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Il web è morto. Ucciso dalle app

Il web è morto. Ucciso dalle app

I dati sulla navigazione in mobilità confermano il duro sorpasso delle applicazioni chiuse rispetto alla rete "aperta". Mettendo in crisi quella filosofia di libertà che ha dato origine a Internet. Il dibattito, lanciato dal Wall Street Journal, è aperto. E in Italia ...
Mattia Schieppati
Non è solo un fatto di statistiche. E cioè il dato secondo il quale, a livello globale, si trascorrono ogni giorno 2 ore e 19 minuti nell’utilizzo delle app contro i soli 22 minuti spesi nella navigazione web. Un dato sorprendente, quasi incredibile: uno sbilanciamento che vale soprattutto se si parla di device mobili, smartphone e tablet: con il nostro telefonino utilizziamo l'86% del tempo in app, e solo il 14% per navigare sul web. Il motivo? Perché è più comodo e immediato.
Quanto tempo si trascorre su app e su web con smartphone o tablet?
Ma anche perché le app vengono realizzate già con quel tipo di ottimizzazione per mobile che le rende meglio fruibili rispetto alla "macchinosità" di pagine web nate prevalentemente per un utilizzo da pc. È partendo da questi dati messi nero su bianco da una ricerca sviluppata dall'istituto di analisi Flurry che il Wall Street Journal ha rilanciato un quesito su cui filosofi dell'era digitale e analisti si confrontano da tempo, ovvero - per metterla in termini mediaticamente accattivanti - il web è destinato a essere ucciso dalle app (qui l'articolo del WSJ).
Più che di uno scenario apocalittico, si tratta di un dibattito accademico che va oltre le singole statistiche sulla frequenza di utilizzo da parte degli utenti di un sistema piuttosto che dell'altro (il tema era stato lanciato, oltre quattro anni fa, da Chris Anderson, direttore di Wired, un vero visionario: qui il lungo articolo che per primo pose la questione) e va dritto alle radici filosofiche e teoriche sulla base delle quali il web è nato e ha conquistato il mondo. Presupposti che vengono completamente ribaltati dalla "filosofia" delle app.
Le app più utilizzate
In sintesi: il web è uno spazio aperto e condiviso, un linguaggio unificante che permette di mettere in comunicazione sistemi tecnologici e infrastrutture differenti per lo scambio di informazioni in maniera orizzontale e universale. Le app sono "giardini chiusi" (wallet gardens, il termine gergale), ovvero sistemi proprietari e spesso monofunzione che vengono realizzati per assolvere a un singolo bisogno (il meteo piuttosto che il gaming, ecc.) e rimangono a uso esclusivo dell'utente che le ha scaricate sul proprio dispositivo (molto spesso, a pagamento). La app è un servizio, una merce, mentre il web è una piattaforma, un linguaggio, dicono i puristi dell'era digitale. La app non sarebbe altro, insomma, che la deriva commerciale (e parziale) delle infinite potenzialità che la rete Internet può (potrebbe) mettere a disposizione.
Una deriva redditizia, se si considera che solo in Italia il mercato delle app ha mosso nel 2014 qualcosa come 24,5 miliardi di euro, ma soprattutto molto poco democratico, visto che il grosso di questo mercato è dominato da una élite di una cinquantina di aziende che producono l'81% delle 700 top-app scaricate a livello mondiale (dati dell'ultimo report Midia Research, riportati da Forbes). Di queste top-app, l’85% riguarda il gaming, staccatissimi i social network (4,1%), le app di dating (circa il 4%) e le app di navigazione (circa il 3%). Non solo: se sono poche le aziende che stanno monopolizzando il mercato della realizzazione delle app, ancora meno - siamo ai limiti del "cartello" - quelle che ne consentono la commercializzazione attraverso i propri store. E torniamo alle quattro solite note: Apple, Google, Microsoft e Amazon.
Questione non da poco. Come avverte il Wall Street Journal, «c’è qualcosa di sinistro in questo: la fine dell’apertura che ha consentito alle aziende Internet di crescere e diventare fra le più potenti e importanti del XXI secolo. Il web non è perfetto» continua il WSJ, «ma ha creato aree in cui ci può scambiare informazioni e beni. Ha costretto le aziende a creare tecnologia compatibile con quella delle rivali. Ora, invece, con l’ascesa delle app sono gli stessi architetti del web ad abbandonarlo. E un esempio è Inbox di Google, disponibile per Android e iOs ma che sul web non funziona su nessun browser a eccezione di Chrome». Insomma, la grande fratellanza ipotizzata da chi aveva creato la rete alle origini nel mondo delle app non trova spazio. Anzi, le app sono il simbolo di quella competizione che nel web non aveva spazio. «In sordina», conclude il WSJ, «c’è una una guerra fredda tra le aziende per imporre i loro store di app a danno sia delle altre aziende sia della stessa innovazione tecnologica».
14 Gennaio 2015

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