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Imprese e crescita: l'innovazione è la chiave di volta

Imprese e crescita: l'innovazione è la chiave di volta

Tra esigenze di rafforzamento patrimoniale delle aziende e nuove regole per lo sbarco in Borsa delle Pmi, si rendono necessari una svolta culturale per aprirsi al private equity e un contributo attivo delle banche italiane al sostegno dell’economia. Ne parla su Bancaforte.it Giovanni Sabatini, Direttore Generale dell’ABI
Francesco Di Marco, Gianluca Smiriglia
Giovanni Sabatini espone la sua analisi sulle leve di crescita delle imprese italiane e le sue proposte alle costanti richieste di interventi migliorativi in grado di allineare la normativa di settore a quella europea.

Borsa e mercato di capitali: un’alternativa possibile al credito bancario per la crescita delle imprese?

Non è solo una questione di dimensioni o fatturato, ma è un tema che investe aspetti quasi culturali: un imprenditore che vuole avviare un processo di quotazione per la propria impresa non può prescindere da un cambio di mentalità. Deve accettare, ad esempio, l’effetto diluitivo sul capitale della propria azienda e il confronto con altri azionisti.

Ma in concreto quali iniziative sono state avviate per agevolare la quotazione per le Pmi?

Già dal 2010, l'ABI e la Borsa Italiana hanno siglato un accordo ad hoc che prevede linee di credito dedicate a società neo-quotate per finanziarne i programmi di crescita. Accanto a ciò sarebbe utile valutare interventi correttivi per superare alcune distorsioni nelle scelte di finanziamento delle imprese: l’attuale normativa fiscale incentiva più le forme di indebitamento rispetto all’immissione di capitale proprio. Finisce così che le imprese restano in stragrande maggioranza sottocapitalizzate.

Cosa impedisce una maggiore patrimonializzazione?

Intanto la patrimonializzazione deve essere un’esigenza dell’impresa per aumentare la sua massa critica, accrescere la sua dimensione e competere con più forza nel mercato globale. Invece, in Italia, con una struttura produttiva di microimprese che valgono il 90% del Pil, sottocapitalizzazione e indebitamento creano i maggiori scompensi e si riflettono sul grado di competizione e di internazionalizzazione delle stesse aziende. Le sole imprese fino a 10 milioni di fatturato hanno un rapporto debito-equity superiore al 100%, un livello unico in Europa.

Con una struttura diversa le imprese avrebbero retto meglio alla crisi?

Chi non ha avviato per tempo un percorso di rafforzamento ed evoluzione dei prodotti e dei processi non ha certamente migliorato la propria capacità di reagire a livello globale. La crisi, infatti, ha toccato meno proprio le imprese che hanno saputo innovare. In questo senso un fondo di private equity può stimolare i processi di innovazione e di miglioramento della gestione che tradizionalmente i piccoli imprenditori sono meno propensi ad avviare.

E le banche che ruolo hanno avuto?

L’industria bancaria è stata sempre vicino alle Pmi. Non poteva essere altrimenti poiché la nostra specificità è fare principalmente credito e non soprattutto finanza, come nei Paesi anglosassoni. Sin dal 2009 abbiamo partecipato attivamente a tutte le iniziative di Sistema Paese come la prima moratoria, che prevedeva, oltre alla sospensione del rimborso delle quote capitale dei muti, anche incentivi alla capitalizzazione delle imprese. Nel nuovo avviso comune, sottoscritto a febbraio 2011, la misura è stata confermata e migliorata.
C’è poi il Fondo Italiano di Investimento, strumento misto pubblico e privato con una forte dotazione di 1,2 miliardi. Può far capire agli imprenditori più piccoli che l’ingresso di capitale privato di terzi nell’impresa non deve essere temuto.

In questo scenario, come intervengono le attuali criticità sul fronte del funding obbligazionario delle banche?

Attualmente le banche si trovano ad affrontare più di una criticità sui costi di raccolta. In tema di tassi sulle obbligazioni, ad esempio, gli istituti hanno dovuto scontare tanto le difficoltà settoriali, soprattutto nella prima parte della recente crisi globale, quanto il rischio Paese che ancora oggi impatta sulla raccolta nei mercati internazionali.
Stanti le condizioni attuali, quella dei tassi è una problematica cui le banche, e non solo loro, dovranno far fronte nel medio periodo, soprattutto se le tensioni sui tassi italiani dovessero trasferirsi anche sul segmento a breve termine, come sembra stia accadendo da qualche mese. Ciò detto, è ipotizzabile che l’entrata in vigore della nuova disciplina di Basilea 3 comporterà un aumento del costo del funding obbligazionario per esigenze di capitale regolamentare.

In che modo questi fattori influenzano la raccolta?

Le tensioni sul rischio sovrano si riflettono sulle emissioni dei bond delle banche italiane, rappresentando un elemento d'incertezza per il settore, con il conseguente rischio di riduzione degli impieghi al sistema produttivo. Le obbligazioni bancarie in scadenza a fine 2011 sono stimate attorno ai 200 miliardi di euro, sostanzialmente stabili rispetto ai 209 miliardi di bond scaduti a fine 2010. Non si tratta di cifre particolarmente preoccupanti, perché, pur trattandosi di volumi significativi, parte del fabbisogno è stato rifinanziato, mentre, per la parte rimanente, è lecito attendersi elementi di criticità.

Al di là delle difficoltà sul fronte della raccolta, le banche italiane sono oggi chiamate ad intervenire con iniezioni di capitale alla luce dei nuovi parametri di Basilea3.

Le banche italiane lo stanno facendo e sono orgogliose di non essere state un problema per l'Italia durante la crisi e di riuscire ora a raccogliere sul mercato le risorse necessarie per adeguare il patrimonio ai nuovi standard di vigilanza.
6 Giugno 2011

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