11 Dicembre 2018 / 14:00
L'intelligenza artificiale sarà made in China

 
Scenari

L'intelligenza artificiale sarà made in China

di Mattia Schieppati - 13 Dicembre 2017
Silicon Valley addio. Lo dice il numero uno di Google, lo confermano i dati: tra 5 anni la leadership nel campo più avanzato della tecnologia sarà di Pechino. Secondo Forbes, la Cina batte gli Usa 6 a 0 e vince in tutti i campi: numero di cervelli, dati, economie di scala, supporto del governo, regole favorevoli … Aziende italiane, cominciate a guardare a Est.
«Potremo contare su un vantaggio ancora per i prossimi cinque anni, poi sarà la Cina a guidare il gioco». Non è una profezia da uomo della strada, ma sono parole pronunciate da Eric Schmidt, numero uno di Alphabet, la società che controlla (tra le altre) Google, in occasione dell'ultimo Artificial Intelligence & Global Security Summit. Tema: l'intelligenza artificiale, ovvero l'insieme di tecnologie verso cui stanno convergendo tutti i giganti del tech e i sistemi-Paese, e che rappresenta la vera frontiera dell'innovazione.
Una frontiera per guardare la quale, con molta probabilità, non dovremo più affacciarci dalle parti della californiana Silicon Valley, come è stato negli ultimi 30 anni, ma bisognerà cominciare a imparare a guardare a Est, oltre la Grande Muraglia. «La loro forza?», prosegue Schmidt, facendo riferimento ai big cinesi della tecnologia, «è che sono bravi e soprattutto hanno un governo che sostiene la loro crescita». "Governo" che significa, innanzitutto, l'apparato militare, in quanto in un futuro che è ormai già presente sia le guerre sul campo che quelle nel cyberspazio saranno sempre più condotte da macchine contro macchine (qui l'approfondimento dal sito del Dipartimento della Difesa statunitense).

Pechino investe, Washington no

Frecciatina a Trump a parte (il bilancio Usa di incentivi alla ricerca del 2018 è di 4,3 miliardi di dollari, il 13% in meno rispetto al 2016), effettivamente qualche problema c'è, se addirittura la realtà occidentale oggi più potente e avanzata sul fronte del machine learning e dell'artificial intelligence, qual è la galassia Google, prevede che tra solo 5 anni, per quanti sforzi si possano fare, la partita passerà dall'altra parte dell'emisfero. Per fare un esempio: la scorsa settimana un fondo di investimento statale cinese ha investito 460 milioni di dollari in una start-up con sede a Pechino, Megvii, che sta sviluppando sistemi di riconoscimento facciale. E il piano pubblicato dal Ministero delle Finanze cinese ha messo a budget 1 miliardo di dollari di investimenti solamente per start-up che si occupano di sviluppo dell'intelligenza artificiale.
Solidi punti di riferimento sono i tre giganti del tech, Alibaba, Baidu e Tencent, che cavalcano e beneficiano di questa locomotiva lanciata a mille all'ora: Baidu ha investito su un lab interno per lo sviluppo del progetto di auto autonoma, che secondo i piani sarà sulle strade entro il 2020. Alibaba ha messo a budget 15 miliardi di dollari per reclutare, nei prossimi tre anni, i migliori talenti a livello mondiale nel campo dell'intelligenza artificiale.
Naturale quindi che le dichiarazioni di Schmidt, unite a questi numeri ufficiali, abbiano infiammato il dibattito, e abbiano definitivamente acceso il faro su cosa le imprese cinesi e il governo di Pechino stiano davvero facendo per costruire questa strada verso il dominio globale dell'intelligenza artificiale.

