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IL ©opyright ai tempi del web

Il ©opyright ai tempi del web

L’ultimo caso è stato quello di Wired Italia. L’edizione nostrana di quello che è universalmente riconosciuto come il magazine di riferimento del mondo web-tech a inizi ottobre ha scelto infatti di lanciare il suo nuovo sito internet con contenuti regolati da licenze Creative Commons. Una decisione che ha fatto molto discutere, e che ha portato sotto i riflettori una sigla, CC (che sta per Creative Commons), cui fino ad ora giornalisti, lettori ed esperti di comunicazione avevano prestato il minimo dell’attenzione, e che ora costringe invece tutti a un supplemento di approfondimento. Portando un nuovo elemento nel dibattito editoriale sulla “fine della carta stampata” (uccisa dall’avanzare del web): un dibattito che, più prosegue, più dimostra la sua insensatezza. Insensatezza di cui anche l’avvento, e l’affermarsi sempre più significativo, del Creative Commons è causa.

Una garanzia in più

In pratica la sigla CC, nata nel 2001 dalla fantasia e dagli approfonditi studi del professor Lawrence Lessig, ordinario della facoltà di Giurisprudenza di Stanford, è oggi nel mondo dei contenuti multimediali (testi giornalistici, ma anche opere narrative, studi scientifici, sviluppo di software e naturalmente gallery di immagini, video e file musicali), l’alternativa – o forse meglio dire la “regola complementare” – all’ormai collaudato sistema del copyright come strumento per regolare la proprietà intellettuale di un’opera (o “prodotto dell’ingegno”, come dice la legge) e la sua circolazione. Che individua una via di mezzo tra le stringenti regole del diritto d’autore così come è stato definito da fine Settecento, e il far west della ruberia e della copiatura indiscriminata di tutto ciò che viene pubblicato o veicolato attraverso il web.
Lo rapidità con cui si è sviluppato in web come veicolo di contenuti ha superato la velocità del legislatore nel riuscire a regolamentare gli utilizzi, regolari o meno, del materiale che attraverso il web viene diffuso. In primo luogo, proprio i contenuti di tipo editoriale, sottoposti naturalmente alle regole del copyright tradizionale, come è giusto che sia.
Nel caso di appropriazione e riutilizzo del contenuto di una pagina web, che sia di una testata giornalistica o di un privato, le leggi in vigore non sono in grado di indicare di preciso quali tipologie di reato siano configurabili: si va dal furto di documento elettronico al reato informatico (ex legge 547/93, nelle sue varie specificazioni), al reato di furto ex articolo 624 c.p. fino alla semplice violazione delle norme sul diritto d’autore ex legge 633/41. Dal penale al civile alla semplice ammenda, la giurisprudenza in merito non ha ancora categorie definite. La tutela del diritto d’autore sul web è infatti per il legislatore una materia ancora “nuova”, in cui ancora ci si muove con incertezza, ma così facendo il rischio che si corre è che il giudice arrivi prima dello stesso legislatore a configurare la materia e a disciplinarla per un’innegabile esigenza pratica di dare tutela a situazioni per così dire “ibride”.
Che fare, dunque? Dichiarare solennemente che i contenuti prodotti da un autore, o da un editore, e messi sul web sono tutelati dalle leggi del copyright, e poi sperare che milioni (miliardi?) di navigatori onesti rispettino questa regola pur sapendo di non incorrere per il 99 per cento dei casi in nessuna reale penalizzazione, oppure trovare una formula di tutela dei “diritti inalienabili” di un prodotto d’ingegno e tutelarli attraverso una formula giuridica “internet compliant”?

