23 Giugno 2018 / 02:52
Se parliamo di cashless, parliamo del futuro. E le start-up ...
Se parliamo di cashless, parliamo del futuro. E le start-up ...
La start-up in Italia è sempre esistita, ma oggi nasce da idee di marketing e di servizio, parte da un bisogno e dalle nuove tecnologie per soddisfarlo. Il Salone dei Pagamenti coinvolgerà le giovani realtà non solo del Fintech, ma anche quelle legate all’e-commerce e all’uso innovativo dello smartphone. Anche per i pagamenti contactless nei negozi”. Ne parla Fausto Pasotti, direttore generale di Speed Mi Up, l’incubatore dell’Università Bocconi e della Camera di Commercio di Milano …
Fausto Pasotti è il direttore generale di Speed Mi Up, non il primo né probabilmente il più grande degli incubatori italiani che aiutano la nascita delle start up in ambito universitario ma senza dubbio uno dei più blasonati. Nasce infatti nel 2013 dall’iniziativa dell’Università Bocconi e della Camera di commercio di Milano (tuttora proprietari al 50% ciascuno della società) con l’apporto del Comune di Milano ed è probabilmente il primo esempio di incubatore/acceleratore misto universitario e pubblico in Italia. In quattro anni è arrivato all’ottavo bando (uno ogni sei mesi) e ha incubato 50 start-up di cui 20 ancora in fase di incubazione. Con che tasso di successo? «Direi piuttosto notevole, anche se è abbastanza difficile giudicare come sono andate le aziende nate qui se non sulla distanza. Se guardiamo alle cinque start-up del primo bando, tre sono ancora in vita: di queste due fatturano più di un milione di euro all’anno, la terza ha appena ricevuto un finanziamento di 600 mila euro. Mi sembrano risultati di tutto rispetto».
Nei quattro anni di attività come è cambiato il mercato delle start-up, a suo parere?
Quando abbiamo iniziato era qualcosa di cui si parlava molto in ambito universitario, fuori ci guardavano un po’ perplessi. Oggi, ovviamente, è diventato molto più di moda parlare di start-up. Ma vorrei dire che in realtà non è altro che quello che in Italia in generale, e nel nord e a Milano in particolare, si è sempre fatto. Quelle che oggi chiamiamo start-up una volta si chiamavano semplicemente Pmi: nuove società, per fortuna, ne sono sempre nate. Certo, oggi c’è molta più attenzione al fenomeno, anche perché, con la fine del posto fisso, sempre più gente si ingegna a inventarsi un lavoro anche perché fuori, semplicemente, non ne trova. Rispetto a quattro anni fa chi ha una buona idea imprenditoriale trova più aiuti, non è costretto a partire allo sbaraglio.
Ma le start-up di oggi non sono proprio le Pmi degli anni Sessanta e Settanta.
Certo, le Pmi nate cinquanta o quaranta anni fa erano soprattutto realtà produttive, spesso nate come spin off di grandi imprese che esternalizzavano parti del loro ciclo o addirittura parti di prodotto. Oggi le start-up che vediamo noi nascono soprattutto da idee di marketing e di servizio, non hanno bisogno di grossi investimenti in hardware: si parte da un bisogno, dalla maniera di soddisfarlo, magari utilizzando le nuove tecnologie. Poi se c’è una produzione da fare, si da all’esterno. Uno dei casi di successo di cui parlavo, One Tray (è rientrato nel primo bando di incubazione che abbiamo fatto, oggi fattura più di un milione di euro), ne è un esempio: loro forniscono servizi aeroportuali per migliorare i controlli di sicurezza, fra cui i cestini che vanno sui carrelli per effettuare i controlli a raggi X. I loro cestini sono sponsorizzati, hanno su avvisi pubblicitari, ci sono in 10 aeroporti italiani, a Copenhaghen, presto a Heathrow a Londra. Ma i cestini non li producono loro.
Spesso si dice che in Italia le start-up trovano facilmente un incubatore, ma non trovano facilmente finanziamenti per la crescita per passare dalla fase dell’ideazione alla produzione. È ancora così?
Purtroppo direi di sì. Certo, la situazione sta cambiando, anche in Italia cominciano a svilupparsi dei venture capitalist che finanziano la crescita delle Pmi innovative. Ma le milionate di dollari che arrivano alle start-up straniere da noi rimangono un sogno. Quello che possiamo fare, e che facciamo, è cercare di aiutare le aziende a crescere con le loro forze anche mettendo loro a disposizione servizi che ne facilitino la finanziabilità. Per esempio grazie agli accordi con partner come PwC, che offre pro bono alle start-up assistenza in campo legale e fiscale, o UBI Banca, che prende in considerazione la finanziabilità dei business plan delle nostre start-up perché sa che dietro c’è la Bocconi che ne certifica la solidità: i tempi della concessione di un credito sono certamente accelerati.
Come funziona la gestione "a tre” fra Bocconi, Camera di Commercio e Comune?
I soci, in realtà, sono Bocconi, che ha la gestione del progetto e Camera di Commercio, che ci garantisce una connessione con il mondo industriale e commerciale di Milano: Speed Mi Up è un consorzio senza scopo di lucro. Il Comune ci ha finanziato all’inizio e ha contribuito alla promozione dell’iniziativa, oltre a fornirci la sede operativa del Portello, dove hanno fisicamente sede le nostre start-up.
Fra le start-up incubate ci sono anche aziende che fanno Fintech?
Per adesso due, che mi sembrano molto promettenti: Ekuota, che fornisce una piattaforma web per la gestione della tesoreria d’impresa soprattutto in chiave di export. Sostanzialmente permette alle Pmi di usufruire di servizi altrimenti disponibili solo a grandi aziende. La seconda è Junto Italy, che offre servizi di report su 40 microsettori economici in Italia, con strumenti evoluti di analisi dei fattori di competitività di oltre 16 mila imprese. Un’attribuzione di rating molto interessante.
Che cosa pensa del Salone dei Pagamenti? Secondo lei è un’occasione utile per le startup italiane che vogliono proporre nuove soluzioni in campo finanziario?
Credo che il Salone coinvolga non solo le start-up in campo Fintech, ma tutte le start-up su almeno due aspetti fondamentali: il primo è quello dell’e-commerce e del mobile commerce. Non possiamo pensare a un’evoluzione delle start-up nel nostro paese senza un evoluzione dei nuovi canali commerciali, della sicurezza delle forme di pagamento, di una maggiore consapevolezza nel pubblico della possibilità di accedere a servizi digitali che fino a ieri non esistevano. Credo che ci sia ancora molto da fare in questo senso e il Salone è un passo nella direzione auspicabile. Ancora di più sul secondo fronte: i micropagamenti e l’uso innovativo dello smartphone per i pagamenti contactless anche nei negozi. Uno sviluppo di queste pratiche aprono spazi vastissimi per la creazione di nuovi servizi al cittadino e alle imprese che sono un campo di sviluppo necessario per le start-up. Al di là di questo, sono personalmente convinto, e da almeno 30 anni, che nel momento in cui parliamo di mondo cashless, parliamo del futuro. Non possiamo pensare che questo paese torni a crescere se non riusciamo a superare la pigrizia e la diffidenza delle persone verso forme di pagamento diverse dal contante. E le start-up possono essere uno strumento molto importante per aiutare questo processo.
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