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Ma quale globale... il futuro di Internet è local

Ma quale globale... il futuro di Internet è local

Con Smart, il suo ultimo libro, il sociologo francese Frédéric Martel mette in discussione tanti assodati luoghi comuni sul web. E apre una prospettiva nuova sulle possibilità di sviluppo della rete a partire dalle comunità territoriali. In Cina e in Africa ...
Mattia Schieppati
«L'idea che sta alla base di questo libro è semplice», si trova scritto alla riga 12 del prologo: «Contrariamente a quanto si creda, Internet e le questioni del digitale non sono fenomeni di natura globale. Sono legati al territorio; sono locali. Uomini, donne, informazioni, e-commerce, applicazioni, mappe, social network sono uniti tra loro da legami materiali e reali. Si tratta, al contempo, di uno "smart world" e di uno "small world", ma in ogni caso di un mondo né uniforme né flat». Boooom. Cinque righe che fanno saltare il banco.
All'interno dell'infinito coro di esperti, di analisti e di scrittore che da ormai un ventennio hanno costruito una narrazione a senso unico sulle magnifiche sorti e progressive di Internet, arriva dalla Francia una voce nuova, sorprendente e documentata, che in queste ultime settimane sta gettando scompiglio in tante delle verità acquisite sul web e sul futuro che, grazie e a causa della rivoluzione digitale in corso, attende l'umanità in ogni angolo del mondo. La voce è quella del sociologo e scrittore Frédéric Martel e la sua tesi sull'essenza locale del web è contenuta in Smart, il suo libro edito in Italia da Feltrinelli, uscito da pochi giorni.

50 paesi visitati

Frédéric Martel, sociologo francese, autore di “Smart”
Una bella sorpresa, anzi un pozzo senza fine di intuizioni e stimoli che fanno (e dovrebbero fare) riflettere chiunque creda che ormai la strada del futuro è segnata, e la sua interpretazione non può che essere univoca. Quella di Martel è una voce fuori dal coro, innanzitutto per il metodo adottato nel raccogliere la documentazione necessaria per scrivere il libro. Non la solita certosina collezione di ricerche, di analisi, di pareri acquisiti da opinion leader di settore e addetti ai lavori. Ma, come ogni buon cronista dovrebbe fare, mesi e mesi spesi a viaggiare per il mondo, per vedere di persona se, come e perché la gente a qualsiasi latitudine utilizza il web. «Solo attraverso un’indagine sul campo di tipo qualitativo, dopo aver visitato più di cinquanta paesi e parlato con più di duemila persone, mi è stato possibile comprendere a poco a poco la realtà e la portata della transizione digitale che si sta profilando», dice Martel semplificando, ma ben consapevole che questa attenzione al dato oggettivo e alla fonte di prima mano non è ormai cosa comune. «A differenza di quello che si possa pensare, Internet non è uguale dappertutto e le conversazioni in rete sono ovunque diverse», spiega. «Non basta essere online per conoscerle, ma è fondamentale incontrare davvero chi fa il web nella vita vera. La soluzione è andare, dunque, sul posto per poter scoprire gli universi di Internet, attraversare il mondo ed osservare cosa accade per le strade».

Internet come conoscenza

Quello che emerge da questo girovagare è di una semplicità cristallina: bastava pensarci un attimo ed era già lì, evidente, ma forse nessuno, o pochi, fino ad ora ci hanno fatto caso. Internet non è per niente un fenomeno globale. La tecnologia, quella sì, la connessione, pure, ma ora che, come spiega Martel, siamo passati dall’Internet come informazione, o come comunicazione, all'Internet come conoscenza, ovvero strumento di costruzione e trasmissione culturale, ecco che non si può più fare di tutta l'Internet un fascio, parlarne al singolare come se fosse la stessa piattaforma infinita dal Mekong fino alle Hawaii. Bisogna introdurre il plurale, le Internet, perché ciascuna comunità grande o piccola che sia ha il suo modo di utilizzare il mezzo, di personalizzarlo, di portalo a strumento di condivisione locale. «Internet non cancella i confini tradizionali, non elimina le identità culturali, non appiattisce le differenze linguistiche, al contrario le legittima definitivamente». Una conseguenza, in primis, proprio della diffusione globale del fenomeno Internet. Secondo Martel, Internet «sarà sempre più frammentato, personalizzato e geolocalizzato. Ora siamo a quota 2,7 miliardi di persone connesse a Internet, in cinque anni si stima che arriveremo a cinque miliardi: sarà un cambiamento incredibile. La percentuale di quelli che parleranno inglese scenderà di molto rispetto a oggi, quindi i nuovi utenti saranno ancora più interessati dai contenuti locali. Lì, le opportunità di sviluppo saranno enormi».

