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Mobile payment, un potenziale tutto da scoprire

Mobile payment, un potenziale tutto da scoprire

Dallo studio del Politecnico di Milano emerge netta la contraddizione di un Paese tra i più avanzati nell’adozione di smartphone, ma ancora poco abituato alle carte di credito e agli strumenti elettronici di pagamento. Ma già dal 2012...
La presenza in Italia di oltre 44 milioni di telefoni cellulari non è più una notizia, così come la conferma di essere uno dei primi Paesi al mondo per diffusione di questi dispositivi. Come spesso accade, però, in una nazione dove le contraddizioni sono all’ordine del giorno, la passione per gli apparati elettronici è spesso a senso unico. Tra gli ultimi posti in assoluto in Occidente, soprattutto in rapporto alla popolazione, in Italia si registrano 25 milioni di carte di pagamento e addirittura il 90% delle transazioni ancora eseguite in contanti.
Se da una parte questo rappresenta un segnale preoccupante, al tempo stesso rivela anche un grande potenziale ancora tutto da sfruttare sia per gli esercizi commerciali sia per tutto quanto ruota intorno ai sistemi di pagamento elettronici, banche e aziende It in prima linea. “Siamo nel momento in cui la decisione è nelle mani di operatori ed esercenti – afferma Alessandro Perego , Responsabile scientifico della School of Management del Politecnico di Milano -. Da noi il mobile payment è un fenomeno curioso, collocato al centro tra mondo mobile e pagamenti elettronici, che viaggiano a velocità molto diverse”.

Un potenziale tutto da scoprire

Un segnale positivo arriva però dall’interesse sollevato dall’argomento. Il convegno organizzato presso le aule della Bicocca ha infatti registrato un tutto esaurito come in poche altre occasioni simili. “Da una parte abbiamo la tartaruga dei pagamenti elettronici, stabili intorno ai 120 miliardi di euro all’anno – sottolinea Perego -. E dall’altra abbiamo la lepre del mondo mobile, con una penetrazione del 44% per i dispositivi smart”. Lo scenario che si prospetta per i prossimi anni è sostanzialmente diviso in due. Da una parte il mobile commerce, vale a dire l’impiego del telefono cellulare per tutte le fasi di acquisto di un prodotto o servizio. Dall’altra il mobile payment, dove il pagamento avviene attraverso il dispositivo wireless, ma può rientrare in un contesto più eterogeneo ed è solo una parte del mobile payment in un processo multicanale. Attualmente il mercato del mobile commerce viene stimato in 270 milioni di euro a fine 2011, 200 milioni di euro dei quali legati ai contenuti e il resto relativo a beni e servizi, soprattutto aste online, acquisto di biglietti e prodotti legati alla moda. Il mobile payment invece, registra un volume di 330 milioni di euro, dei quali 220 milioni di euro in contenuti, 100 milioni di euro in ricariche telefoniche e le restanti briciole riconducibili a servizi. “Quest’ultimo è un settore numericamente ancora molto piccolo, ma interessante – commenta Perego -, perché registra una forte crescita”. Sommando donazioni via SMS e circa cento milioni di euro in money transfer, si arriva a un totale complessivo di 700 milioni di euro. Una cifra ritenuta decisamente minima rispetto alle potenzialità.

Molta tecnologia, poca pratica

La partita si gioca in due contesti. Il primo, rappresentato dal mobile remote payment, dove la tecnologia è già ampiamente matura e diffusa sia per quanto riguarda gli smartphone sia per quanto riguarda le applicazioni. All’estero, gli esempi di successone mancano, come Fandango, il sistema di vendita biglietti cinematografici made in USA o l’applicazione Starbucks per le ordinazioni. Più complesso il discorso relativo invece al Mobile Proximity Payment, soluzione dalle grandi potenzialità, ma con una diffusione molto limitata “La tecnologia è certamente matura dal punto di vista dei nuovi terminali acquistati degli utenti – sottolinea Perego -, molto meno invece in termini di POS contactless o nei telefoni cellulari dotati di tecnologia NFC”. Alcuni casi eccellenti all’estero hanno già dimostrato le grandi potenzialità di questo mercato, come per esempio il progetto Quick Tap sviluppato da Orange insieme a Barclaycard in Gran Bretagna per gestire i pagamenti. Fino alla fine del 2010 l’Italia era praticamente assente, mentre qualche idea ha iniziato a muoversi nel 2011. Secondo gli esperti del Politecnico, riuscire a individuare la strada giusta e muoversi per tempo risulterà strategico e la situazione cambierà a seconda che si tratti di aziende, operatori o banche. “Nel 2015 stimiamo una cifra compresa tra 20 e 25 milioni di smarpthone NFC in Italia – afferma Giovanni Miragliotta dell’Osservatorio NFC e Mobile Payment del Politecnico di Milano -. Puntare su un modello collaborativo, genererà per il sistema Banche-Telco ricavi sufficienti a coprire investimenti e costi operativi”. Segnali incoraggianti in questo senso arrivano dal Move&Pay, quello che al momento può essere considerato l’unico progetto nostrano, anche se ancora in fase di sperimentazione. “Il servizio lanciato da Intesa Sanpaolo è la prima soluzione per pagamenti contactless – spiega Miragliotta -, capace di integrare una carta di pagamento una SIM telefonica e uno smartphone NFC. Le percentuali di utilizzo sono ancora basse, ma è in crescita più delle nuove emissioni di carte abilitate”. Da seguire anche le sperimentazioni avviate da Banca Popolare di Sondrio con Ateneo, nell’ambito di campus, e da Banca Marche nel contesto dei pagamenti contactless, entrambi in grado di raggiungere buoni livelli di utilizzo anche se nel tempo tendono a perdersi.

Tante buone ragioni per investire

Una larga adozione del mobile proximity payment richiede una serie di investimenti per la sostituzione dei POS, delle SIM, nel marketing e nelle infrastrutture di telco e banche. Difficilmente limitare i vantaggi ai pagamenti risulterà sufficientemente attrattivo. Le opportunità però non mancano. Per gli esercenti, prima di tutto, ai quali si offre la possibilità di acquistare in massima libertà. Inoltre, gli esercenti possono contare su una ottimizzazione dei processi e migliorare il servizio al cliente, per esempio con il buono pasto elettronico. In particolare, solo dalla minore gestione del contante possono scaturire riduzioni nei costi comprese tra l’1% per i tabaccai, fino al 2% per gli ipermercati e il 15% per i distributori automatici. Dal canto suo, la Pubblica Amministrazione ha a disposizione strumenti importanti per la riduzione dei costi e il miglioramento nel servizio ai cittadini, con interessanti ripercussioni nell’emersione del sommerso. “Puntare su un sistema collaborativo tra banche e operatori tlc aiuterà a generare ricavi sufficienti a coprire investimenti e costi operativi – conclude Miragliotta -. In particolare, per le banche la fonte di valore è la ricerca di nuovi modelli utili a diffondere i pagamenti elettronici”.
20 Febbraio 2012

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