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Il futuro è una terra conosciuta

Il futuro è una terra conosciuta

Ci muoviamo in un infinito istantaneo presente che è già futuro. Crescono i robot e gli artigiani digitali disegnano nuove prospettive. Le stampanti 3D trasformano la manifattura e rendono possibili anche pezzi di ricambio di noi stessi. La prevedibilità diventa la norma. I Big Data, che possono aiutarci a fare previsioni, vanno gestiti e non subiti. Ma il futuro può anche essere un’opera d’arte
Ildegarda Ferraro
Il futuro è adesso. È oggi. È ora. È già qui. Basta andare su Google per verificare che niente è più usato di queste espressioni. Campagne e immagini riportano un’idea presente di futuro. Mi era capitato di sentire nell’aria questa atmosfera, ma certo l’idea che fosse solo una sensazione resisteva. Poi più elementi sono andati ad incastro disegnando un puzzle senza tasselli mandanti. E così, per esempio, la presentazione di Giovanni Ciarlariello, Business Unit Director Finance, Tech and Telco di Google all’evento ABI Dimensione Cliente 2014, ha avuto il suo peso. Perché diciamocelo, che qualcuno ti racconti il presente che è già futuro ha un impatto maggiore anche di testi molto strutturati. Ciarlariello racconta la realtà che conosciamo con ricchezza di particolari. I video e mobile sono i due canali di crescita del mercato Internet. Si moltiplicano i punti di contatto tra mobile, social media, video. Siamo tutti multiscreen, visto che conviviamo stabilmente almeno con il mobile, il desktop, il tablet. Nel settore finance vengono consultate in media 9 fonti prima della decisione d’acquisto. Ciarlariello dice che il 68% dei percorsi di acquisto digitali è multi-device e che oltre il 50% dell’azione inizia o transita da mobile. Insomma, prima di prendere una decisione diamo un’occhiata al portatile, poi magari passiamo sul pc e alla fine andiamo sul tablet, secondo percorsi ormai definiti e studiati. Senza farla troppo lunga le conclusioni di Ciarlariello sono semplici: “Viviamo in un paese la cui popolazione è più avanzata delle aziende che la servono; il futuro è più vicino di quanto pensiamo; sta a noi abbracciare pianamente il presente se vogliamo avere un ruolo di guida nel futuro”.

Un costante presente

Questa idea di futuro contemporaneo e di perdurante presente è soprattutto legata alle nuove generazioni. Una recente indagine LaSt (Laboratorio sulla Società e il territorio) messa a punto da Community Media Research per La Stampa evidenzia alcuni aspetti molto chiaramente. Insomma, i giovani esplorano e gli adulti progettano (vai all'articolo). Dice Daniele Marini dell’Università di Padova che “il campo di gioco si è ampliato enormemente e i nostri destini futuri sono meno prefigurabili e determinabili. Nessuno è in grado di dire se, intraprendendo un percorso scolastico, un o una giovane troverà un’occupazione coerente al termine. Nello stesso tempo, però, i tragitti individuali si fanno più aperti e con un ventaglio di opportunità così ampio che nessuna generazione in precedenza aveva potuto disporre. I tradizionali punti di riferimento stanno cambiando profondamente e velocemente. Paradossalmente, si potrebbe sostenere che l’unica certezza di cui oggi disponiamo è l’incertezza. Ciò non significa, però, che non siamo più in grado di esprimere progettualità. Ma che queste si declinano necessariamente con tempi più ristretti, con programmazioni corte e flessibili: perché più gestibili, verificabili, riadattabili. Con un processo adattivo all’ambiente esterno, cerchiamo di realizzare pragmaticamente quanto è possibile”.
Secondo l’indagine LaSt i giovani vivono esclusivamente il presente, mentre gli adulti hanno una maggiore capacità di realizzare progetti di lungo periodo. Marini chiarisce che: “Le dimensioni dello spazio e del tempo vengono annullate: non c’è luogo od occasione in cui non siamo raggiungibili allo smartphone; se non possiamo connetterci a Internet sale il disagio e il nervosismo; è possibile vedere programmi televisivi a qualsiasi ora; le informazioni e le relazione via social network devono essere in tempo reale, e così via. Siamo immersi, appunto, in un ‘presente continuo’, siamo ininterrottamente online: dove ieri e domani si confondono con l’odierno, senza soluzione di continuità. Non era così anche solo vent’anni fa. Quando il cellulare non era uno strumento diffuso e per essere raggiunti bisognava attendere di arrivare a casa o in ufficio”.

Il futuro che immaginavamo ieri

Ho comprato l’intera serie di Guerre stellari, la grande saga che ha marcato un periodo ben definito. Ricordo di avere rivisto all’aperto in una calda estate romana sul grande schermo i primi tre film una notte di qualche anno fa. Luke Skywalker, cui Wikipedia dedica più spazio che a un capo di Stato, Ian Solo, le guerre galattiche, i cavalieri Jedi e che “la Forza sia con te” fanno parte della nostra storia. E rappresentano una fantascienza familiare di come immaginare il futuro. Ho convinto mia figlia a vedere con me il primo della serie. Si è addormentata. I tempi sono lenti e più che futuro sembra passato. Mi ha detto: “ma non hanno nemmeno i cellulari…”. Perché l’idea di non avere sempre con sé il proprio smartphone è da uomo delle caverne…
Certo è un’iperbole, ma il futuro che immaginavamo ieri è superato nel tempo e nello spazio. Mentre il futuro di dopodomani non riusciamo ad agganciarlo in termini personali, ma è possibile prevederlo in linee generali.

