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Private equity, ripartenza con l’ hi-tech

Private equity, ripartenza con l’hi-tech

Anni difficili per il Private Equity e il Venture Capital italiano, con un forte calo dei capitali investiti a causa della crisi. Ma la prospettiva di sviluppo di nuovi settori ad alto contenuto tecnologico permette di essere ottimisti
Roberto Del Giudice
Dopo anni di continua e significativa crescita, gli effetti della crisi finanziaria internazionale si sono fatti sentire anche sul mercato italiano del private equity e venture capital, caratterizzato nel 2009 da un rallentamento delle attività di investimento e raccolta, mentre i disinvestimenti sono stati fortemente influenzati dalle svalutazioni delle società in portafoglio.
In particolare, i dati resi noti da AIFI, è l’Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital, mostrano che i capitali investiti nel corso del 2009 si sono attestati a quota 2,6 miliardi di euro, in diminuzione del 52% rispetto all’anno precedente, quando erano stati superati i 5 miliardi. Anche il numero di operazioni realizzate, pari a 283, ha subito un rallentamento, ma limitato e pari al 23%.

Buy out e aiuti alle imprese

Come negli anni precedenti, la maggior parte delle risorse è stata destinata al segmento dei buy out, cioè ad operazioni di maggioranza, che nel corso del 2009 hanno attratto 1,7 miliardi di euro. Nonostante questo dato rappresenti il 67% dell’ammontare complessivamente investito, va evidenziato come il comparto dei buy out abbia risentito in modo significativo della crisi, data la scarsa disponibilità di debito, che ha reso difficoltoso l’utilizzo della leva, normalmente presente in questo tipo di investimenti.
Sempre in termini di ammontare, il 2009 è stato caratterizzato da un’importante crescita del peso degli interventi volti a rilanciare imprese in difficoltà: le operazioni di turnaround, infatti, per la prima volta si sono collocate al secondo posto in termini di risorse investite, pari a 416 milioni di euro, grazie soprattutto all’intervento nel capitale di rischio di Safilo da parte del fondo internazionale Hal Investments, operazione di ammontare elevato che testimonia che anche le imprese più grandi stanno iniziando a comprendere l’importanza di questi interventi, in Italia ancora poco diffusi, e a rivolgersi ad operatori specializzati per affrontare le difficoltà.
In termini di numero di deal realizzati, invece, anche nel 2009 si è confermato il primato dell’expansion, volto a supportare imprese già esistenti, con 112 operazioni, in calo del 16% rispetto all’anno precedente, mentre l’ammontare investito è stato pari a 371 milioni di euro.

Qualcuno cresce…

All’interno del generale contesto di crisi, uno dei segmenti che si è dimostrato comunque brillante è stato quello dell’early stage (investimenti effettuati nelle prime fasi di vita di un’impresa, con operazioni di seed e di start up), con investimenti che hanno superato i buy out in termini di numero di operazioni, pari a 79, subendo una contrazione limitata e pari al 10% rispetto all’anno precedente. Il rallentamento è stato inferiore a quello degli altri segmenti anche dal punto di vista dell’ammontare, con 98 milioni di euro investiti, in calo del 15% rispetto al 2008.
Come prevedibile, nell’attuale contesto di crisi finanziaria globale l’attività di raccolta di nuovi fondi ha risentito in modo significativo delle difficoltà dei mercati e nel 2009 i capitali raccolti sono stati inferiori al miliardo di euro, diminuendo del 58% rispetto all’anno precedente, quando già si erano manifestati i primi effetti della crisi di liquidità.
Nonostante l’incremento del peso delle risorse di origine estera costituisca un segnale positivo, che testimonia un rinnovato interesse nei confronti del nostro mercato da parte degli investitori internazionali, sicuramente il ritorno alla raccolta da parte degli operatori rappresenterà un’importante sfida nei prossimi mesi.

