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 La vacanza si fa "sharing"

La vacanza si fa "sharing"

Trovare l'appartamento con AirBnB o l'auto con BlaBlaCar. L'economia della condivisione propone soluzioni che piacciono sempre di più agli italiani, come conferma una recente ricerca Ipsos. Ma restano aperte alcune questioni chiave: regole e fisco su tutto ...
Mattia Schieppati
È un fenomeno che, dal 2011 a oggi, sta attraversand in modo trasversale tutta l'economia mondiale e sta cominciando a individuare un vero e proprio stile di vita. Che stravolge i parametri dei consueti rapporti di mercato e punta sull'accesso e sull'utilizzo, più che sul possesso. Stiamo parlando della cosiddetta sharing economy, che si può tradurre letteralmente come «economia della condivisione» o «consumo collaborativo». Niente fratellanza francescana, né riedizioni comunitariste, ma un nuovo modello di gestione della proprietà e dei servizi ad essa collegata che si esplicita in alcuni fenomeni diventati ormai molto comuni: il car o bike sharing, il co-working, lo scambio case ... Secondo l'Economist, che a fine 2013 ha portato il fenomeno in copertina tentando una mappatura della diffusione della sharing economy, si tratta di un sistema che muove nel mondo scambi per circa 26 miliardi di dollari. Spesso, microeconomie locali, organizzate a livello cittadino, o di quartiere, ma ci sono anche fenomeni globali come Airbnb, la piattaforma per lo scambio/affitto case o i diversi sistemi di car sharing.
Un fenomeno che si mostra dirompente e ormai diffusissimo proprio se si guarda a come gli italiani stanno organizzando le vacanze estive. Con scelte sempre più orientate verso soluzioni "sharing" di alloggio e ospitalità, a scapito delle consuete sistemazioni alberghiere. Perché costa meno (anche o soprattutto dal momento che sistemi di affitto come quelli di AirBnB non sono tassati, per esempio...), ma anche perché questi sistemi sono diventati ormai "cool", vanno di moda. Ed è proprio l'Italia a risultare «una culla perfetta di sviluppo», come certifica una ricerca realizzata da Ipsos, commissionata da AirBnB e BlaBlaCar, che ha fotografato il fenomeno della economia della condivisione nel nostro paese. Dallo studio è emerso che il 75% degli intervistati ha sentito parlare di sharing economy e, tra coloro che conoscono questo fenomeno, il 67% lo identifica con beni e servizi (ride sharing, condivisione della propria casa, bike sharing, ecc.), mentre il 21% lo associa a un vantaggio economico. L’immagine della sharing economy è positiva presso la maggior parte degli intervistati, con il 31% interessato a utilizzarla, un 11% che si dichiara già utilizzatore e solo il 27% che si è invece dimostrato negativamente orientato verso il fenomeno. Solo una minoranza degli intervistati considera queste nuove abitudini come un fenomeno destinato a rimanere "di nicchia": il 57% degli intervistati prevede infatti una forte diffusione del ride sharing, il 47% ritiene che l’house sharing crescerà nel prossimo futuro, mentre i settori che sembrano avere maggiori potenzialità sono il co-working e il car sharing, citati rispettivamente dal 61% e dal 53% degli intervistati.
L'orientamento sharing è anche da stimolo alla nascita di start-up imprenditoriali. Secondo una recente mappatura in Italia abbiamo circa 160 piattaforme di scambio e condivisione, circa 40 esperienze di autoproduzione, circa 60 di crowding (di cui 27 attive e 14 in fase di lancio). Che si tratti di sharing per la condivisione di beni, servizi, informazioni, spazi, tempo o competenze, di bartering, ovvero il baratto tra privati ma anche tra aziende o di crowding con pratiche come il crowdsourcing e crowdfunding ma anche di making cioè di autoproduzione e fabbricazione digitale (fablab), dal 2011 a oggi i numeri sono più che triplicati, in particolare nell'ambito del turismo, dei trasporti, delle energie, dell'alimentazione e del design.

Perchè si vuole condividere?