Patto tra gentiluomini

Il movimento Creative Commons è attivo anche in Italia come associazione non profit dal 2003 (presso il dipartimento di Scienze Giuridiche di Torino e l’Istituto di Elettronica e di Ingegneria dell’Informazione del Cnr), e ha lavorato allo sviluppo di un sistema di regole che tuteli chi produce contenuti veicolati attraverso il web, ma al contempo dia la possibilità a tutti gli utenti di utilizzare in modo libero e responsabile questi contenuti, senza che questo utilizzo di per sé incontrollabile danneggi l’autore, che sia un singolo o, situazione ancora più complessa, che l’autore sia una casa editrice. È lo stesso autore che, nel pubblicare la propria opera sul web (un articolo giornalistico così come un’intera sinfonia musicale o un prezioso reportage fotografico) decide, attraverso una combinazione di permessi e divieti, come può e deve essere utilizzato il proprio prodotto: né limitandone in modo totale la riproduzione, né lasciando il proprio contenuto in balia di una rete senza regole. Una formula di buon senso, insomma, che responsabilizza non le autorità preposte a controllare il corretto utilizzo di un contenuto, ma i singoli utenti che quel contenuto pescano nella rete e devono decidere come riutilizzare. È una specie di patto tra gentiluomini: io ho realizzato quest’opera, la affido alla rete, ti dico che la puoi utilizzare a tuo piacimento tenendo solo conto di poche semplici regole, che dico a te ma tutti gli utenti della rete possono vedere. Sta a te rispettare queste regole; se non le rispetti, tutti gli altri navigatori sapranno che non le hai rispettate, e tu perderai credibilità.

È l’autore che decide

«La parola d’ordine delle CC»spiega Juan Carlos De Martin, responsabile di Creative Commons Italia e docente di Ingegneria informatica al Politecnico di Torino «è “alcuni diritti riservati”, e spiega già molto della loro filosofia. Sono licenze sviluppate per tutelare giuridicamente le opere creative, ma più flessibili rispetto al tradizionale diritto d’autore. Le opzioni fra cui si può scegliere vanno dall’obbligatorietà di indicare chi è l’autore alla possibilità di vietarne l’uso commerciale o il riutilizzo. Fino al diritto di modificarla, ma solo a patto che ogni nuova creazione sia distribuita con la stessa licenza di quella originaria». Tutti hanno una grande libertà d’azione, insomma, ma nessuno può fare il furbo.
In Italia, per esempio, oltre al citato esempio di wired.it anche La Stampa con i suoi vari inserti culturali pubblicati sul sito (il primo è stato TuttoScienze), e la Feltrinelli per quanto riguarda i propri contenuti web, sono alcune grandi realtà editoriali “tradizionali” che hanno scelto di scommettere su questa nuova formula (vedi box in alto).
Una formula che sposa la filosofia originaria del web come spazio aperto alla condivisione, dove il sapere dei singoli non è una “proprietà” ma è il punto di partenza per la costruzione di un sapere condiviso: é la filosofia insomma che ha permesso il boom di fenomeni come Wikipedia, o del browser Firefox o del sistema operativo open source Linux. Oggettini insomma globali, che capitalizzano miliardi, ma che per acquistare valore non hanno deciso di chiudersi sotto una tutela proprietaria, ma di aprirsi al contributo della rete e di crescere attraverso la compartecipazione degli utenti, e facendo crescere di conseguenza la propria notorietà, influenza e fruizione. Senza limiti. O, meglio, senza troppi limiti.

Ogni simbolo un tipo di licenza

Ecco i simboli che compaiono accanto ai contenuti che circolano sulla rete in regime di Creative Commons, e i loro significati.aaa
Attribuzione (BY) - Bisogna sempre indicare l’autore dell’opera in modo che sia sempre possibile attribuirne la paternità.
Non uso commerciale (NC) - Chiunque può riprodurre, trascrivere, eseguire e distribuire purché non a scopo di lucro, attribuendo sempre la paternità come definito nel primo attributo.
Non opere derivate (ND) - Non sono consentite elaborazioni dell’opera creativa. L’autore conserva il diritto di rivendicare la paternità dell’opera e di opporsi a qualsiasi deformazione, mutilazione od altra modificazione, e a ogni atto a danno dell’opera stessa, che possano essere di pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione.
Condividi allo stesso modo (SA) - Si può modificare l’opera ma l’opera modificata deve essere rilasciata secondo le stesse condizioni scelte dall’autore originale.