Una specifica area, lingua, cultura

La questione della lingua è il primo tassello di questa rilettura della globalizzazione. Certo, il sospetto che la mentalità francese - mai troppo facile nell'accettare l'anglicizzazione del mondo - possa aver orientato il pensiero dello studioso c'è, ma in effetti i dati che porta sono incontrovertibili. «In teoria, lo so bene», dice, «uno accende il computer e un social network ti mette a disposizione contatti con il mondo intero, ma poi se andiamo a vedere nel concreto l'uso che facciamo, scopriamo che si dialoga soprattutto con gli amici su Facebook nella nostra stessa lingua, essendo loro parte molto spesso della medesima comunità e del medesimo territorio. In un certo senso, è come quando, anni fa, il telefono ci mise in condizione di fare chiamate internazionali di ogni genere, potevamo chiamare la Corea del Sud o qualcuno in Brasile, ma non l'abbiamo fatto. Ci vogliamo chiedere perché?».
Internet insomma non sarebbe quella grande piattaforma globale che dà accesso a tutti e a tutto. «In realtà, se guardiamo bene, contenuti culturali e le informazioni non viaggiano facilmente su Internet. È vero, ci sono contenuti che passano i confini e diventano fenomeni globali, come il video coreano del Gangnam Style o le performance di Lady Gaga o di Beyoncé. Contenuti che consentono a milioni, miliardi di persone di sentirsi un'unica comunità sulla rete. Ma questa è solo una piccola parte del nostro consumo di Internet. Oggi, nella stragrande maggioranza dei paesi, Internet si basa essenzialmente su informazioni collegate a una specifica area, lingua, cultura. Fruiti da pochi», sottolinea Martel.

Cina, il posto dove Internet segna più differenze

YouKu è la piattaforma cinese per visualizzare e condividere video
Oltre a far cadere il velo sulla grande infatuazione da linguaggio globale, Martel batte spesso nel suo libro sulla necessità di analizzare i fenomeni da una prospettiva scevra da condizionamenti culturali o campanilistici. Come accadeva nel '600, quando scienziati e cartografi europei disegnavano i primi planisferi dell'epoca moderna, mettendo inevitabilmente al centro il Vecchio continente, anche noi oggi quando ragioniamo e analizziamo il web lo facciamo con una prospettiva erratamente occidental-centrica, senza tener conto che nel mondo - questo sì, globale - della rete ci sono continenti dove le nostre analisi, i nostri riferimenti e i nostri mostri sacri spesso non sono nemmeno conosciuti. E parliamo di miliardi di persone e di ormai prossimi utenti connessi (pensiamo alla Cina, dove la digitalizzazione cresce in maniera esponenziale, o all'Africa). «La Cina è forse il luogo dove Internet oggi segna le maggiori differenze», prova a esemplificare Martel: «Lì la gente non usa Google, ma Baidu come motore di ricerca; non Facebook, ma Renren; non Twitter, ma Weibos; non YouTube ma YouKu; non Amazon ma Alibaba. E quando in Europa a noi fa paura la posizione dominante dei colossi americani come Google, Apple, Facebook e Amazon, là hanno paura di Baidu, Alibaba, Tencent».

Tutta una grande illusione?

Internet è un fenomeno temporaneo, destinato a non provocare quella rivoluzione in cui ci sentiamo immersi e destinati? Nonostante per 400 e passa pagine lo studioso pare si diverta a smitizzare, con dati concreti ed esperienze dirette, tanti dei miti e quell'alone di magia che circonda il web, la sua intenzione non è comunque quella di smontare il grande giocattolo, anzi. Internet, se pur scritto con la lettera minuscola e al plurale, rappresenta un passo avanti per l'umanità, un valore positivo di cui fare buon uso, non un nemico insidioso da mettere all'angolo prima che sia troppo tardi. «Io colgo sicuramente il lato positivo di questo sviluppo anche se ci sono aspetti critici come la privacy e i monopoli, un abuso di posizioni dominanti sulle quali bisogna vigilare», conferma. «Ma malgrado questo, continuo a credere che la rivoluzione di Internet farà al mondo più bene che male... resto un idealista. Anzi, io sono uno di quelli che pensa che siamo solo all'inizio del passaggio alla tecnologia digitale. Si può vedere come l'innovazione stia cominciando ad accelerare. Lo smartphone è ancora relativamente recente, le applicazioni, tutta una serie di strumenti tecnici... le cose si stanno muovendo in maniera molto accelerata. Quindi dobbiamo prepararci per il cambiamento a lungo termine. In un certo senso, Internet sta ripristinando la nostra fede nel progresso. Ma dobbiamo assumere un ruolo attivo nel processo di cambiamento, perché in fondo l'Internet è né buona né cattiva in sé. Tutto dipenderà da quello che saremo in grado di farci».
14 Ottobre 2015

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