20 Agosto 2018 / 18:36
La vera storia della Silicon Valley

 
Scenari

La vera storia della Silicon Valley

di Mattia Schieppati - 15 Febbraio 2018
Dimentichiamoci Steve Jobs! Leslie Berlin, docente di Stanford, scrive la prima «storia ufficiale» della terra da cui è nata la rivoluzione digitale. Un racconto corale che mette da parte i protagonismi dei soliti big e indica nell'immigrazione il motore del cambiamento. Il melting pot culturale è stato negli anni Settanta e Ottanta un ingrediente chiave per il successo della Silicon Valley. Un valore che vive ancora oggi
Sta quotidianamente costruendo il futuro. Oltre a portare ogni giorno un passettino avanti la nostra contemporaneità. È la Silicon Valley. Meno evidente forse - in questa continua corsa in avanti provocata dal progresso digitale - è come ormai il mito di quest'angolino della California, delle persone, delle imprese e delle idee che hanno invaso il mondo, abbiano ormai definitivamente fatto la storia.
Ecco perché è importante che, a interpretare la rivoluzione che dalla fine degli anni Settanta ad oggi ha disegnato una nuova epoca, non sia il solito giornalista preso dalla cronaca, ma una storica di professione. In possesso delle competenze e dalla capacità di “sguardo lungo” secondo cui opera chi è abituato ai grandi fatti epocali con un distacco spassionato e per questo lucido.
Lei è Leslie Berlin, un PhD in Storia alla Stanford University e un impiego come responsabile presso il Project Historian for the Silicon Valley Archives della stessa università californiana, che ha appena pubblicato un’opera dal titolo Troublemakers: Silicon Valley’s Coming of Age, che si propone come la prima narrazione storiografica di questa rivoluzione.

Perché una storica si è messa a raccontare la Silicon Valley?

Perché nel giro di dieci anni, tra i Settanta e gli Ottanta, e in un’area del raggio di non più di trenta miglia, è avvenuta questa alchimia unica: una manciata di uomini e di donne hanno cambiato il mondo. È un fatto di rilevanza storica fondamentale, come la Rivoluzione Francese o lo sbarco di Cristoforo Colombo. Sono cinque le industry che hanno innescato lo spin positivo: personal computer, video games, biotecnologie, venture capital, semiconduttori. Intorno a questo è nato tutto.

Da storico, era scontato che avvenisse tutto qui?

Nel 1969 questa era un’area a vocazione eminentemente agricola, un paradiso per la coltivazione di susini, albicocchi, mandorli e ciliegi. Certo, qui aveva sede la Hewlett-Packard, che all’epoca aveva già trent’anni, ma il mercato dei microchip era un mercato chiuso, un B2B industriale, i consumatori non erano toccati da queste realtà. Il “computer” era un cassone lungo alcuni metri, che costava il corrispettivo di 70-100 mila dollari attuali. Se si sta ai fatti più evidenti, no, nessuno l’avrebbe mai sospettato. Ma se si scava un po’…

Lei dove ha scavato?

A fare da detonatore è stato il particolare clima di protesta che si viveva da queste parti tra 1968 e 1969. Un vero e proprio scontro generazionale tra gli adulti – le “figure autoritarie” – e i giovani di allora. Fino ad allora era normale che i giovani che uscivano dalle facoltà tecniche e ingegneristiche dell’area cercassero un posto nelle grandi aziende del Dipartimento della Difesa, che qui hanno sempre costituito il grosso dello sbocco lavorativo, oltre a essere posti di prestigio e ben pagati. Con la protesta, si diffuse un rifiuto rispetto a questo destino. I ragazzi, spesso i più geniali, cominciarono a cercare lavoro in piccole aziende tech indipendenti, o a inventarsi la loro stessa azienda “alternativa” al sistema, sempre comunque in ambito hi-tech, perché lì stavano le commesse. Così è iniziata.

Quella della Silicon Valley è una storia piena di leggende. Steve Jobs, su tutte…

Ho scelto di non raccontare questa storia ricorrendo ai soliti grandi nomi, ai personaggi che sono diventati simbolo e mito. Si perderebbe il senso del discorso e l’unicità di quanto è avvenuto. L’innovazione è come una partita di baseball, dove c’è il lanciatore che fa un lancio perfetto, certo, ma la partita non si esaurisce lì. Perché la partita, nel suo complesso, sia perfetta ci vogliono dei bravi battitori, dei bravi outfielder… un gioco di squadra che sia, per una stagione, magicamente perfetto. Quel che è successo nella Silicon Valley è il frutto dell’impegno di centinaia di ingegneri di cui nessuno ha mai sentito parlare, persone che sono rimaste dietro le scene. Un vizio degli storici è spesso quello di innamorarsi delle biografie dei grandi uomini: la storia della Silicon Valley può essere scritta solo come storia collettiva.

Che ruolo ha avuto l’Università di Stanford, in tutto questo?

Sicuramente un ruolo chiave nel “covare” le uova da cui sarebbe uscito il mito della Silicon Valley. La mossa geniale è stata quella di istituire, nel 1970, ad opera di Niels Reimers, l’Office of Technology Licensing. Il primo anno vennero registrati diritti su invenzioni prodotte da staff dell’Università per 3 mila dollari. Dopo un anno, 55 mila. Oggi quell’ufficio produce 2 miliardi di dollari di revenues all’anno. L’Università è stata il primo fondamentale motore della rivoluzione.

Oltre a un elemento ambientale, qual è stato il più importante elemento umano?

Questo era “il West”. Uno spazio aperto, senza limiti e senza barriere. Chi aveva un’idea, qui aveva una sorta di spazio per poterci provare. Soprattutto, era un territorio che accoglieva tutti. Asiatici, sudamericani, europei… L’immigrazione e il melting pot culturale sono stati ingredienti chiave, un meccanismo che ha consentito di mantenere “l’aria fresca”. I due terzi delle persone che oggi lavorano nel tech qui sono nati al di fuori degli Stati Uniti. La capacità della Silicon Valley di reclutare i migliori cervelli da tutto il mondo, quale che sia la loro nazionalità, è un valore che vive ancora oggi.
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