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Start-up digitali? Ora si fa sul serio

Start-up digitali? Ora si fa sul serio

Il nuovo Decreto Lavoro allarga i criteri e il limite d'età per i nuovi imprenditori del digitale rendendoli più ampi e realistici. E ora il governo ha sbloccato anche il fondo di garanzia per l'avvio di nuove imprese hi-tech che copre fino all’80% del credito ottenuto
Mattia Schieppati
Non è più necessario essere ventenni e girare con felpa e ciabatte per essere startupper. Si potrebbero tradurre così, visivamente, le nuove regole per le start-up nostrane contenute nell'ultimo decreto legge sul Lavoro emanato dal Governo. Un decreto che - in tema di nuove imprese "ad alto contenuto di innovazione tecnologica" - riprende la rotta già tracciata dal passato Decreto Sviluppo 2.0 dell'ex-ministro Passera e poi dagli interventi dell'ex ministro Profumo in tema di start-up e che il nuovo ministro allo Sviluppo economico, Flavio Zanonato, rafforza e amplia ulteriormente. Facendo cadere il vincolo dei 35 anni d'età dei neoimprenditori: ora anche gli "over 35" potranno avere accesso alle facilitazioni previste per la creazione di nuove imprese innovative, a partire dalla possibilità di costituire società con 1 euro di capitale.
In sintesi, in tema di start-up, sono due le novità maggiori del decreto legge che porta il titolo "Interventi urgenti per la promozione dell’occupazione, in particolare giovanile, della coesione sociale nonché in materia di imposta sul valore aggiunto":
  • è stato abrogato l’obbligo della prevalenza delle persone fisiche nelle compagini societarie, al momento della costituzione e per i successivi 24 mesi;
  • sono stati ammorbiditi i criteri opzionali per l’identificazione del carattere innovativo della startup, riducendo la quota minima di spesa in ricerca e sviluppo dal 20% al 15% ed estendendo l’accesso alle imprese con almeno 2/3 della forza lavoro costituita da persone in possesso di una laurea magistrale e alle società titolari di un software originario.
Questo allargamento delle maglie e dei criteri di selezione pare importante per cercare di dare una base di partecipazione più ampia al volano di innovazione, ma soprattutto di lavoro, che l'ondata di nascenti start-up dovrebbe portare al tessuto economico dell’Italia. Se è vero infatti che a oggi, a sei mesi circa dall'entrata in vigore del decreto precedente, le start-up registrate presso le Camere di Commercio italiane secondo i criteri previsti dal dl Sviluppo 2.0 sono circa 950, è anche vero che l'Italia non è di sicuro un paese per giovani e limitare l'accesso all'imprenditorialità facilitata ai soli under 35 tagliava le gambe a tanti potenziali imprenditori magari volenterosi ma "azzoppati" dall'anagrafe.
Come ha dichiarato il ministro Zanonato presentando il decreto, «questo provvedimento rappresenta un importante tassello attuativo a completamento della nuova normativa a sostegno dell'ecosistema delle start-up e dà prova tangibile della prosecuzione dell’impegno del Ministero dello Sviluppo economico su questo importante fronte dell’azione del Governo volta a mettere al centro l'imprenditorialità per stimolare la crescita, l'innovazione e la creazione di occupazione, soprattutto giovanile».
Una mossa importante, che vede coinvolto anche il mondo del credito. Perché la novità legislativa del governo Letta ha schiodato sì la situazione formale dell'età, ma ha anche sbloccato il cosiddetto "Fondo di garanzia" previsto dal precedente governo per dare un sostegno anche economico alla crescita delle nuove imprese. Fondo previsto per le Pmi cui, ora, hanno accesso anche le start-up tecnologiche che rientrano nei criteri stabiliti, e che prevede la concessione a titolo gratuito, con la garanzia dello Stato, alle start-up innovative e agli incubatori certificati, di una copertura fino allo 80% del credito ottenuto. Il decreto fissa in 2,5 milioni di euro l’importo massimo garantito per ogni start-up o incubatore (qui il regolamento completo).
C'è da sottolineare come, anche senza facilitazioni legislative, la crescita della nuova imprenditoria digitale sta facendo registrare numeri interessanti: la Camera di Commercio di Milano ha infatti appena presentato il progetto LongWave, un censimento sviluppato in collaborazione con Assintel e realizzato a livello nazionale per fotografare la realtà delle piccole e medie aziende che a oggi operano all'interno dei diversi settori dell'industria digitale (qui la sintesi della ricerca). Sono stati 230.000 i soggetti censiti, di cui 173.000 sono a pieno titolo nuove imprese digitali e si muovono nei servizi web e mobile, Internet of things, software e Big Data, nuovi media, design, digital entertaintment. Imprese che producono il 3,9% del Pil (54 miliardi di euro all’anno) e crescono di anno in anno, nonostante l'arretramento dell'economia: +9,3% di imprese nel quadriennio nero 2009/2012, e un interessante +13,7% di addetti totali.
Interessante anche il profilo-tipo del lavoratore digitale: è giovane (67% under 35, che sale al 72% nelle imprese native digitali), maschio (64%), laureato (65%) o addirittura con master/dottorato/Ph.D. (12%), con esperienza lavorativa all’estero nel 29% dei casi; il contratto è spesso atipico per oltre un terzo di essi (CoCoPro e Partite Iva). Il cosiddetto posto fisso, a tempo indeterminato, resta predominante solo per le imprese tradizionali IT based, più grandi e organizzate, mentre è rarità per quelle native digitali (solo il 26%). La ragione è che i costi del lavoro per organizzazioni piccole e liquide sono troppo alti. In esse molto spesso il titolare è factotum e i carichi di lavoro diventano critici.
17 Luglio 2013

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