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I 4 trend che cambieranno l'auto del futuro

I 4 trend che cambieranno l'auto del futuro

Un'analisi di McKinsey traccia la rotta dell'industria automobilistica. Che tra macchine elettriche, guida autonoma, connettività e modelli sharing di mobilità deve ripensare i propri fondamentali. Stringendo alleanze con il mondo hi-tech. Le auto di domani? Vanno immaginate più come grandi smartphone, piuttosto che come strumenti per spostarsi da un punto all'altro …
Mattia Schieppati
È evidente che non si tratta più di una competizione tra case automobilistiche e sfide a colpi di ultimo modello o optional sempre più avanzati (e compresi nel prezzo). Quello che sta avvenendo nel mondo dell’automotive è una vera e propria rivoluzione, una riproposizione in grande stile, e su volumi maggiori, «di quanto è avvenuto nel mondo della telefonia da quando il primo cellulare ha avuto accesso alla rete Internet», scrivono gli analisti di McKinsey in un ricco approfondimento dedicato al mondo delle quattro ruote e alla nascita di un nuovo ecosistema della mobilità generato dall’incontro tra industria automobilistica e industria tecnologica ( qui l’approfondimento ).
Il digitale e la connessione sempre e ovunque stanno infatti rapidamente trasformando la “vecchia” concezione di automobile, non solo nella direzione dell’evoluzione tecnologica che i modelli stessi possono e devono implementare, ma proprio dal punto di vista sia delle attese che l’utente ha oggi verso la propria auto (le esigenze legate a design, carrozzeria, potenza del motore stanno cedendo il passo ad altri plus che l’utente vuole dalla propria auto, ovvero che sia connessa a tutta la “rete” della sua vita), sia più in generale nel significato dell’auto in uno scenario allargato, che guarda alla mobilità in senso esteso più che al veicolo in sé. L’auto è uno degli elementi che costituiscono la mobilità quotidiana del singolo e deve essere comodamente connessa agli altri elementi: mezzi pubblici urbani, extraurbani, parcheggi, ecc. «Le auto stanno evolvendo nella direzione di diventare dei “device su quattro ruote”», scrive McKinsey, immaginando le vetture più come grandi smartphone – connessi e in rete – piuttosto che come strumenti per spostarsi da un punto A a un punto B.
In questa nuova realtà, sottolinea McKinsey, è suicida per le case automobilistiche continuare a fare industria alla vecchia maniera o, peggio, mettersi in diretta competizione con i nuovi attori (le grandi aziende dell’IT come le start up hi-tech) che già ragionano in una maniera connessa: l’unica via di sopravvivenza è quella di comprendere come lo scenario stia mutando, e trovare da subito una collaborazione con il mondo tecnologico, per ottimizzare i rispettivi punti di forza.
Dove le case automobilistiche mettono a disposizione l’hardware, mentre le industrie IT possono fornire i software, ovvero la tecnologia e anche la mentalità, capace di portare le quattro ruote nel futuro. La prova provata della necessaria interdipendenza tra le due industrie è data dalla frenata con cui, dopo un primo periodo di grandi annunci e grande entusiasmo, gli Over the Top hanno rimesso nel cassetto i progetti di entrare nel mondo dell’auto producendo da sé sia il software (che sanno fare bene) che l’hardware. Apple ha ritirato il progetto di una vettura marchiata dalla mela, così come Google ha rimandato a tempo indeterminato il lancio della propria auto. Entrambi i colossi hanno invece scelto di percorrere la strada della collaborazione con le case automobilistiche tradizionale, fornendo loro le tecnologie necessarie.

Quale strada seguire?

Sono quattro, secondo gli analisti, i macro trend tecnologici che stanno mutando radicalmente il mondo della mobilità.

1. Conversione all’elettrico

La tendenza è quella del progressivo abbandono della propulsione a idrocarburi, a favore di sistemi ibridi, elettrici, a celle di energia. È un processo inevitabile, secondo McKinsey, confermato dal fatto che le tecnologie legate ai propulsori alternativi sono sempre più evolute (riduzione della dimensione delle batterie, aumento dell’autonomia, riduzione dei costi di produzione) e che le regolamentazioni della mobilità, soprattutto nei centri urbani, tenderanno sempre più a favorire veicoli a basso impatto ambientale.

2. Guida autonoma

Siamo ormai fuori dalla fase sperimentale. Le tecnologie per la guida assistita e, a tendere, per la guida autonoma sono già patrimonio comune delle case automobilistiche; l’alleanza con i big tecnologici ha dato e darà una spinta fondamentale a questa tendenza . Grazie ai sistemi di mappatura, al Gps e ai nuovi software. Quel che manca ancora è un impegno netto delle autorità dal punto di vista regolatorio (norme legate alla circolazione, questioni assicurative, ecc.).

