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Il futuro della salute guarda all'Internet of Things

Il futuro della salute guarda all'Internet of Things

Device medici "indossabili" che garantiscono un monitoraggio costante dei parametri vitali. Un'area di applicazione chiave per IoT e big data, aiutata anche dal nuovo Regolamento Ue sulla privacy. Il parere di Uwe Diegel, fondatore di iHealth ...
Mattia Schieppati
Il mercato dei wearables ha segnato, nel 2015, un boom senza precedenti, con 78 milioni di device venduti in tutto il mondo, dal semplice braccialetto contabattiti per i runner della domenica fino a strumenti più complessi, device destinati a un pubblico consumer ma con funzioni di carattere medico più evolute che rendono possibile un monitoraggio continuo dei propri vitali, lavorando sul fronte della prevenzione. Non per nulla le ricerche indicano che proprio il campo della salute rappresenta uno dei campi di sviluppo più importanti dei prossimi anni per tutto il comparto dell'Internet of Things e della gestione dei big data, anche in relazione alla condizione sempre traballante dei conti pubblici relativi alla sanità (si veda questo studio di IBM). Dal motto latino "medico, cura te stesso", grazie alla tecnologia connessa stiamo entrando nell'era del "paziente, cura te stesso". Perché già tenere costantemente sotto controllo i parametri fisici e vitali principali significa affrontare in maniera più tempestiva qualsiasi pur minimo allarme.
Ne abbiamo parlato con Uwe Diegel designer neozelandese, imprenditore del tech e fondatore (nel 2009, in Silicon Valley) di iHealth, azienda leader che opera nel campo del digital health. Con iHealth, Diegel ha sviluppato una ricca gamma di prodotti elettromedicali e diagnostici connessi, tutti dispositivi medici certificati (misuratori di pressione, glucometri, bilance, misuratori di ossigenazione sanguigna, oltre che smartwatch con le varie funzioni di rilevamento parametri corporei - pressione, battito, sudorazione, alternanza veglia sonno, ecc) e tutti interoperanti attraverso una app, anch'essa proprietaria (iHealth My Vitals) che attraverso la raccolta e il monitoraggio continuo dei parametri corporei funziona come una sofisticata "centrale di controllo" della salute dell'individuo.
L'app iHealth My Vitals funziona come una centrale di controllo della salute della persona
Non solo device, insomma, ma una vera e propria filosofia della salute connessa che presenta soluzioni d'avanguardia. Tutti i dati corporei raccolti dai device sono raccolti e gestiti attraverso una app, che costituisce una dettagliata cartella medica sempre aggiornata che può essere resa accessibile al proprio medico o al proprio specialista, per un controllo da remoto della propria salute. Un meccanismo che consente enormi comodità, ma che naturalmente apre il grande capitolo della delicatezza di questo tipo di dati, della riservatezza necessaria per la loro gestione e, più in generale, il grande tema della privacy che riguarda tutto il grande flusso di dati aperto dal proliferare dell'Internet of Things.

Mr. Diegel, come spiega il boom del mercato dei wearables legati al benessere e alla salute? È solo perché portare il braccialettino contapassi è trendy o le persone hanno cominciato a comprendere l'importanza di un controllo costante dei propri parametri fisici?

Credo che in questo boom ci sia un po' di entrambi questi ingredienti. Da una parte è sicuramente in atto un rivoluzione nel campo della personal health, e sempre più persone sono attente a monitorare in maniera costante la propria salute. Dall'altra, nel 2015 il mondo si è reso conto di un semplice assunto: se un oggetto può essere connesso, deve essere connesso. Questo significa che si dia quasi per scontato che ogni strumenti che interagisce con la nostra vita possa e debba essere connesso in rete e anzi le persone cominciano a non acquistare più device che non consentano la connessione. Vogliamo che tutto quello che usiamo e i dati che raccogliamo - i semplici appunti durante una riunione così come i parametri della nostra pressione corporea - possano essere "raccolti" da qualche parte e essere sempre fruibili e interconnessi. Il device in sé non vale più, vale se consente un accesso alla rete.

Si tratta di un trend che non riguarda solo i nativi digitali, ma anche gli anziani per i quali è sempre più importante il controllo della salute. Quali attenzioni bisogna tenere nelle soluzioni destinate agli over 65, che soprattutto in Italia hanno una bassa alfabetizzazione digitale?

È vero, c'è una generazione di persone anziane che affrontano la tecnologia ancora con grande diffidenza, non ci si avvicinano nemmeno. Eppure, sono proprio queste persone che possono trarre i maggiori benefici dalla "sanità connessa". Il nostro compito è quello di rendere la tecnologia, sia l'hardware che il software, il più semplice possibile. Per esempio, abbiamo da poco lanciato un device speciale, l'iHealth Track Blood Pressure Monitor, pensato appositamente per questa fascia di persone: abbiamo semplificato il più possibile l'aspetto e le funzioni, in modo da farlo sembrare un "normale" misuratore di pressione, con in più il fatto che questo strumento è connesso in rete. Il rilievo interessante è che mentre queste persone oppongono all'inizio una resistenza molto forte all'utilizzo di device connessi, una volta rotto questo primo rifiuto si rivelano gli utenti più fidelizzati.

Nei vostri prodotti c'è una grande attenzione al design. Quanto conta l'aspetto estetico di device e app nell'assicurare un grande futuro all'Internet of Things?

