20 Agosto 2018 / 18:35
La smart home italiana? Parte dal maggiordomo digitale

 
Fintech

La smart home italiana? Parte dal maggiordomo digitale

di Mattia Schieppati - 23 Febbraio 2018
La domotica in Italia è un mercato da 250 milioni di euro, che cresce ma è ancora legato a un utilizzo basico dell'intelligenza artificiale applicata alla casa. In attesa che, attraverso sistemi di riconoscimento vocale sempre più evoluti, la casa sia governata da "maggiordomi digitali", l'Osservatorio IoT del Politecnico di Milano fa il punto su potenzialità e limiti della domotica 3.0. E per quanto riguarda sicurezza e privacy ...
Per fare un esempio: se l'adozione di soluzioni smart per la gestione intelligente dei sistemi di riscaldamento diventasse abitudine diffusa, nella sola area di una città come Milano consentirebbe di ridurre le emissioni di anidride carbonica di oltre 54.000 tonnellate di Co2 all’anno, con da un lato evidenti impatti positivi sull’ambiente, dall'altro garantendo un risparmio annuo sui consumi intorno ai 70 milioni di euro per i cittadini (che corrisponde a circa 100 euro/famiglia).
È solo un dato, ma che consente di comprendere come il tema della smart home, della "casa intelligente" popolata e governata da device interconnessi, grazie a sistemi di Internet of Things sempre più raffinati, non sia solo una realtà che riguarda i singoli individui, un apporto di confort ulteriore alle esistenze individuali (azionare l'irrigazione del terrazzo a Roma anche se sono a un meeting a Singapore), ma rappresenti un elemento di sistema che può (e dovrà) avere un forte impatto a livello sociale. La riduzione dell'inquinamento è un aspetto (più che il traffico veicoli, infatti, sono case e stabili aziendali a provocare il maggior impatto ambientale), ma c'è anche il tema della sicurezza o quello del miglior bilanciamento dei tempi vita-lavoro (una casa che, in proiezione, "impara" a gestirsi da sola libera quella risorsa che oggi è sempre più preziosa: il tempo).
Ecco perché è utile scorrere l'approfondimento realizzato dall'Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano (leggi qui), che fa il punto su quanto e come sistemi più o meno evoluti di intelligenza artificiale applicati alla domotica siano entrati nella testa e nelle abitudini degli italiani, e misurare il gap rispetto alle potenzialità che questo settore presenta e presenterà nell'immediato futuro.

Le 10 cose che può fare una casa intelligente

Con l'innesto in elettrodomestici, reti domestiche e device di sistemi di intelligenza artificiale evoluti sempre più "funzioni" della casa beneficeranno dell'IoT. Ecco le principali applicazioni possibili, presenti e future.
1. Assistenza alla persona (ad esempio avvisi in caso di cadute di anziani in casa, assistenza a disabili)
2. Climatizzazione/ riscaldamento (condizionatore, termostato o caldaia regolabili a distanza con Sms o app)
3. Gestione elettrodomestici (accensione/spegnimento da remoto, tramite app, di lavastoviglie, lavatrice, forno a microonde)
4. Gestione scenari (gestione coordinata di diversi oggetti connessi, con la possibilità di creare scenari pre-impostati)
5. Gestione tapparelle e/o tende (chiusura automatica delle tapparelle tramite app)
6. Illuminazione (spegnimento di tutte le luci di casa prima di coricarsi utilizzando lo smartphone, regolazione del colore o dell’intensità luminosa da smartphone)
7. Monitoraggio consumi energetici (controllo a distanza dei consumi dei dispositivi elettrici ed elettronici tramite presa elettrica intelligente)
8. Monitoraggio fumi, allagamenti, incendi, cortocircuiti (servizi di assistenza tecnica a fronte di guasti all’impianto elettrico rilevati da sensori)
9. Sicurezza (impianto di videosorveglianza e videocitofonia con possibilità di accedere alle immagini a distanza e/o da smart Tv; impianto di antintrusione che effettua chiamate in caso di allarme; serrature intelligenti che inviano allarmi in tempo reale in caso di apertura non autorizzata)
10. Salubrità della casa (sensori per monitoraggio temperatura e/o umidità, centraline meteo che forniscono dati tramite WiFi)
Stando ai dati macro, il mercato italiano della smart home è sostanzialmente il linea con il benchmark dell'Europa mediterranea: nel 2017 ha toccato quota 250 milioni di euro, con un significativo +35% rispetto al 2016. Tre le tipologie di soluzioni che trainano il settore nel nostro Paese: applicazioni per la sicurezza (sensori per porte e finestre in grado di rilevare tentativi di infrazione, videocamere di sorveglianza, serrature e videocitofoni); caldaie e termostati connessi per la gestione del riscaldamento; infine,sorpresa, le lavatrici connesse, controllabili via app e dotate in alcuni casi di assistente vocale, che dominano le vendite del comparto elettrodomestici.
Si tratta, come si può intuire, di un mercato ancora estremamente basico, che sembra più mosso dalla curiosità o dalla comodità del momento, che da un investimento "mentale" sulle possibilità che una casa davvero connessa e smart può sviluppare.

