22 Luglio 2018 / 20:39
Gasperini: «L'impresa italiana ha bisogno di disruption»

 
Fintech

Gasperini: «L'impresa italiana ha bisogno di disruption»

di Mattia Schieppati - 11 Aprile 2014
Secondo il fondatore dell'incubatore Digital Magics, in Italia c'è terreno fertile per le start-up. Ma le aziende tradizionali devono imparare ad aprirsi al nuovo ...
Enrico Gasperini è uno dei rappresentanti della "vecchia guardia" dell'innovazione italiana: tra i pionieri dell'Ict del nostro Paese, ha fondato e guida uno degli incubatori di nuove imprese tra i più attivi (e propositivi) d'Italia, Digital Magics, che dal 2013 è quotato nel segmento AIM di Borsa Italiana.
Il modello si basa sul Digital Magics LAB: il team che identifica, analizza e lancia le nuove iniziative, fornendo alle start-up innovative servizi di mentorship, finanziari, amministrativi, strategici, logistici, tecnologici e di marketing e comunicazione, oltre a un supporto di business management in grado di accelerare il processo di crescita dell’impresa. Sono circa dieci le iniziative che il LAB identifica ogni anno e che Digital Magics poi sostiene utilizzando i fondi derivanti dagli exit e collaborando con gli operatori della filiera. Fra i co-investitori e acquirenti primari gruppi industriali e di venture capital, nonché numerosi business angel, italiani e internazionali. La persona e il contesto giusto, insomma, per provare ad andare al di là dei numeri e delle singole iniziative e capire qual è il polso delle start-up innovative italiane, a poco più di un anno dall'entrata in vigore del Decreto che ne sancisce "ufficialmente" la nascita.

La scorsa settimana avete presentato la vostra iniziativa più recente: RCS Nest, la partnership avviata con Rizzoli - Corriere della Sera. Perché una realtà come la vostra, che guarda all'innovazione, avvia una collaborazione con un gruppo editoriale così caratterizzato da media "tradizionali" (quotidiani) proprio in un periodo storico in cui l'editoria sta attraversando il suo periodo più critico?

Da tempo Digital Magics affianca grandi gruppi industriali in programmi di Open Innovation, applicando il modello del Corporate Venture Capital. In questi programmi congiunti le start-up innovative, oltre a beneficiare dei nostri servizi di accelerazione e di finanziamento, utilizzano gli skill e gli asset di chi opera su mercati specifici, con maggiori possibilità di crescita e di sviluppo. E i gruppi hanno la doppia opzione di utilizzare le tecnologie e i prodotti per la propria innovazione o di acquisire in futuro le aziende che hanno contribuito a finanziare. Abbiamo fondato programmi simili, oltre che con RCS, anche con gruppi come Uvet e Nice per i settori del turismo e della domotica e con gruppi bancari e finanziari come Gruppo Intesa Sanpaolo, Gruppo Banca Sella, UniCredit e Tamburi Investment Partners che fanno parte del nostro Angel Network.
In RCS Nest applicheremo questi principi in un settore in cui i grandi gruppi media devono necessariamente innovare e affrontare una radicale trasformazione verso il digitale, che include i modelli di business (vedi l'articolo pubblicato su Bancaforte). Questo utilizzando al massimo gli asset tradizionali. Un incubatore certificato come Digital Magics e la sua community di startupper è il partner migliore per velocizzare questo processo. In altri Paesi come la Germania i grandi gruppi editoriali stanno attraversando questa disruption con grande successo affiancando l’ecosistema fertile degli innovatori.

Pur nelle differenze tra start-up e start-up e tra ambiti di intervento, qual è il minimo comune denominatore dei modelli di business che caratterizza i sei progetti di impresa incubati da RCS Nest?

Sono in generale progetti che hanno modelli di business originali, interessanti, scalabili e realizzabili nel nostro ecosistema, come cerchiamo di fare per ogni start-up che acceleriamo in Digital Magics. In più sono modelli che traggono forti benefici dall’esperienza, dai servizi e dagli asset di un grande gruppo media come RCS, molto forte anche sul digitale.

A un anno e mezzo dal decreto start-up, che ha creato un grande movimento nel settore, quali sono a vostro giudizio - e in base alla vostra esperienza diretta - i fattori (concreti) che fanno pensare a una buona possibilità, per l'Italia, di veder nascere e crescere imprese innovative nell'ambito digitale?

La pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del decreto attuativo per la concessione di detrazioni/deduzioni fiscali per chi investe in start-up innovative è una legge davvero importante ed è un’ottima base da cui partire, che riuscirà a dare un impulso allo sviluppo del settore delle start-up e del venture capital. Sono stati defiscalizzati anche gli investimenti realizzati da persone fisiche e giuridiche attraverso società di investimento come Digital Magics, e questo determinerà una crescita anche degli attori intermediari dell’ecosistema, determinanti per il suo sviluppo. Inoltre sta nascendo su AIM Italia – su cui Digital Magics è quotata – un segmento tech in Borsa Italiana molto importante per far sbarcare start-up ad alto potenziale di crescita, che propongono contenuti, servizi e prodotti ad alto valore tecnologico e si sta sollecitando l’interesse di fondi small cap specializzati.

Che cosa manca la nostro sistema-Paese per poter dare davvero spazio alla crescita di nuovi modelli di impresa?

Ovviamente c’è ancora tanto da fare per aumentare la quantità degli investimenti nel settore, ancora molto sotto le medie europee. In particolare c’è una forte aspettativa per ulteriori semplificazioni che favoriscano questo ecosistema, vitale per lo sviluppo del Paese, e di co-investimenti pubblici in area seed come avviene in Francia, Germania o come è avvenuto in Israele. La fase seed, la prima fase di vita di una startup è infatti la più critica e difficile, e anche la più scoperta qui da noi in termini di finanziamento. Sono ancora poche le imprese italiane che collaborano con noi incubatori e che co-finanziano e acquistano le neoimprese digitali. Il nostro Pil digitale è ancora davvero troppo basso rispetto a quello europeo e questo dato è un segnale di arretratezza del Paese e delle sue imprese. Il Governo però mi sembra molto attento a queste tematiche e sono fiducioso che con la cooperazione di tutti gli operatori del mercato – istituzioni, incubatori, startu-p, università, operatori finanziari, fondi di venture capital, imprese, banche, la Borsa – riusciremo a recuperare il grande gap della nostra digital economy.
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