Il mercato è cambiato

Anche l’attività di disinvestimento è stata fortemente condizionata dalle turbolenze dei mercati, tanto che l’85% dell’ammontare disinvestito (1,5 miliardi di euro su un totale di 1,8 miliardi) è stato rappresentato da write off, vale a dire svalutazioni, totali o parziali, delle società in portafoglio. Anche in termini di numero, le svalutazioni hanno rappresentato la principale tipologia di uscita dalle società, con il 39% delle 143 dismissioni complessivamente realizzate.
Al di là degli aspetti quantitativi, la crisi ha generato importanti cambiamenti nel mercato del private equity e venture capital, non soltanto in Italia, ma anche a livello internazionale.
Innanzitutto si sta osservando una diminuzione della dimensione media delle operazioni, con la scomparsa dei cosiddetti mega
deal, e una crescente attenzione nei confronti delle imprese di piccole e medie dimensioni, tipiche del tessuto imprenditoriale italiano.
A testimonianza di quanto detto, nel 2009 il 77% del numero di investimenti effettuati nel nostro mercato ha riguardato società con meno di 250 dipendenti, mentre l’anno precedente questa percentuale era stata pari al 71%.

Largo alle PMI

Allo stesso tempo, la scarsa disponibilità di debito e la conseguente difficoltà di ricorso alla leva finanziaria stanno rallentando le operazioni di buy out, che costituiscono il segmento maggiormente colpito dalla crisi finanziaria mondiale. Dall’altra parte, invece, aumenta il peso delle operazioni di minoranza, finalizzate a sostenere programmi di crescita delle imprese, lasciando inalterata la guida imprenditoriale. Va sottolineato che in Italia sono tantissime le imprese di dimensioni medie, a conduzione familiare, leader nei propri settori, che necessitano di essere guidate nel processo di apertura verso nuovi mercati o di essere aiutate nei processi di ricambio generazionale e per le quali il private equity può costituire un importante strumento di supporto.
I cambiamenti stanno riguardando anche il lato della raccolta, con la riduzione della dimensione media dei fondi e il contemporaneo ridimensionamento dei costi di gestione e delle relative fees dei fondi di investimento.
A questo si aggiunge, dal lato dei disinvestimenti, l’incremento del periodo di permanenza dei fondi all’interno della compagine azionaria delle imprese target, a causa delle difficoltà incontrate nella cessione delle partecipazioni. Di conseguenza, gli operatori sono maggiormente concentrati sulle imprese in portafoglio, con l’obiettivo di farle crescere dimensionalmente, innovarle ed internazionalizzarle. Del resto, proprio in una situazione difficile come quella attuale, i fondi hanno dimostrato di non abbandonare le aziende in portafoglio, tanto che il 63% delle operazioni realizzate nel corso del 2009 ha riguardato proprio società già partecipate.

Segnali positivi

Il mercato del private equity e venture capital, dunque, sta cambiando, ma di certo non mancano elementi che fanno guardare con ottimismo al prossimo futuro. Per prima cosa ci sono alcune operazioni in fase di realizzazione che si chiuderanno entro la fine dell’anno. E questo non riguarderà soltanto settori tradizionali, ma si apriranno anche nuovi campi di intervento, come quello dei servizi finanziari, delle infrastrutture e dei segmenti delle utilities e dell’ambiente. Già nel corso del 2009, infatti, si è osservato un incremento significativo dei capitali destinati a settori non tradizionali e ad alto contenuto tecnologico e l’importanza di questi comparti è destinata ad aumentare ulteriormente nei prossimi anni.
Di certo le risorse per effettuare nuovi investimenti non mancano, con gli operatori italiani che hanno ancora a disposizione oltre 6 miliardi di euro, senza contare quanto normalmente investito ogni anno in Italia da parte di fondi pan europei e operatori captive. Esistono, quindi, solidi fondamenti per ritenere che, in questa difficile crisi, gli operatori italiani di private equity e venture capital riusciranno ad adattarsi con successo al mutato contesto economico-finanziario e a sostenere, così, la ripresa del nostro sistema imprenditoriale.
1 Giugno 2010

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