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Il web? Un'opportunità da 3.200 miliardi di euro

Il web? Un'opportunità da 3.200 miliardi di euro

Pubblicato il rapporto di Bcg sull'impatto del web sulle economie nazionali entro il 2016. L'Italia cresce dell’11% all’anno, ma l'agenda digitale è in ritardo
Franco Volpi
"The $4.2 Trillion Opportunity", un'opportunità da 4.200 miliardi di dollari, pari a 3.200 miliardi di euro, è il titolo dell'ultimo rapporto pubblicato da The Boston Consulting Group, società internazionale di consulenza ( www.bcgperspectives.com ), che porta nuovi dati a conferma di quella che sembra ormai essere, più che una previsione, una certezza sulle future tendenze della produzione di ricchezza a livello mondiale: la via maestra che può condurre fuori dalla crisi è quella che punta sulla digital economy (il sottotitolo dello studio è infatti chiaro: "How Companies and Countries Can Win in the Digital Economy").
Investire sul digitale ora significa infatti, per le imprese così come per i sistemi paese, cogliere un’opportunità da 3.200 miliardi di euro, perché secondo i calcoli degli analisti del Bcg a tanto ammonterà il valore complessivo dell'economia digitale entro il 2016.
Per quanto riguarda i paesi che fanno parte del G20, già oggi la movimentazione economica legata al web costituisce in media il 4,1% del Pil, ma si tratta di un dato in crescita, e soprattutto con forti differenze tra paese e paese: già oggi infatti i cosiddetti "paesi in via di sviluppo" che fanno parte del club del G20 contano oltre 800 milioni di utenti Internet, più di tutti i paesi sviluppati del G-20 messi insieme.
Anche in conseguenza del boom di questi numeri, mentre nei mercati sviluppati del G-20 l'economia web crescerà dell'8-10% all'anno, nei mercati in via di sviluppo sfiorerà un tasso di crescita del 18%. L’aumento più forte è quello di Argentina e India: addirittura, rispettivamente, +24% e +23% l'anno.
Uno sviluppo che sarà sempre più mobile: lo studio calcola infatti che entro il 2016 quattro connessioni alla rete su cinque saranno effettuate da device mobili, smartphone o tablet.
A godere maggiormente di questa crescita saranno le piccole e medie imprese, in particolare quelle che avranno sviluppato per tempo una buona infrastruttura per l'e-commerce: le aziende che avranno aperto questo canale di business cresceranno del 22% in più all'anno rispetto alle Pmi che non sceglieranno la rete come canale di vendita.

E l'Italia?

Non male, secondo il rapporto, che la premia con una crescita media della web economy tricolore pari all'11% all'anno da qui al 2016, rispetto al 7,8% della Germania e al 5% degli Usa, mercati del resto già più maturi da questo punto di vista. Tradotto in cifre, significa che in Italia l’e-commerce più che raddoppierà il proprio volume d'affari nei prossimi 4 anni, passando da 15 a 38 miliardi di euro, mentre l’advertising online triplicherà, crescendo da 1 a 3 miliardi di euro.
Tanto? L’Italia, in realtà, potrebbe sfruttare in modo ancora più corposo questa opportunità da 3.200 miliardi di euro. Ci ha pensato infatti un altro report, quello sullo sviluppo digitale dell’Italia pubblicato a fine 2011 dal Digital Advisory Group (un gruppo di oltre 30 società ed istituzioni legate a vario titolo all’Ict, www.digitaladvisorygroup.it ), a denunciare gli ostacoli che ancora tarpano le ali nella penisola a una sana e robusta crescita del digitale:
  • scarsa velocità e affidabilità della banda larga (per esempio ogni giorno, in media, più di 200 uffici postali non sono in grado di operare a causa di problemi di connessione);
  • insufficiente comunicazione riguardo i servizi online della Pubblica Amministrazione (il Piano E-Gov 2012 ha ampliato notevolmente l’offerta di servizi, che però vengono usati poco perché spesso la gente non sa che esistono);
  • limiti nel quadro normativo (legislazioni troppo restrittive, interpretazioni troppo differenti fra loro in sede giudiziaria, e in generale un approccio troppo rigido, specie sul diritto d’autore, volto più alla tutela della forma che non del risultato);
  • carenza di competenze digitali (la formazione di “imprenditori digitali” è snobbata da larga parte delle università italiane e quei pochi che vengono formati, ovviamente, scappano all’estero).
22 Marzo 2012

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