I limiti allo sviluppo

Tra le barriere che ancora limitano un miglior sfruttamento delle tecnologie che già sono disponibili, l'Osservatorio ne individua principalmente tre:
1. Il processo di installazione degli oggetti smart. Se sulla carta la maggior parte delle soluzioni disponibili sul mercato (73% delle oltre 370 soluzioni censite) dovrebbe essere installato in autonomia dall’utente finale (Diy – Do It Yourself), alla prova dei fatti non è così e sono ancora troppi i casi in cui l’utente deve poi rivolgersi a un installatore specializzato, con conseguenti costi aggiuntivi.
2. La carenza sul mercato di servizi che effettivamente consentano di creare valore per l’utente: oggi solo nel 27% dei casi è presente almeno un servizio all’interno della soluzione offerta, ma spesso si tratta di servizi “base”, come la gestione dei dati su cloud o l’invio di notifiche push qualora si verifichi un evento non previsto, non sufficienti da soli a soddisfare appieno i bisogni degli utenti.
3. La scarsa forza e riconoscibilità di molti dei brand che oggi presidiano il mercato: a fine 2017 le start-up continuano a giocare un ruolo importante nel panorama smart home (oltre la metà dei prodotti in vendita sono offerti da start-up). Se infatti da un lato queste iniziative possono fungere da “tassello mancante” rispetto all’offerta tradizionalmente veicolata da grandi aziende, dall’altro il mercato presenta soluzioni spesso non percepite come sufficientemente mature e affidabili dai consumatori.

I big del mondo puntano sulla "voce"

Come evidenziano infatti i ricercatori del Politecnico, altro è quel che succede sullo scenario mondiale, statunitense in primis, dove invece la battaglia per la conquista del mercato smart home si sta giocando sugli home speaker. Amazon, Google e, con qualche ritardo, Apple: i grandi Ott hanno infatti a queste latitudini un ruolo di primo piano nell’arena competitiva, puntando a rendere sinergica la proposizione di valore in ambito smart home con il proprio core business. E dove al centro della ricerca e dello sviluppo dei prodotti ci sono sistemi sempre più avanzati di riconoscimento vocale, e la trasformazione sempre più progressiva degli assistenti vocali (Siri, Alexa, Amazon Echo, Google Home) in veri e propri “maggiordomi o governanti”dell'abitazione. Maggiordomi intelligenti, che registrano ed elaborano ogni dato non solo della casa, ma anche di chi ci abita, anticipando le necessità e - lato che può destare qualche preoccupazione - magari anche proponendo prodotti e servizi utili a soddisfarle. E qui ecco che il business indotto entra pesantemente nel tema smart home, aprendo la questione della sicurezza e correttezza nell'ambito della raccolta e gestione dei dati personali e della tutela della privacy.

Anche il Gdpr entra in casa

Proprio su questo tema, si gioca una partita importante. L'entrata in vigore il prossimo 25 maggio della nuova normativa di General Data Protection Regulation (Gdpr) impatterà in maniera significativa anche sui sistemi di smart home. Le aziende produttrici di strumenti di IoT applicati alla domotica rientrano infatti, a tutti gli effetti, nella categoria dei "Titolari" responsabili della raccolta e del trattamento dei dati degli utenti (alla pari delle Telco, delle piattaforme tecnologiche, dei provider, ecc.). «Videocamere, termostati, bambole, lavatrici connesse sono tutti dispositivi presenti in casa in grado di interagire con le persone e con l’ambiente circostante, registrare suoni, girare video e collegarsi a Internet. Questi oggetti sono quindi in grado di raccogliere, elaborare e comunicare dati e informazioni di diverso genere – dalla voce alle password, fino ai gusti, alle preferenze e alle abitudini della famiglia – e presentano quindi possibili rischi per la protezione dei dati del consumatore. Tutto ciò non fa altro che evidenziare quanto le prescrizioni previste dal Gdpr in capo al Titolare del trattamento impattino in maniera notevole in questo ambito», spiega Andrea Reghelin, Senior Advisor dell’Osservatorio. «Nell’era della casa connessa i dati generati dagli oggetti smart sono un elemento chiave: se da un lato abilitano nuove fonti di ricavo per le aziende e contribuiscono a fornire servizi di valore per i consumatori, dall’altro obbligano l’impresa Titolare del trattamento a seguire delle procedure per garantire i diritti delle persone interessate».

Il Gdpr in casa

In base alla nuova normativa del Gdpr, gli operatori impegnati in prodotti e progetti di smart home hanno l'obbligo di:
  • Utilizzo corretto, trasparente e lecito dei dati personali, in base ai principi previsti dal Gdpr
  • Tutela dei dati fin dalla fase della progettazione (“data protection by design”). Questo principio porta a un cambio di prospettiva radicale rispetto a quanto tradizionalmente fatto da molte aziende, perché richiede di anticipare già in fase di progettazione delle soluzioni smart home il tema del trattamento dei dati
  • Trattamento “di default” solo dei dati necessari per ogni specifica finalità, secondo il principio di “minimizzazione” degli stessi (privacy by default). Ciò implica che non sia possibile raccogliere e memorizzare dati per un generico “uso futuro”, ma diventa fondamentale individuare e dichiarare sin da subito la finalità per cui essi sono utilizzati
  • Valutazione di impatto del trattamento, quando esso comporta un rischio elevato per i diritti e le libertà delle persone interessate, soprattutto se effettuato mediante nuove tecnologie (Data Protection Impact Assessment – Dpia);
  • Misure tecniche e organizzative adeguate, per garantire un livello di sicurezza adeguato al rischio emerso in fase di valutazione;
  • Garanzia dell’esercizio dei diritti degli interessati (persone fisiche a cui i dati personali si riferiscono), ivi compreso il diritto alla portabilità dei dati, ai sensi dell’art. 20 del Gdpr.
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