A noi non interessa il design fine a se stesso, come opera d'arte. Ma consideriamo il design una parte fondamentale della semplicità di utilizzo dei device. Non ci sono più motivi, oggi, che impediscano di fare device perfetti sotto ogni singolo aspetto. Se vogliamo che l'utente sia contento al 100% del suo acquisto, non basta che il device funzioni, ma deve anche essere bello da vedere e da toccare. E magari si è indotti a usarlo più spesso, anche per piacere e non solo per bisogno.

I vostri sistemi raccolgono, trasferiscono e immagazzinano grandi quantità di dati personali estremamente sensibili come i dati fisici e medici. Come garantite la privacy ai vostri clienti?

iHealth ha un cloud sicuro, che risponde non solo ai parametri della legislazione statunitense ma anche alle raccomandazioni, ben più stringenti, dell'Unione Europea. Nel processo di gestione e trasferimento tutti i dati dei nostri clienti vengono immediatamente resi anonimi, in modo che primo nessun "esterno" possa mai risalire al profilo del proprietario, secondo perché in questo modo possono essere messi a disposizione della ricerca scientifica, per esempio nella ricerca di soluzioni per le malattie croniche. L'unico soggetto che può scegliere di usare i propri dati in maniera non anonima è il proprietario/paziente stesso, per la propria consultazione o per esempio nel caso intenda condividerli con il proprio medico curante. Noi non abbiamo nessun accesso a nessun dato se non abbiamo un'autorizzazione specifica da parte del proprietario del device.

La Commissione Ue ha di recente recepito (vedi qui) un nuovo regolamento sulla privacy. Per quanto riguarda il sistema medico-sanitario e il trattamento dei dati sensibili, ritiene che quello appena varato sia un buon regolamento?

Si tratta senza dubbio di un grande passo in avanti, anche se credo verrà ancora ampiamente modificato nel corso dei prossimi anni. Il secure data storage è una scienza assolutamente nuova e letteralmente ogni giorno vengono sviluppate nuove tecnologie in questo campo. Credo che per la medicina quello approvato sia un regolamento molto importante; il fatto che sia valido per tutti i Paesi Ue allarga le possibilità della ricerca medica e le risorse disponibili in termini di dati e di certezza della loro gestione sicura.

Quindi questo regolamento può favorire la crescita di uno "smart health market" evoluto?

Se è vero che oggi "tutto quel che può essere connesso deve essere connesso", per questo mercato si assisterà a uno sviluppo molto importante. Ma è altrettanto importante che l'enorme massa di dati che questo mercato genererà venga regolata. Sotto molti aspetti, il nuovo regolamento Ue sulla privacy contribuisce a separare i player reali e più seri da chi si improvvisa. Oggi, anche grazie al crowdfunding, è diventato molto facile sviluppare un device connesso. Questo significa che anche piccole start-up con nessuna esperienza nel campo medico-sanitario possono entrare in questo mercato. Questa temporanea "gadgettificazione" della salute può essere pericolosa dal punto di vista della sicurezza nella gestione dei dati, perché un conto è produrre un device, un altro avere software, procedure, sistemi in grado di gestire i dati sensibili di terzi in maniera sicura. Io credo che il nuovo regolamento Ue sulla privacy aiuti a separare ciò che è buono da ciò che non lo è.

Da imprenditore visionario: IoT e big data applicati alla salute rappresentano un buon affare per il futuro?

La combinazione tra IoT e big data è già un buon affare, e non potrà che migliorare in futuro. Il fattore determinante per la crescita è però di tipo psicologico. Per molti anni il mercato sanitario è stato considerato relativo “alla malattia”. Ora che i device sono sempre più connessi, le persone cominciano a percepirlo come relativo "alla salute". Oggi le persone comprano un device medico perché vogliono averlo, fino a ieri lo compravano solo perché dovevano averlo, perché avevano qualche problema di salute che li "costringeva" ad acquistare un misuratore di pressione. È un cambiamento di prospettiva importante.

La salute digitale nel mondo ...

Secondo CB Insights a livello mondiale sono stati investiti nel 2015 circa 5,8 miliardi di dollari nelle start-up digitali health (889 operazioni) con una crescita dell’11% rispetto ai circa 5,2 miliardi del 2014 (737 investimenti) e +503% rispetto al 2010 (952 milioni e 160 operazioni). Delle 889 operazioni di investimento 692 sono state effettuate negli Usa e 197 nel resto del mondo. Sono stati oltre 1.000 i soggetti che hanno investito nel 2015 in almeno una società della salute digitale, erano 829 nel 2014 (+30%) e 234 nel 2010 (+361%). Le exit (vendita di società a terzi) di start-up health sono state 113 nel 2015, con 5 quotazioni in borsa; nel 2014 erano 140 e 5 Ipo, mentre nel 2010 solo 11 exit.

… e in Italia

Secondo il rapporto Assobiomedica di giugno 2015 in Italia ci sono 291 start-up nel settore medico: il 48% ha origine come spin-off della ricerca pubblica, il 34% è incubato all’interno di programmi di accelerazione. Il 29% delle start-up digital health è nato da meno di 48 mesi, con un’età media di poco superiore ai 5 anni. Il maggior numero di start-up è attivo nel comparto della diagnostica in vitro (26%), seguito dal biomedicale strumentale (21%) e dai servizi e software (20%).
26 Maggio 2016

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