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L'Ipo di Facebook. La borsa non dice "mi piace"

L'Ipo di Facebook. La borsa non dice "mi piace"

Doveva essere la quotazione del secolo. E invece già al secondo giorno di negoziazioni il titolo del social network perde il 12,31%. Ora in tanti temono che la bolla scoppi...
Franco Volpi
Una chiusura in pari il primo giorno. Un -12,31% il secondo, un altro -9% martedì, poi un piccolo rimbalzino alla chiusura di mercoledì, +3%: una balzello fisiologico, dicono gli esperti, niente che possa far sperare in un inizio di tendenza positivo.
Per Forbes "L'Ipo di Facebook è un fallimento". Per il Wall Street Journal "Dopo l'Ipo di Facebook, Morgan Stanley e Nasdaq nel mirino". "Facebook: non è il momento di comprare", avverte Usa Today. Insomma, non una grande rassegna stampa quella che è arrivata sulla scrivania di Mark Zuckerberg, inventore e numero uno di Facebook, a soli quattro giorni da quella che è stata definita la più grande quotazione del secolo, ovvero l'Ipo - lanciata venerdì sul listino del Nasdaq - del social network da 1 miliardo di utenti.
Un prezzo di 38 dollari per azione la quotazione iniziale, una chiusura quasi in pari e senza entusiasmi la sera del primo giorno, e poi lo scivolone alla riapertura delle contrattazioni lunedì, con il titolo che fa registrare un -12,31% da brivido, e azionisti che vedono bruciati 4,7 dollari per azione. In un week-end.
Cos'è successo? Si potrebbero fare mille dietrologie, ma probabilmente la spiegazione corretta, come spesso accade, è la più semplice e lineare: Facebook è un passatempo divertentissimo, e ha rivoluzionato l'approccio di un miliardo di persone alla rete. Ma, dal punto di vista della solidità economica, del modello di business che può rendere questo giochino remunerativo, non è riuscito a convincere fino in fondo i grandi investitori, quelli che più che all'apparenza guardano alla sostanza.
Nonostante il martellante battage che per mesi ha accompagnato l'annuncio di quotazione, e la stratosferica cifra che, stando al prezzo di quotazione, indicava (e indica) il valore di FB - 104 miliardi di dollari - il dubbio che più di un fenomeno si tratti di una bolla resta. Lo dicono i listini. E lo conferma la reputazione in calo che sta accompagnando questo tonfo finanziario: è gara tra i blogger Usa a irridere nel modo più feroce il gioiellino di Zuckerberg: lo chiamano FailBook, sottolineando la parola "errore", mentre altri, più duri - in perfetto stile nerd, del resto - lo chiamano addirittura FakeBook, che si può tradurre come una via di mezzo tra la truffa e il pasticcio.
Ma a uscire malconci dall'esordio borsistico, in queste prime turbinose ore di mercato, più che Facebook sono due soggetti che in questa avventura ci si sono buttati a capofitto. Da una parte Morgan Stanley, la banca che ha accompagnato la quotazione, accusata di essere stata troppo accondiscendente rispetto alle richieste del proprio cliente, e di aver messo da parte la propria obiettività (che significa anche tutela degli investitori) per fare "quello per cui è pagata", ovvero lanciare una Ipo col botto. Sovrastimando il valore della società, e il prezzo per azione. Inoltre - secondo errore, secondo gli analisti - l'avere immesso sul mercato un numero eccessivo di azioni, oltre 421 milioni.
Sull'altro banco degli imputati sta nientemeno che il Nasdaq, la borsa Usa dei titoli tecnologici, che nei quattro giorni in cui ha avuto puntati addosso gli occhi di tutto il mondo qualche pasticcio l'ha fatto. Innanzitutto, non è piaciuta a tutti la scelta di lanciare la quotazione il venerdì, a ridosso del week-end, concedendo due giorni di tempo a chi ha ragionato su come speculare alla grande sul titolo, vendendo ingenti quote già nei primi minuti della riapertura delle contrattazioni del lunedì. Provocando lo scivolone del titolo e la conseguente "fuga" di altri investitori.
Non solo: come ha confermato Robert Greifeld, Ceo di Nasdaq, nelle fasi di avvio dell'Ipo il sistema informatico che fa girare la borsa newyorkese, tempestato da ordini e cancellazioni, è entrato in quello che tecnicamente è stato definito un "loop" (ovvero è andato in tilt) per alcuni minuti, impedendo a diversi trader di ricevere aggiornamenti sulla propria posizione. "Problemi tecnici" che hanno causato ai broker perdite pari a 100 milioni di dollari, per ripagare gli investitori colpiti dal malfunzionamento.
Ma, al di là di questo avvio tutto in salita, lo scetticismo di alcuni analisti e gestori di fondi - ampiamente interpellati dal Wall Street Journal - cresce se si proietta l'andamento del titolo da qui alle prossime quattro trimestrali, periodo medio rispetto al quale l'acquisto oggi di azioni del social network è giudicato "unappealing", poco attraente. Stando ai dati del primo giorno di Ipo, Facebook è stato lanciato in borsa con una valutazione di 65 volte i suoi utili per azione (EPS) previsti per il 2013. Per fare un paragone, realtà molto più solide e con un business plan molto più chiaro e rodato come Apple e Google, non vanno oltre una valutazione di 12 volte superiore al loro reale profitto. La sproporzione è evidente, soprattutto visto che si sta parlando di una geniale invenzione che però ancora non ha spiegato in modo convincente come intende trasformare in denaro tutte le proprie potenzialità.
Ora che Mark Zuckerberg e soci sono entrati nel mondo dei grandi, insomma, devono stare attenti, perché i "like" e i "dislike" non riguardano più solo foto e post più o meno simpatici, ma possono determinare spostamenti di fortune economiche fatte di diversi zeri. E, se qualcosa nell'andamento di borsa non cambia (in meglio), si registreranno altri lunedì neri come quello della prima settimana di listino, non saranno più in tanti a "chiedere l'amicizia" a Mark, anzi: un gruppo di azionisti, senza nemmeno attendere una settimana, ha già avviato una causa collettiva contro la società, il fondatore (e amministratore delegato) e Morgan Stanley (che ha seguito la quotazione in Borsa). L'accusa è di non avere prontamente comunicato agli investitori che le stime di crescita del social network erano state «ridotte in modo significativo» dagli analisti prima dell'Ipo miliardaria. Ma l'azienda ribatte: «Riteniamo che la causa non abbia motivo e ci difenderemo in modo vigoroso».
24 Maggio 2012

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