3. Mobilità alternativa

Con la crescita, soprattutto nel comparto mobilità, di sistemi legati alla sharing economy (car sharing, servizi “modello Uber”, ecc) cambierà radicalmente l’approccio dell’utente all’auto: non più oggetto di proprietà (sempre più antieconomico, se si considerano costi d’acquisto, mantenimento, assicurazione, box ecc) a oggetto di utilizzo solo se e quando necessario.

4. Connettività

Da una parte i sistemi di infotainment sempre più evoluti (e fondamentali quando, in un futuro prossimo, il guidatore potrà lasciare che l’auto si guidi da sola). Dall’altra lo sviluppo dell’ Internet of Things (per cui la macchina dialogherà direttamente con i semafori, con le altre auto, con la rete di trasporti urbani, con la stessa “agenda” del guidatore-passeggero, portandolo proprio dove vuole andare quando ci vuole andare). Questi fattori sposteranno l’attenzione dell’utente sempre più sull’auto come piattaforma di servizi resi possibili dalla connessione.
È la stessa cosa che è successa con il telefono: oggi “fare una telefonata” è solo una (infinitesimale) delle decine di attività che svolgiamo con il nostro smartphone.
Si tratta di quattro trend destinati a cambiare profondamente anche il modello di business che da 120 anni ha mosso l’industria dell’auto. Secondo McKinsey, infatti, l’automotive dovrà compiere una rapida e drastica trasformazione da un modello di business «a integrazione verticale» (casa automobilistica, fornitori, sub-fornitori, rete vendita/concessionari/officine autorizzate) a un modello di business «a integrazione orizzontale», lo stesso su cui si basano le industrie dell’IT. Dove, per fare un esempio, viene sviluppato un sistema operativo che può essere fornito a diversi hardware (è il caso di Android, che funziona su smartphone di diverse case). Oppure, dove il nuovo modello dei servizi “sharing” è indipendente rispetto ai marchi coinvolti nel servizio: se utilizzo Uber, non mi interessa che l’autista abbia una Volvo piuttosto che una Mercedes.

4 tendenze ma anche 4 limiti

Ma questa trasformazione è molto complicata per il mondo dell’auto, e per tutto l’indotto delle aziende e dei fornitori che da sempre operano nell’automotive, perché si tratta di un’industria “pesante” che presenta vincoli importanti che limitano la rapidità del cambiamento organizzativo, mentre le industrie del tech su questi fronti si trovano avvantaggiate. Eccoli:
  • la scarsa flessibilità finanziaria , dovuta al fatto – scrive McKinsey – dovuta al fatto che l’industria ha bassi margini operativi, un basso ritorno sugli investimenti (Roi) e una bassa capitalizzazione. Tre leve che invece rappresentano la forza dei big tecnologici;
  • secondo limite: quella automobilistica è un’industria che richiede grandi investimenti riassorbibili solo a lunghissimo termine (impianti, macchinari) e grande impiego di manodopera, mentre l’automotive del futuro, dalla forte impronta tecnologica, richiede il massimo della flessibilità e il minimo dei vincoli strutturali. Cfr. figura sotto ;
  • il “modello culturale” che impronta l’industria automobilistica: l’automotive si muove da sempre all’interno di strettissimi vincoli legislativi (sicurezza, inquinamento, ecc.), con supply chains molto lunghe e complesse, e – anche in conseguenza di questo – con una bassa propensione all’innovazione. In media una casa presenta un prodotto completamente reingegnerizzato ogni 7 anni, apporta miglioramenti significativi a un prodotto esistente ogni 3 anni, e ha un tempo di “go to market”, trascorso dal prototipo allo sbarco sul mercato, di 5 anni. Ben diversi i tempi dell’industria tecnologica: reingegnerizzazione completa di un prodotto ogni 3 anni, upgrade migliorativo ogni 2 mesi, mentre il go to market richiede 2 anni;
  • quarto e ultimo limite, quella che McKinsey definisce la «customer perception», la percezione del cliente . «Mentre l’automotive ha dalla sua il concetto di affidabilità e fiducia, gli manca assolutamente il coolness factor», il fatto che un prodotto – in questo caso una vettura – sia percepita come desiderabile e distintivo in senso emozionale (ovvero, quel fattore che ci fa correre ogni 18 mesi a comprare l’ultimo modello di iPhone, ma non ci fa correre in concessionario ad acquistare ogni due anni il “nuovo modello” della Golf o di un qualsiasi altro marchio). Una differenza di percepito che costituisce, oggi, un forte vantaggio competitivo dell’industria digitale rispetto a tutti gli altri settori. «Non per niente», osserva McKinsey, «le aziende del tech occupano 5 delle prime 10 posizioni della classifica dei world’s most valuable brand, stilata da Forbes », un olimpo che vede solo Toyota (al sesto posto) tenere alta la bandiera dell’auto. La classifica piazza infatti ai primi 3 posti Apple, Google e Microsoft, con Facebook quinto e IBM settimo; mentre Samsung è undicesima e Amazon dodicesima.
15 Dicembre 2016

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