Cosa sono le Creative Commons

Le licenze Creative Commons (CC) offrono sei diverse articolazioni dei diritti d’autore per artisti, giornalisti, docenti, istituzioni e, in genere, creatori di contenuti. Il detentore dei diritti può non autorizzare a priori usi prevalentemente commerciali dell’opera (opzione “Non commerciale”, acronimo inglese NC) o la creazione di opere derivate (“Non opere derivate”, acronimo ND); e se sono possibili opere derivate, può imporre l’obbligo di rilasciarle con la stessa licenza dell’opera originaria (“Condividi allo stesso modo”, acronimo SA, da “Share-Alike”). Le combinazioni di queste scelte generano le sei licenze CC, disponibili anche in versione italiana, grazie al lavoro di traduzione e adattamento al quadro giuridico italiano delle licenze ideate e stabilite negli Usa effettuati dal Dipartimento di Scienze Giuridiche di Torino e dall’Istituto di Elettronica e di Ingegneria dell’Informazione del Cnr (Ieiit).
Ecco le sei licenze che regolamentano il Creative Commons:
1. La prima prevede l’obbligatorietà di citare sempre il nome dell’autore dell’opera.
2. La seconda sancisce il divieto di fare un uso ai fini di lucro del lavoro.
3. La terza licenza aggiunge il divieto di modificare l’originale.
4. La quarta consente la commercializzazione dell’opera presa da internet e la produzione di opere derivate.
5. La quinta e la sesta contemplano che se si modifica un’opera bisogna poi farla circolare con la stessa tipologia di licenza dell’originale.
6. La sesta aggiunge anche il divieto di fare del prodotto un uso commerciale.

Con l’avvento dell’e-book si ridiscutono anche i diritti degli scrittori

Se la libera e incontrollabile circolazione sul web di articoli, testi, immagini sta cambiando l’approccio al classico copyright, un altro aspetto del progresso digitale mette in discussione le certezze di manager editoriali e agenti letterari: stiamo parlando dell’avanzata, anche sul mercato italiano, dell’e-book. Se fino a pochi mesi fa scaricare un libro digitale era operazione per pochi adepti, durante quest’autunno tutte le principali case editrici si sono lanciate nella definizione di un catalogo significativo di titoli in formato digitale in vista del boom di acquisti e download previsto per il Natale.aa

Cambiano gli equilibri?

Un’accelerazione che ha costretto a una revisione del rodato sistema autore-agente letterario-casa editrice. Dove il primo produceva un bene intellettuale, il libro, l’agente lo proponeva al mercato attribuendogli un valore economico, e la casa editrice interessata, che aveva gli strumenti e la forza economica per editare, stampare e distribuire il volume, se ne aggiudicava il “possesso” riconoscendo parte dei diritti all’autore. Ora il libro digitale, che potrebbe in teoria essere veicolato direttamente dall’autore al lettore senza mediazioni, ha messo in dubbio questa catena.
Come sta avvenendo in tutto il mondo, anche le case editrici italiane – singole (come Mondadori, che ha stretto un accordo con Telecom Italia) o consorziate (come il consorzio eDigita, che raccoglie Feltrinelli, Messaggerie e Rcs) – hanno innanzitutto dovuto rivedere tutti i contratti con i propri agenti-autori: non tutti gli editori, infatti, sono stati negli anni passati così previdenti da assicurarsi, di un libro, oltre che i diritti per la circolazione cartacea anche quelli per la vendita digitale. Dall’altra parte, agenti e autori non sempre hanno accettato di buon grado che un ulteriore sfruttamento della propria opera da parte degli editori non vedesse un relativo riconoscimento economico.