Intelligenza non artificiale

Una ricerca della Nikkei Asian Review ha calcolato il numero di pubblicazioni accademiche sull’intelligenza artificiale realizzate tra il 2012 e il 2016, dimostrando come la sfida a raggiungere il primato in questo campo sia ormai un percorso di sistema-Paese, con le università del Sol Levante impegnate in prima fila: tre delle prime dieci posizioni sono occupate dalla Cina. Dietro Microsoft, che resta leader nell'ambito della ricerca, al secondo c’è la Nanyang Technological University di Singapore e al terzo la Chinese Academy of Science; quindi, al nono posto, la Tsinghua University, subito dopo Google.
Pechino, senza troppo nascondersi dietro a segreti e indiscrezioni, ha ufficialmente predisposto un piano per divenire il leader mondiale della AI entro il 2030, mirando a superare i suoi competitor e a creare un’industria nazionale che valga almeno 150 miliardi di dollari. Secondo gli esperti, la Cina avrebbe già più dei 2/5 degli scienziati esperti in AI del mondo; il numero dei brevetti in questo campo è cresciuto del 200% negli ultimi anni, anche se gli Usa sono ancora primi. I vantaggi che consentono di correre a doppia velocità rispetto agli altri sono diversi.
Il primo, fondamentale, riguarda le regole del commercio mondiale stabilite a livello di Wto, viziate da una non indifferente ingenuità strategica occidentale: quando la Cina entrò nella Wto nel 2001, i negoziatori americani concessero a Pechino - la Cina era considerata allora "in via di sviluppo" - una certa libertà d’azione, una posizione che più tardi fu supportata anche dall’amministrazione di George W. Bush. Come Paese in via di sviluppo, alla Cina fu permesso di limitare l’accesso al suo mercato per le compagnie americane che non fossero impegnate in joint venture con partner locali. Senza che ci fosse un vice-versa per le imprese cinesi. Pechino promise di togliere tali norme man mano che la sua economia fosse divenuta matura. Ma non lo ha fatto. Non solo: con i suoi 1,4 miliardi di abitanti e 730 milioni di persone connesse al web, la Cina genera dati più di qualunque altro Paese. Un enorme volume di informazioni che costituiscono il più importante ingrediente della intelligenza artificiale perché consentono alle macchine di imparare. Senza dire che Pechino è già leader in campi strategici per la sicurezza nazionale, come le tecnologie per la trasmissione quantistica (ossia di messaggi cifrati inviolabili) e nella fabbricazione di droni che sono stati usati pure dall’esercito Usa.

Cina-Usa: 6 a 0

Nel valutare perché e come la Cina può davvero vincere questa sfida, è molto efficace l'analisi di Gill Press, giornalista di Forbes, che ha messo in fila i 6 motivi per cui il Dragone ha le carte in regola per dominare, a breve, lo sviluppo dell'intelligenza artificiale. Vediamoli:

1. La quantità di cervelli

I papers di ricercatori cinesi presentati in occasione di convegni scientifici sul tema dell'intelligenza artificiale sono cresciuti dal 23,2% del 2006 al 42,8% del 2015, e arriveranno al 55,8% quest'anno. Oltre la metà di quel che si pubblica a livello accademico su questo tema è made in China.

2. La quantità di dati

A parità di avanzamento degli algoritmi, la differenza nella velocità di autoapprendimento delle macchine è dato dalla quantità di dati che possono processare, e quindi sui quali "imparare". È evidente come i dati dei 323 milioni di cittadini Usa sono nulla rispetto ai dati dell'1,4 miliardi di cinesi. Con in più il fatto che mentre le regole relative alla privacy e alla gestione dei dati in Usa e nel mondo occidentale prendono le difese dell'utente, in Cina vige una maggiore - diciamo così - libertà di azione a favore delle aziende, dal momento che le aziende rispondono al Governo.

3. Innovazione utile

Le aziende cinesi sono più rapide nel tradurre l'innovazione in prodotto o in servizio. Mentre l'innovazione è una sorta di open source, di ecosistema accessibile a tutti, la capacità nella fase di delivery premia Pechino più che la Silicon Valley. A parità di prodotto, Weibo è più funzionale di Twitter, TaoBao di eBay, WeChat di Facebook Messenger, oltre ad avere modelli di business più solidi.

4. Capacità competitiva

Complice la vastità del mercato domestico, le aziende tecnologiche cinesi hanno una maggiore e più rapida capacità di sviluppare attività di scala, elemento chiave nell'ambito del tech, dove la velocità con cui si riesce a raggiungere una grande massa critica è fondamentale per la riuscita di un'azienda. Minori competitor interni, un mercato interno molto più grande, un sistema di regole più leggero e volto a favorire le imprese: ovvio che con questi presupposti il boom di un'azienda cinese, rispetto a una rivale statunitense, richiede una fatica decisamente minore, e non parliamo poi dell'Europa.

5. Supporto governativo

Il Governo cinese, come detto, ha messo questa sfida in cima alla sua agenda, che persegue attraverso sistemi di finanziamento enormi e mirati e regole che garantiscono un ecosistema di sviluppo favorevole. Ancora lo scorso ottobre il presidente Xi Jinping di fronte al 19esimo Congresso del Partito Comunista Cinese ha dichiarato che l'obiettivo è promuovere «una rapida integrazione tra internet, big data, intelligenza artificiale e l'economia reale».

6. Uno spirito "venture".

La competizione sul fronte dell'innovazione digitale è in qualche modo connaturata allo spirito cinese. Accollarsi i rischi d'impresa, sperimentare senza paura di fallire, audacia sono caratteri insiti nella popolazione, a tutti i livelli. Tra Pechino, Shanghai, Shenzen, Singapore si respira insomma un po' quell'aria che circolava trenta-quarant'anni fa tra San Francisco e San José, quando gente come Steve Jobs, Bill Gates e molti altri volevano conquistare il mondo e farlo in fretta, con tanta ambizione e senza stare a fare troppi calcoli. Ora il vento è cambiato ...
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