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I megatrend che minacciano media e tecnologia

I megatrend che minacciano media e tecnologia

Frammentazione legislativa, competizione con start-up imprevedibili, cyber attacchi e sicurezza dei dati. Questi i principali timori di 350 top manager del settore Media, Tecnologia, Telecomunicazioni sondati da una ricerca della Willis Towers Watson
Mattia Schieppati
Il settore TMT (Tecnologia, Media, Telecomunicazioni) è il comparto industriale che in maniera accelerata nell'ultimo decennio si è trovato al centro, e protagonista, della rivoluzione digitale in atto. È da questo ambito che sono venuti le innovazioni più importanti, "esportate" poi a tutti gli altri settori dell'industria, ed è qui che le imprese più tradizionali (pensiamo ai media) sentono più l'esigenza di cambiare pelle per giocare la propria partita in uno scenario profondamente mutato.
Su questo comparto la società di consulenza e strategia aziendale Willis Towers Watson ha puntato il proprio faro d'analisi e attraverso una rilevazione condotta su 350 senior executive mondiali del settore Tecnologia, Media, Telecomunicazioni ha provato a sondare quali, secondo gli insider, sono oggi i principali "timori" che i manager avvertono, analizzando come e quanto queste minacce ora magari solo avvertite probabilmente incideranno su di esso nei prossimi anni (il report Risk Alchemy in the TMT Sector può essere scaricato gratuitamente qui).
Ecco le 5 cinque grandi aree definite "megatrend risks":
  • regolamentazioni e rischi legali,
  • digitalizzazione e avanzamento tecnologico,
  • business model,
  • complessità di processo e vulnerabilità,
  • capacità di attrarre talenti e miglioramento delle competenze.
I 5 megatrend emersi nella ricerca ...

… e la top ten dei fattori di rischio

La legge non è uguale per tutti

Come spiega Sara Benolken, Executive Vice President della Willis Towers Watson e TMT Global Industry Practice Leader, che ha commentato la ricerca, il megatrend può essere definito come «una grande forza globale che impatta le aziende e i mercati all'interno dei quali esse operano». Il pericolo principale rispetto a un percorso lineare e radioso di sviluppo del business, secondo i 350 executive intervistati, si nasconde tra i meandri di leggi e regolamenti e dei conseguenti rischi legali: i limiti posti e imposti alla protezione dei dati e alla tutela della privacy degli utenti, i regolamenti relativi alla proprietà intellettuale dei contenuti, le norme antitrust - tanto per citare alcune delle voci che entrano in questo orizzonte - sono considerati gli elementi più destabilizzanti rispetto allo sviluppo delle aziende di questo comparto, e in prospettiva sono le questioni più importanti con cui le aziende avranno a che fare nei prossimi 12 mesi. In primis, perché aziende sempre più globali si trovano a dover avere a che fare con norme e regolamenti che invece frammentano ancora il mondo in tantissimi spicchi: ogni Paese ha le sue regole, e il rischio di trasgredire, anche inconsapevolmente, qualche norma sta nella quotidianità dell'operare.

Ansia da start-up

Secondo timore, quello di rimanere indietro, e farsi superare da competitor vecchi e soprattutto nuovi. «Come è facile aspettarsi in un settore nel quale l'innovazione è la chiave del successo, e il cambiamento una costante, il timore nei confronti del sorgere di nuovi competitor è visto come uno dei rischi principali tra questi megatrend», spiega la Benolken. Quello della "competitive pressure", insomma, è uno dei pensieri fissi dei manager, consapevoli del fatto che il ricchissimo bacino di start-up che nascono da un giorno all'altro proprio all'interno di questi settori d'impresa rischiano di far sembrare obsoleto nel giro di poche ore qualsiasi business consolidato (pensiamo a quanto questo impatti in maniera devastante nel mondo dei media, dove per esempio negli Usa la nuova realtà dei canali tv in streaming ha messo all'angolo in un attimo il sistema delle tv via cavo...). «Le start-up possono contare su una struttura più agile, che meglio le predispone al cambiamento rispetto alle imprese esistenti, caratterizzate da una crescente complessità operativa dovuta a supply chain sempre più globali e articolate. Quest’ultimo è un ulteriore fattore di rischio, in quanto con l’espansione territoriale aumenta l’esposizione delle infrastrutture a eventi, siano essi naturali o socio-politici, potenzialmente dannosi», osserva il report.

Cyber attacchi e rischi informatici

I timori legati ai rischi informatici non sono nella "top 3" dei pensieri dei manager, ma rappresentano una costante trasversale a tutti e tre i settori analizzati. Il cyber risk si trova al quarto posto tra i principali fattori di rischio per le aziende del TMT, mentre la pirateria informatica è al decimo. «L'inarrestabile progresso tecnologico e le crescenti aspettative dei consumatori costringono le imprese a destinare grandi investimenti al comparto IT, dalle infrastrutture alle strategie e ai processi operativi», Alessandro De Felice, Presidente di Anra, l'Associazione che raggruppa i risk manager e i responsabili delle assicurazioni aziendali, che ha scandagliato con attenzione il report: «sembra però non andare di pari passo l’investimento in misure di protezione e corretta gestione dei dati, che si configurano oggi come la principale risorsa ma anche l’asset più vulnerabile».
Le organizzazioni e le imprese di tutto il mondo si trovano infatti ad affrontare nuove esposizioni, con conseguenze che possono riguardarle in prima persona o ricadere su terze parti. «Secondo una stima della World Bank», continua De Felice, «ogni anno le conseguenze degli attacchi informatici costano al comparto business circa 445 miliardi di dollari, metà dei quali pesano sulle dieci maggiori economie mondiali». Nello specifico, poco meno della metà delle perdite (200 miliardi di dollari) ricade sui 4 Paesi con il raggio di business più esteso: Usa, Cina, Giappone e Germania. Vittima principale sono gli Stati Uniti (108 miliardi), seguiti da Cina e Germania (rispettivamente 60 e 59 miliardi). Al quarto posto il Brasile, con 7,7 miliardi di dollari di perdite annuali, che pur essendo la settima economia mondiale è al quarto posto in questa classifica, dimostrandosi uno dei paesi più vulnerabili alle minacce informatiche. In coda l'Italia, per cui i danni da cybercrime ammonterebbero a 900 milioni di dollari. «Questi dati sono un monito, rivolto globalmente a tutti i comparti del business, che invita ad attrezzarsi e prepararsi adeguatamente a una nuova generazione di rischi informatici che evolvono continuamente, spingendosi oltre le minacce già conosciute (furto o perdita di dati, violazioni della privacy, danno reputazionale)».

Il risk management è maturo

In generale, «la nostra ricerca dimostra che le aziende stanno diventando più sistematiche nelle loro attività di risk management», conclude Sara Benolken della Willis Towers Watson. «Questo, combinato con la crescita e l'efficientamento dell'analisi dei dati, sta mettendo le aziende nelle condizioni di identificare, limitare e gestire il rischio in maniera più efficace rispetto al passato. E le sta anche spingendo a prendersi maggiori rischi; in un settore che evolve così rapidamente, la capacità di assumersi maggiori rischi porta a uno sviluppo più rapido del business: il rischio è il motore del vantaggio competitivo, e il saper integrare il proprio rischio d'impresa con le attese dei clienti apre nuove opportunità di sviluppo. Del resto, per le aziende della tecnologia, delle telecomunicazioni e dei media il rischio è parte del Dna.
30 Giugno 2016

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