Il caso Wylie

A rendere dirompente questa situazione è stato il caso di Andrew Wylie, uno dei più potenti agenti letterari americani (detto la volpe, o lo squalo), che ha preteso di ridiscutere le royalties riconosciute ai suoi autori con il passaggio alle edizioni digitali. Di fronte alle resistenze degli editori, Wylie ha fondato una propria casa editrice, la Odissey Editions, ha rotto gli accordi con i proprietari dei diritti (in particolare con la Random House) e si è accordato in primo luogo con Amazon, poi con Apple e Google per la vendita in digitale dei titoli dei suoi autori. Gli avvocati di Random House si sono mossi con altrettanta spietatezza, minacciando di portare Wylie in tribunale se non avesse cessato la sua azione: i diritti sui libri, dicono, sono di proprietà delle case editrici che li hanno acquistati, sia che li veicolino in formato cartaceo, sia che li distribuiscano in forma digitale. L’escalation di carte legali e minacce che si è scatenata con questo braccio di ferro ha portato alla resa di Wylie, che però è riuscito a farsi riconoscere, e a far riconoscere ai propri autori, un aumento delle fee sui diritti.

E in Italia...

In Italia nessuno, per ora, ha voluto alzare la posta e fare clamore: ma Roberto Santachiara, potente agente (che rappresenta tra gli altri anche Roberto Saviano), ha sottolineato come un e-book abbia dei costi di distribuzione e di produzione nettamente inferiori a un volume cartaceo, eppure a fronte di un e-book venduto se la casa editrice incassa 10 euro, all’autore ne vanno solo in media 1,4. Percentuale giustificabile con la “scusa” dei costi di stampa, carta e distribuzione. Un po’ pochi, visto che il digitale non ha costi fisici. A qualche scrittore potrebbe venire la voglia di “mettersi in proprio”...

La sfida lanciata da wired.it

Ecco la lettera scritta da , direttore di Wired Italia, al direttore de Il Sole 24Ore attraverso la quale, partendo da un fatto contingente di copyright violato, Luna ha lanciato la sfida del Creative Commons.
Caro direttore, io non so se davvero “Il Web è morto”, come ha raccontato Wired Us ad agosto, ma so per certo come te che il copyright non sta per niente bene. La facilità con cui oggi si fa una copia digitale di quasi tutto e la cultura della condivisione della conoscenza che è propria della Rete, hanno improvvisamente reso vecchissime norme e principi che in effetti vecchi sono. E non più attuali.
Perché dico queste cose proprio a te? Intanto perché sei un appassionato di Internet della prima ora. E poi perché quello che ha fatto il tuo Sole24Ore questa estate mi ha lasciato stupefatto. Ti spiego, nel caso non sapessi esattamente come sono andate le cose (i direttori non possono sapere tutto, questo lo so anche io). Allora, Wired Us esce con questa copertina storica, “The Web Is Dead”: in Rete se ne rumoreggiava da settimane e tu sei stato il primo in Italia a ritwittarla chiedendo all’ottimo Luca De Biase di farci un pezzo. Bene, anzi, benissimo.
Passano due giorni, il dibattito si infiamma e cosa fa il sito del Sole24Ore, cioè del quotidiano di Confindustria? Prende i due pezzi che sostengono la cover story americana, quello di Chris Anderson e quello di Michael Wolff, e li ripubblica. Non ampi brani. Integralmente. In un’ottima (ve lo riconosco) traduzione italiana. Come se fossero roba vostra. E cosa aggiunge sotto, in calce ai due articoli? Quella insopportabile scritta che tutti gli editori italiani da qualche mese adottano su tutto: “riproduzione riservata”, hai visto mai che qualcuno volesse ripubblicarli sul proprio blog...
Intanto, per finire la frittata, un articolo di cronaca sul tema invitava esplicitamente a leggersi i due articoli tradotti che – per inciso – io non potevo usare per due mesi dovendo rispettare la legge. Complimenti. Ora caro direttore non avrei certo sprecato una lettera aperta per una sgradevole questione di diritti fra editori se non intravedessi in questo incidente l’occasione per parlare finalmente di copyright su Internet. Per superarlo.
Ti dico come la penso. Continuare a stabilire per ogni opera che “tutti i diritti sono riservati” non ha senso. Non ha senso perché danneggia la circolazione delle idee e della conoscenza e non ha senso perché limita la possibilità degli autori di farsi conoscere. Naturalmente un libro, un film, una canzone o un programma tv hanno esigenze diverse ma, come mi disse una volta Cory Doctorow, «il mio problema non è essere copiato, è essere ignorato». Magari qualcuno avesse voglia di prendere questa paginetta e condividerla su Facebook o sul proprio blog: lo ringrazierei.
Che fare? La soluzione, come sai caro direttore, non è la pirateria, ma Creative Commons. Ovvero, stabilire che solo “alcuni diritti sono riservati”. Quali dipende caso per caso, ma, per esempio, se vuoi condividere un articolo con i tuoi amici senza farci soldi non è mica un reato, ci mancherebbe: basta che mi citi e metti un link all’originale. È una strada così semplice e ragionevole che non capisco perché in Italia stenti a decollare.
Cioè, lo capisco solo come frutto dell’ignoranza. Nessuno o quasi sa di cosa stiamo parlando. Tocca a noi spiegarlo. Anche con i fatti. Per questo il nuovo sito di Wired adotterà una delle licenze Creative Commons: un piccolo passo nella direzione giusta, un chiaro segnale per tutti gli altri.  A cominciare dai grandi gruppi industriali che vedono pirati ovunque invocando punizioni esemplari.
Tu, direttore, come la pensi? Qual è la posizione sul copyright del quotidiano di Confindustria? Escludendo che sia quella di prendersi i pezzi degli altri e metterci il proprio bollino, come avete malaccortamente fatto, c’è spazio per promuovere assieme un grande momento di riflessione concreta sul tema che renda questo paese più adulto e la circolazione delle idee più libera?
Io sono pronto.