Le motivazioni fondamentali che spingono all’adesione alla sharing economy cambiano a seconda dei profili degli utenti: il bisogno parla agli “anonimi” e ai “pragmatici” che ricercano la stabilità; la sfida agli “avventurieri” e “sociali” che mirano a una crescita a livello sociale; gli ideali agli “educatori” e ai “valoriali” che aspirano a un percorso che implichi responsabilità sociale e sostenibilità ambientale. I profili si collocano in una linea evolutiva di crescita personale passando dal focus individuale a quello interpersonale e infine a quello collettivo. Secondo il 38% degli intervistati, convenienza e risparmio sono due elementi chiave che descrivono la sharing economy, il 26% la associa alla sostenibilità ambientale mentre per il 22% rappresenta un’innovazione. «Se da un lato la crisi e la necessità di far quadrare il bilancio familiare hanno certamente agevolato le pratiche di sharing, dall’altro la leva economica, pur preminente, non è la sola alla base della diffusione del fenomeno. La novità e l’innovazione, la socialità ma anche la sostenibilità ambientale e l’etica implicite nella condivisione di beni e servizi, sono le determinanti emergenti, che possono sostenere la sharing economy una volta superata la crisi», ha commentato Fabio Era, Senior Researcher, Ipsos Public Affairs.

3 i fattori che configurano la sharing economy

L'app di Uber consente di trovare un'auto con conducente
Ma come distinguere all'interno di questo vasto insieme di mondi e di servizi, e non disperdere il buono che c'è nel fenomeno in mille rivoli o in interpretazioni equivoche (si pensi, per esempio, all'accesissima polemica in corso sulla questione di Uber, il servizio di noleggio auto con conducente che ha portato sulle barricate i tassisti tradizionali)? Come spiega Ivana Pais, docente di Sociologia Economica nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano e tra i più attenti studiosi italiani del fenomeno, sono tre gli elementi che individuano esperienze di sharing economy all'interno di una galassia molto ampia e diversificata di modelli di consumo: «Il primo è la condivisione, l’utilizzo comune di una risorsa, intesa come profilo distinto dalle forme tradizionali di reciprocità, redistribuzione e scambio. Il secondo è la relazione peer-to-peer: la condivisione avviene tra persone (o organizzazioni), a livello orizzontale e al di fuori di logiche professionali, con una caduta dei confini tra finanziatore, produttore e consumatore. Il terzo è la presenza di una piattaforma tecnologica, che supporta relazioni digitali, dove la distanza sociale è più rilevante di quella geografica e la fiducia è veicolata attraverso forme di reputazione digitale». Regole che cambiano profondamente, e alla radice, la visione del mondo e dei rapporti non solo economici, ma di approccio a beni e servizi. «La crescita della sharing economy sta ponendo interessanti questioni», conferma Pais. «Innanzitutto, ci si può chiedere quanto questo modello sia legato alla crisi oppure risponda a un ripensamento più strutturale dei rapporti tra economia e società. Uno dei dibattiti più accesi riguarda il rapporto tra distruzione di valore nei settori tradizionali e creazione di nuovo valore: l’ambito in cui questa ambivalenza si sta ponendo in forma più evidente è quello dei servizi di ospitalità, che stanno mettendo in difficoltà il comparto alberghiero, mentre incidono positivamente sui consumi culturali e la ristorazione. Una possibile via d’uscita potrebbero essere forme di partenariato tra aziende tradizionali e piattaforme collaborative; in Italia stiamo assistendo alle prime sperimentazioni con Barilla-Gnammo e Adidas-Fubles (Gnammo e Fubles sono due community che permettono di conoscersi online e organizzare, l'una, incontri a tavola per gustare il cibo e, l'altra, partite di calcio nella propria città)».

Il principale problema aperto?

È quello che riguarda le regole. Chi monitora, controlla e legifera su fenomeni e realtà che si muovono a livello globale, attraverso la rete, e quindi non ricadono sotto nessuna ben definita giurisdizione? Chi decide come tassare l'utilizzo di un appartamento affittato tramite AirBnB, o che tassametro mettere su un'auto condivisa con il sistema BlaBlaCar? Il problema è ampio, e fino a ora ha visto i diversi governi in affanno alla ricerca di regole e soluzioni tampone. «La sharing economy sta ponendo sfide inedite al sistema regolativo», sottolinea la docente della Cattolica. «Le vecchie regole spesso non si applicano alle nuove dinamiche sociali ed economiche e rischiano di soffocare le innovazioni sociali e di mercato. Sono ormai numerose le iniziative prese a livello locale per risolvere le questioni sollevate dall’economia della condivisione nei singoli comparti, mentre inizia a farsi sentire la richiesta di interventi di più ampio respiro». Godiamoci queste vacanze condivise, insomma, perché da qui a breve tutto potrebbe cambiare...
21 Luglio 2014

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