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Largo ai minibond

Largo ai minibond

Questi strumenti possono rappresentare un volano alla finanza d’impresa e alla crescita. Secondo David Sabatini dell'ABI, le banche hanno un ruolo chiave nell'attività di consulenza e di supporto …
David Sabatini
Negli ultimi anni si è molto discusso del rapporto tra banche e imprese, con riferimento soprattutto al mercato del credito. Di meno, e solo di recente, si parla del rapporto tra banche e imprese nel mercato dei capitali. Nell’Assemblea annuale dell’ABI del 10 luglio, i rappresentanti dell’industria bancaria, delle autorità di vigilanza e del governo hanno ribadito l'importanza degli strumenti di finanza di impresa per la ripresa e la crescita del nostro paese.

La struttura delle Pmi italiane

Per capire il perché è necessario esaminare la fotografia delle imprese italiane, con particolare interesse per la loro struttura dimensionale e il rapporto che le lega con il sistema bancario. La maggioranza delle imprese italiane è fatta di Pmi: 4 milioni, pari al 99% del totale, in maggioranza micro imprese. Se si esamina la loro struttura finanziaria, vi è una forte preponderanza di finanziamenti bancari rispetto alle altre tipologie di debito, che rappresentano l’89%, quota più alta rispetto alle imprese francesi (76%) e alle imprese americane (29%). Se poi si analizzano in dettaglio questi finanziamenti, emerge che più di un terzo (34%) è rappresentato da debiti a breve, quota superiore alla media europea (29%). Inoltre le imprese italiane hanno, per ogni 100 euro di debito, mediamente 104 euro di capitale. Poco se si confronta questo dato con quello delle imprese europee, che in media hanno invece 146 euro di capitale per ogni 100 euro di debito.
Questa fotografia mette in evidenza quindi alcuni aspetti strutturali tipici del nostro sistema imprenditoriale: scarsa propensione al finanziamento non bancario, struttura temporale del debito sbilanciata sul breve termine e fragilità patrimoniale. Un sistema che ha quindi bisogno di strumenti per attivare un processo di crescita, per diventare più solido e per consentire ad una parte delle nostre micro e piccole imprese di diventare medie imprese e ad una parte di queste di trasformarsi in imprese grandi.

David Sabatini, responsabile dell'Ufficio Finanza dell'ABI
Più corporate education

La crisi ha avuto l’effetto di creare consapevolezza circa la necessità delle imprese italiane di crescere. La “cassetta degli attrezzi” a disposizione delle imprese italiane può ormai considerarsi completa: dal private equity al private debt, sino alla quotazione sul mercato. A questi si aggiungono anche altri strumenti, ancora non diffusi e di nicchia, come l’equity crowdfunding per le start-up, per il quale in Italia abbiamo una regolamentazione ad hoc, prima in Europa.
Non basta però fornire alle imprese la cassetta degli attrezzi, c’è bisogno anche delle relative “istruzioni d’uso”. Per affrontare importanti cambiamenti le imprese hanno bisogno di un salto culturale e di maggiore consapevolezza. Se è importante attivare azioni di investor education per investitori e risparmiatori, è altrettanto importante attivare un’azione di corporate education che crei una maggiore consapevolezza nelle piccole imprese sulla importanza e sui vantaggi della finanza d’impresa.
Anche le banche sono consapevoli dell’esigenza di crescita delle imprese italiane. Non solo per l’importanza di tale processo per l’economia del nostro paese, ma perché un’impresa solida patrimonialmente e equilibrata finanziariamente è una buona controparte, soprattutto nella relazione creditizia. E ciò comporta vantaggi sia per l’impresa, che può accedere a più credito e a migliori condizioni, sia per la banca, che vede ridursi il proprio rischio. E’ dunque un processo, quello del rafforzamento patrimoniale, di tipo win-win.
Non è un caso che l’ABI abbia da tempo messo in campo una serie di iniziative associative volte ad attivare e incentivare il processo di crescita patrimoniale da parte delle imprese su tutti i fronti possibili, dal private equity, alla quotazione in borsa e da ultimo sul fronte dei minibond.

Le banche nel private equity

La crisi degli ultimi anni, da un lato, e regole più rigide di vigilanza prudenziale, dall’altro, hanno determinato un generalizzato processo di uscita delle banche dai settori più rischiosi della finanza. Da questo processo non si è sottratto il mercato del private equity, che ha registrato un graduale disimpegno delle banche a livello internazionale, così come nel nostro paese. In Italia, secondo i dati dell’AIFI, le banche hanno comunque continuato negli ultimi anni ad avere un ruolo importante nel fundraising dei fondi di private equity, con una quota, tra alti e bassi, attorno al 20-40% delle sottoscrizioni complessive, in linea con il trend generale del mercato. Nell’ultimo anno invece gli investimento delle banche in private equity hanno subito un brusco ridimensionamento, scendendo a circa il 6%. Ciò è dovuto evidentemente al protrarsi della situazione di crisi e di politiche di vigilanza restrittive a livello europeo e domestico.
Va detto che le banche hanno spesso svolto nel mondo del private equity un ruolo di supplenza degli investitori istituzionali specializzati. Non è un caso che recenti interventi normativi in tema di mini-bond siano finalizzati ad incentivare l’investimento da parte di compagnie di assicurazione, fondi pensione, casse di previdenza. Come dimostrano i dati, le banche non possono più sostenere questo ruolo, viste le spinte a un disimpegno dal rischio che pervengono dalle nuove regole e dalle azioni di vigilanza.

Minibond in grande fermento

Il mercato italiano del private debt sta invece vivendo una fase di fervore anche grazie alla riforma del quadro normativo e fiscale attuata a più riprese negli ultimi due anni volta ad agevolare l’accesso da parte delle piccole e medie imprese al mercato obbligazionario, tramite minibond e cambiali finanziarie. Il ruolo delle banche sul mercato del debito privato è differente rispetto a quello del private equity. Il tema della assunzione di rischio è certamente ridotto e le banche svolgono soprattutto un ruolo di service provider (come strutturatori dell’operazione, collocatori o advisor dell’impresa) piuttosto che di risk taker. Non è un caso che sono state di recente avviate varie iniziative da parte del mondo bancario, come il lancio di fondi di investimento specializzati in minibond o servizi di consulenza e supporto per la strutturazione delle operazioni ad imprese o ad altre banche.
Sul tema dei minibond il sistema bancario si confronta con due realtà parallele:
  • da un lato le banche di investimento, che rappresentano la “fabbrica prodotto” e che quindi hanno il know-how di processo,
  • dall’altro, le banche commerciali, che detengono la relazione con la piccola impresa per i tradizionali servizi bancari e creditizi e che quindi possono svolgere naturalmente quella necessaria attività di scouting e di consulenza su questi innovati strumenti.
Serve ora un processo di osmosi di competenze tra le due anime del sistema bancario, al fine di supportare le imprese nel processo di apertura al mercato dei capitali e alla finanza.
24 Luglio 2014

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