20 Luglio 2018 / 18:10
 Patto a quattro contro il download illegale

 
Pagamenti

Patto a quattro contro il download illegale

di Mattia Schieppati - 26 Febbraio 2013
Google, Visa, Mastercard e PayPal starebbero lavorando a un piano coordinato per bloccare i pagamenti online ai siti pirata. Lo anticipano The Telegraph e la BBC…
Si tratta per ora solo di un'indiscrezione, in quanto nessuno degli attori coinvolti ha voluto rilasciare una dichiarazione in proposito. Ma le fonti da cui la notizia è stata pubblicata - l'affidabile quotidiano britannico The Telegraph, ripreso e avvalorato dalla rete nazionale BBC - non sono certo organi di informazione che amano la sparata scandalistica. Il che significa che nelle "segrete stanze" l'argomento è all'ordine del giorno. Secondo l'indiscrezione, sarebbe stato aperto un tavolo di confronto e di dialogo tra Google e i tre big dei circuiti di pagamento più attivi sull'online - Visa, Mastercard e PayPal - per mettere a punto una strategia comune finalizzata a bloccare i canali di pagamento dei siti che veicolano materiale in violazione alle leggi sul copyright (musica, video e testi).
In pratica, dopo anni di dibattito sulle responsabilità dei motori di ricerca e degli Internet provider nella diffusione di siti pirata, e constatata la difficoltà - per non dire la vera e propria impossibilità "tecnica" - di mettere un freno e contrastare dal punto di vista tecnologico il proliferare di piattaforme da cui ogni giorno vengono effettuati milioni di download illegali (per pirateria musicale, ricordiamo che gli utenti italiani sono terzi al mondo, dopo Usa e UK, con 33 milioni di brani pirata scaricati nel secondo semestre 2012), sembra prevalere un'altra strategia: mettere un blocco ai sistemi di pagamento online utilizzati per alimentare questo mercato.
Anziché pretendere, come vorrebbe la legge, che siano i provider o i motori di ricerca a rimuovere selettivamente i siti che rendono possibile lo scaricamento non regolamentato di file coperti da copyright (in pratica, un infinito e altamente improduttivo gioco a nascondino tra pirati e gestori della rete), quella del "chiudere i rubinetti finanziari" sembra essere una strategia più sensata e gestibile. Per una semplice ragione: mentre chiunque, senza chiedere il permesso a nessuno, può aprire un proprio sito e proporre il download di brani musicali, film o video, per implementare un sistema di pagamento online deve come minimo fare un contratto con uno dei gestori di payment online, che sono pochi, ben regolamentati e in grado di tenere sotto controllo la situazione dei propri clienti.
Le dichiarazioni ufficiali sul tema sono molto generiche e nessuno sfugge all'ordine del "bocche cucite". “Google non ha mai lavorato così duramente come in questo periodo per contrastare la pirateria online.” - dicono dall'azienda californiana - “Abbiamo investito molto in strumenti per la tutela del diritto d’autore a favore dei proprietari di contenuti e le notifiche di rimozione vengono processate più rapidamente di quanto sia mai successo. Nell’ultimo mese abbiamo ricevuto oltre 14 milioni di richieste di rimozione per violazione di copyright da Google Search e ne abbiamo rimosse tempestivamente più del 97% dai risultati di ricerca», sottolineando con poche cifre quanto sia enorme e dispendioso il lavoro quotidiano di "caccia" ai siti pirata. “Mastercard considera molto seriamente tutti i temi legati alla sicurezza e regolarità della navigazione online”, ha dichiarato in parallelo il portavoce di Mastercard al Telegraph, senza entrare nel merito della vicenda, limitandosi a dire che “stiamo lavorando a stretto contatto con i nostri partner per assicurare la miglior esperienza di utilizzo possibile per chi effettua pagamenti online”.
Che qualcosa si stia muovendo non viene dunque smentito e la grande prudenza sarebbe, secondo i commentatori più attenti alle sensibilità della rete, da attribuire a un precedente simile, che si è trasformato in una vicenda complicata da gestire per i responsabili dei grandi circuiti di pagamento. Nel 2011 Visa, Mastercard e PayPal di comune accordo decisero di rendere indisponibili i propri circuiti di pagamento online ai sostenitori di WikiLeaks, che attraverso donazioni online stavano sostenendo la campagna di diffusione di documenti segreti del Pentagono da parte di Julian Assange e dei suoi accoliti. Una presa di posizione decisa (il Governo Usa aveva dichiarato illegale e penalmente perseguibile l'attività di Assange e di WikiLeaks) che aveva scatenato le proteste e in qualche caso le ritorsioni degli "irriducibili" del web libero: i server delle aziende, per esempio, vennero presi immediatamente di mira da attacchi di hacker.

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