le norme che garantiscono l’accesso ai dati pubblici come le legge n. 241 del 1990 e i suoi aggiornamenti sono ancora molto lontane da ciò che garantisce il diritto a Londra e a Washington». Ma, osservano i ricercatori, «in uno scenario nel quale la digitalizzazione dei dati è ancora troppo spesso percepita come un vulnus ai media l’utilizzo e la creazione di dati open source, si profila come una grande occasione sia per l’informazione che per la democrazia perché, oltre a creare nuovi strumenti di lavoro per i giornalisti, sta spingendo a nuove dinamiche collaborative con e tra i lettori, aumentando il coinvolgimento della società civile e la trasparenza delle fonti».
5 Dicembre 2014

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