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La Sec promuove i tweet, rivoluzione in Borsa?

La Sec promuove i tweet, rivoluzione in Borsa?

L'autorità Usa dichiara che le informazioni pubblicate dalle società quotate sui social media in modo trasparente non costituiscono una turbativa del mercato. E anche i Ceo …
Mattia Schieppati
Una gran liberazione per trader e businessman, che potranno finalmente twittare alla luce del sole, senza nascondersi dietro improbabili pseudonimi, e un passo avanti importante verso il riconoscimento del fatto che i social network rappresentano ormai non più solo un giochino per adolescenti, ma costituiscono dei canali di comunicazione "ufficiali", da considerare come media veri e propri, e non sottocanali confidenziali.
A far fare questo salto di qualità a tweet e post è stata la comunicazione della Sec (Securities and Exchange Commission, l'organo di controllo della Borsa americana) del 2 aprile scorso (leggi il comunicato stampa e l'estratto del documento originale) che, dopo mesi di indagini e di analisi, riconosce e "autorizza" la diffusione attraverso i canali social di informazioni su società quotate anche se queste possono condizionare l'andamento di un titolo, purché diffuse in maniera pubblica. Niente più zone d'ombra per i tweet e i post pubblicati da top manager o da account ufficiali di aziende quotate, messaggi da sempre considerati sempre in bilico tra annuncio "privato", destinato ai follower o agli amici, e comunicazioni che rischiano di infrangere la norma che vieta alle aziende di «dare informazioni riservate in maniera selettiva» (come se, di fatto, si trattasse di insider trading o turbativa di mercato). Tweet e post, da ora, per quanto viaggino su canali che fanno dell'informalità e della diffusione virale il proprio punto di forza, sono paragonati a comunicazioni ufficiali dell'azienda; come se fossero dei comunicati stampa, insomma, anche se nella forma non hanno il paludamento della comunicazione ufficiale rilasciata agli investitori o al mercato. Proprio perché pubblici, in quanto i social media sono canali liberamente accessibili a tutti, non costituiscono "comunicazione preferenziale", e quindi non infrangono nessuna regola. Naturalmente, infatti, restano in vigore le leggi e i regolamenti che disciplinano il tema delle comunicazioni relative a società quotate: questa estensione ai social network non modifica le discipline in vigore (che tutelano gli investitori per esempio da attività di insider trading, o da turbative di mercato), ma solamente estende a dei nuovi canali le regole in vigore per quelli che sono stati fino a oggi – anzi, a ieri – le tradizionali formule di comunicazione corporate.
Ad accendere il caso, e quindi a far sì che si arrivasse a una sentenza storica, è stato il procedimento avviato dalla stessa Sec contro Reed Hastings, Ceo del sito di condivisione di video online Netflix, che lo scorso giugno sulla propria pagina personale di Facebook aveva annunciato con grande entusiasmo che la sua Netflix aveva finalmente superato la soglia del miliardo di visualizzazioni al mese. Una gioia che Hastings aveva voluto condividere con i suoi 200mila amici di Facebook, certo, ma anche una notizia non ancora "protocollata" dagli organismi di controllo e che aveva fatto balzare il titolo della società da 70,45 dollari a 81,72 dollari per azione in un solo giorno. Un balzo che ha spostato qualche decina di milione di dollari, insomma, non proprio una cosa tra amici, e così la Sec si è sentita in dovere di procedere e approfondire la questione.
Un approfondimento che è stato fatto in maniera molto aperta, senza preconcetti. E che ha portato a una decisione che conferma un concetto tanto ovvio - vista l'esplosione delle comunicazioni social - quanto coraggioso da mettere nero su bianco: ovvero la presa d'atto, con grande buon senso, di come il modo di fare informazione sia profondamente cambiato nel giro di pochissimi anni.
Scrive infatti la Sec, nel passaggio chiave del documento che "assolve" Hastings e apre una nuova era nelle comunicazioni di Borsa: «Dal 2008, anno in cui sono state emesse le Linee guida (sulle comunicazioni riguardanti società quotate attraverso i siti web aziendali, ndr), abbiamo assistito a una proliferazione nell'uso dei social media, e la Commissione prende atto del fatto che le società quotate utilizzano in modo crescente i social media per comunicare con gli shareholders e con il mercato in generale. Le modalità attraverso le quali tali società utilizzano i social media di base non differiscono dall'utilizzo di siti internet, blog e feed RSS già previsti dalle Linee guida del 2008». Non solo. La Sec dichiara di «apprezzare il valore e la rilevanza dei canali social nelle comunicazioni di mercato», e «supporta le aziende che sperimentano nuove forme di comunicazione e di engagement con gli azionisti e con il mercato».
Questa novità, che molto probabilmente una volta introdotta a Wall Street potrebbe diventare regola diffusa anche per le altre Borse mondiali (per ora non ci sono ancora pronunciamenti in merito da parte della Consob) rappresenta di sicuro un incentivo per tutte le aziende, quotate o meno, a rafforzare la propria comunicazione via social network, e a riconsiderare i propri account su Facebook, Twitter o Google+ non solo come vetrine statiche ma come veri e propri canali di dialogo e di informazione con gli azionisti, gli stakeholder e il pubblico in generale.
Ma restano aperte molte domande cruciali. Twitter e gli altri social media si aggiungono o sostituiscono gli altri canali d’informazione? Come si integrano con siti Internet, comunicati stampa e il circuito ufficiale Nis di Borsa Italiana? Non bisogna poi dimenticare che una ricerca su Twitter ha la profondità di pochi giorni. E quindi verrebbe meno la reperibilità delle informazioni a distanza di tempo, con evidenti rischi di opacità.
11 Aprile 2013

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