Dove sperimentare la fruizione creative commons

Ecco alcuni esempi di prodotti editoriali e contenuti noti ai lettori/utenti italiani che sono regolamentati da licenze Creative Commons.
Internazionale. Il settimanale Internazionale pubblica tutti gli articoli originali con una licenza Creative Commons BY-NC-SA.
La Stampa. Il quotidiano pubblica vari inserti culturali, ad esempio TuttoScienze, con una licenza Creative Commons BY-NC-ND.
Yahoo! Creative Commons Search ( http://search.yahoo.com/cc ) è la sezione di Yahoo! che individua sul web i contenuti coperti da licenze CC.
Flickr. Il più grande archivio mondiale di immagini ha un’apposita Creative Commons Search che individua le fotografie regolate da licenze CC.

Diritti aperti: un sistema per limitare la fuga di cervelli

Se le case editrici solo ora stanno cominciando a sperimentare le licenze Creative Commons, in ambito scientifico questo sistema di tutela e condivisione è già diffuso e riconosciuto da molti anni, da quando il Mit di Boston ha scelto di applicare il CC alla quasi totalità delle proprie pubblicazioni. Una filosofia “aperta” da cui si è sviluppata, nel settore della web technology, la produzione di contenuti Open Access, un canale alternativo e complementare di libera diffusione dei risultati della ricerca scientifica.
In occasione dell’ultima Open Access Week (che si è svolta in contemporanea in tutto il mondo, e in Italia in diverse città dal 18 al 24 ottobre scorso - www.openaccessweek.org ) numerose personalità del mondo della ricerca si sono confrontate sulle opportunità offerte dall’Open Access. Vantaggi di cui usufruiscono soprattutto i centri di ricerca d’eccellenza delle università che vanno dalla maggiore visibilità delle pubblicazioni scientifiche, che si traduce in maggiori citazioni (fino al 300% a seconda della disciplina), alla diffusione immediata dei risultati delle ricerche, fino alla possibilità di nuove forme innovative di peer review aperta.
229 fra enti di finanziamento della ricerca e prestigiose università nel mondo (Harvard, Mit, Cern, Nih…) hanno già adottato politiche di obbligo a depositare in Open Access (in Italia: Telethon dal 2010), e la stessa Unione Europea nel 7° Programma quadro ha avviato un Progetto pilota Open Access che prevede l’obbligo di deposito in Open Access per le ricerche finanziate in sei discipline: energia, ambiente, salute, Ict, scienze sociali, scienze umane. Il progetto OpenAire lo sostiene a livello di infrastrutture.
1 Dicembre 2010

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