Robot e artigiani digitali

L’Economist è recentemente uscito con in copertina “Rise of the robot” e un report speciale di parecchie pagine dedicato a quelli che il settimanale definisce Immigrants from the future.
L’idea di fondo è che ci dobbiamo preparare per l’invasione dei robot, che cambierà il modo di pensare la tecnologia (leggi qui). L’Economist racconta che i robot fanno cose che gli uomini non possono fare, come esplorare Marte, e altre che preferiscono evitare, come trattare le bombe inesplose o passare l’aspirapolvere. Il settimanale ricorda che ci sono 10 milioni di robot aspirapolvere che battono i tappeti nel mondo. Fino ad ora i robot non hanno dato un segno tangibile, ma tutto questo è destinato a cambiare. Innanzitutto perché la robotica è sempre più facile. E poi perché cominciano a esserci investimenti interessanti. Google si sta dedicando ai robot e anche Amazon se ne sta occupando.
Le conseguenze benefiche per l’uomo posso essere molte, ma è anche vero che alcune attività potranno rendere il lavoro umano non necessario. Se l'umanità troverà nuovi modi di utilizzare il lavoro, o il futuro sarà dedicato al tempo libero forzato, è una questione dibattuta tra gli economisti.
Ma intanto i robot vanno conquistando spazi. Per esempio nella manifattura (leggi qui). E l’Italia è in buona posizione nell’utilizzo dei robot industriali, subito dopo Corea del Sud, Giappone, Germania e Svezia.
Se questo è il quadro disegnato dall’Economist, che ha una prospettiva mondiale, lo scenario non è molto diverso da noi. E così appaiono articoli che raccontano come il coach ideale è un robot oppure che raccontano di una Silicon valley sul Tevere dove gli artigiani digitali disegnano il nostro futuro (leggi qui). E le stampanti tridimensionali sono in primo piano (leggi qui). Un mondo in cui i giovani e le Università sono in primo piano anche da noi (leggi qui).

Stampami un pezzo di me

Le stampanti 3D trasformano la manifattura e rendono possibili anche pezzi di ricambio di noi stessi. Perché il futuro naturalmente è anche salute. Sempre l’Economist ha dedicato un lungo servizio al bioprinting, alla costruzione di tessuti vivi, anche se è ancora lontana la realizzazione di interi organi per il trapianto. L'invenzione della stampa 3D nel 1980 - chiarisce il settimanale - ha fornito una tecnologia utilizzata per fabbricare di tutto, dalle parti di aeromobili alle protesi. Ma la promessa della stampa biologica 3D è ancora più grande: creare tessuti per la ricerca, lo sviluppo di farmaci e test. L’obiettivo finale è immaginare organi di ricambio, come il rene o il pancreas, per chi ha bisogno di un trapianto. Questi pezzi di ricambio potrebbero essere fatti partendo dalle cellule dei pazienti e quindi non provocare reazioni del sistema immunitario. In caso di bisogno potrei dire: “per favore stampami un pezzo di me”.

Big data

L’enorme massa di dati di cui si può oggi disporre modifica sensibilmente la nostra vita. Molto si può prevedere con un margine d’errore davvero limitato. Il bestseller di Kenneth Cukier e Viktor Mayer-Schonberger, Big Data: A Revolution That Will Transform How We Live, Work, and Think, permette di avere un’idea molto chiara delle possibilità e dei rischi che insieme ai benefici si possono correre. Perché se mettendo insieme tutti gli elementi si può arrivare a predire dove e da chi verrà commesso un reato diventa più difficile fermarsi. Come dire, la possibilità di disattivare un evento può condurre a punire la probabilità dell’azione con conseguenze davvero pesanti. In altri termini, è complicato non arrivare a punire un’azione con avverata di cui si ha però certezza. È sostanzialmente la storia del film Minority Report, il problema è che invece di basarsi su premonizioni ci si basa su algoritmi scientifici. E la nostra vita può cambiare non solo in termini di sicurezza, ma anche di salute, di decisioni sul domani.
Per la salute, per esempio, ci si può basare su algoritmi che possono aiutare a definire se anticipare una nascita o meno, se attivare una cura prima che la malattia sia effettivamente comparsa. I Big Data vanno gestiti per non diventarne vittime. Il libro di Cukier e Mayer-Schonberger dedica un intero capitolo al controllo. Da un concetto di tutela della privacy, non attivabile quando non vengono chiesti dati personali cui però si può risalire per fatti concludenti, si passa ad un principio di responsabilità e rendicontazione di chi usa i Big Data. Intoccabile poi il principio della responsabilità personale legata al fatto reale e non solo alle abitudini o alle tendenze. In primo piano anche la figura dell’algoritmista, che lavora i dati e controlli esterni e interni.

Il futuro è un’opera d’arte

Arrivati a questo punto sembrerebbe evidente che tutto è già nelle cose. E invece appaiono nuove tendenze, come quelle disegnate da David Pescovitz, secondo cui non saranno né i dati né i bit a disegnare il futuro, ma gli ‘umanisti ibridi’ e il futuro potrà essere un’opera d’arte (leggi qui).
16 Aprile 2014

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