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Twitter in borsa? Non sarà un flop

Twitter in borsa? Non sarà un flop

Dopo la "figuraccia" della quotazione di Facebook, secondo gli analisti Usa la nuova Ipo parte da basi più solide. Per tre motivi
Mattia Schieppati
L'annuncio - non poteva essere altrimenti - è stato battuto in 140 caratteri con un twett dall'account ufficiale dell'azienda: entro la fine del 2013 o al massimo i primi mesi del 2014 Twitter lancerà la sua Ipo (Offerta Pubblica Iniziale) per la quotazione al Nasdaq. Un salto di qualità di cui, negli ambienti della finanza e della tecnologia, si sussurrava da qualche tempo, ma sul quale nessuno osava aprire un vero dibattito o spendersi in modo favorevole o contrario. Il motivo? Nell’anno e mezzo che è seguito alla quotazione (maggio 2012) gli analisti, sia quelli del mondo finanziario, sia quelli attenti al contesto tecnologico, hanno dimostrato ancora qualche difficoltà nel comprendere in modo lungimirante le logiche e le dinamiche sul lungo termine di queste mega operazioni.
Nel caso specifico della “vicenda Facebook”, infatti, gli analisti hanno sbagliato tre volte. La prima quando, con un entusiasmo eccessivo, la cavalcata di Facebook verso il Nasdaq è stata accompagnata da un coro scriteriato di giubilo, che vedevano nella stratosferica cifra della valorizzazione di borsa (104 miliardi di dollari) il segno della rinascita del mercato tecnologico Usa, la rivincita rispetto alle bolle, alla crisi, al declino di Wall Street. Fanfare che sono state subito messe a tacere nelle prime settimane post quotazione, quando il titolo è arrivato a perdere fino al 30% del proprio valore. Da quel momento, per mesi, hanno tenuto banco le analisi critiche e i mea culpa. Tutti, analisti e banche d'affari, invocavano la prudenza, riconoscevano l'eccesso di entusiasmo e la poca lungimiranza (si è addirittura ipotizzato che qualcuno avesse organizzato scientemente una manovra truffaldina). Poi, altra sorpresa: a partire dall'inizio dello scorso agosto (vedi grafico sotto) il titolo Facebook ricomincia lentamente ma inesorabilmente a risalire la china, raggiungendo e superando la cifra di quotazione (38 dollari), complice l'ottimo andamento del business della pubblicità su dispositivi mobili. Dimostrando che a freddo e col tempo i mercati possono riconoscere il valore industriale e la potenziale redditività del social network.
Questo il background e gli umori, in cui si colloca l'annuncio che arriva da San Francisco, dove nel 2006 Jack Dorsey ha inventato Twitter. Ed è naturale, visto questo storico precedente, che da una settimana tutte le analisi d'Oltreoceano procedano con prudenza, e si concentrino su questo inevitabile parallelismo: quanto e come la quotazione di Twitter racconterà "un'altra storia" rispetto alla vicenda Facebook? Abbiamo provato ad avventurarci tra le varie analisi e qui sintetizziamo i tre motivi principali per cui la quotazione di Twitter può essere valutata positivamente, nonostante (e grazie a) il precedente di Facebook.

Primo motivo: le dimensioni ancora ridotte

Gli utenti di Twitter oggi nel mondo sono intorno ai 500 milioni, con una media di 340 milioni di messaggi scambiati ogni giorno. Il fatturato 2013 dovrebbe attestarsi intorno ai 500 milioni di dollari e il valore di quotazione, come sembra, sarà tra i 10 e i 15 miliardi di dollari, ovvero 20-30 volte il fatturato. Un valore piuttosto alto, in termini assoluti, ma che secondo alcuni analisti è addirittura “conservativo” se si considera che Twitter per dimensioni è ancora un piccolo gioiellino con molteplici potenzialità ancora non esplose. Non è prodotto maturo, insomma, che è già stato spremuto e messo completamente a valore e quindi può crescere in maniera esponenziale, in tempi rapidi.
Alan Patrick, fondatore della società di analisi finanziarie Broadsight Consultancy, fa un conto molto semplice: quotandosi a 15 miliardi, il "valore" attribuito a Twitter è di 30 euro per utente: «Un valore credibile, non così stupido come la sparata dell'epoca di Facebook, quando ogni utente in pratica era stato valorizzato 104 dollari». L'ipotesi insomma è che sia in qualche modo "facile" ricavare 30 dollari da ciascun utente, giustificando il valore della società. Come? Driver fondamentale è la veicolazione di pubblicità in mobilità, e anche in questo Twitter parte avvantaggiato rispetto, per esempio, a Facebook. «Quello di Twitter è un sistema che si sposa perfettamente con gli standard di comunicazione da device mobili, che sono anche gli strumenti che stanno facendo registrare il più alto trend di raccolta pubblicitaria. Quindi, Twitter è nel mercato giusto al momento giusto». Non solo: il meccanismo dei follower e dei retweet consente l'individuazione di una serie di seguitissimi "influencer", pop star, giornalisti, businessman, che diventano "testimonial" interessantissimi per i meccanismi di marketing pubblicitario. Una strada confermata anche a livello strategico, visto che proprio la scorsa settimana Twitter ha acquisito, per 300 milioni di dollari, la MoPub, azienda specializzata nello sviluppo di sistemi per la tecnologia mobile.

Secondo motivo: il tempismo della quotazione

Un punto di forza spiegato da Sam Hamadeh, Ceo di PrivCo, società che si occupa di raccolta dati e statistiche in campo finanziario. «Il primo annuncio di un percorso verso l'Ipo Facebook lo diede addirittura due anni e mezzo prima che effettivamente la quotazione si concretizzasse». Un tempo che, ex post, gli analisti hanno giudicato troppo lungo e deleterio, che ha portato a una sorta di saturazione dell'interesse e delle attese. «Perché, mentre pur crescevano a livello mondiale gli utenti, via via si dimostravano fragili (e confusi) i modelli di business che lo staff del social network e gli advisor finanziari elaboravano per dimostrare la redditività del "giocattolino"». Questa poca linearità ha in qualche modo via via compromesso la fiducia del mercato e Facebook è arrivato alla quotazione non con lo slancio del centometrista, ma con il fiatone e la spossatezza del maratoneta. Che subito dopo il traguardo si è afflosciato sulle ginocchia (per riprendersi poi, certo, ma i primi 15 mesi di presenza al Nasdaq sono stati da brivido per chi ci ha investito...). «Se Twitter riesce a portare a termine l'Ipo entro i primi mesi del 2014, invece», continua Hamadeh, «riesce a far coincidere la quotazione con il momento di picco dei suoi ricavi, che in questo periodo crescono a tripla cifra a trimestre».

Terzo motivo: il panel di investitori

Se il fenomeno Facebook dipendeva fortemente dalla personalità, dalla genialità ma anche dagli umori del creatore, Mark Zuckerberg, Twitter si è da subito strutturato più come azienda capace di rispondere alle strategie di crescita dettate dagli investitori. Se Jack Dorsey infatti è il riconosciuto fondatore, la guida dell'azienda è saldamente nelle mani del Ceo Dick Costolo, "one of Silicon Valley's most impressive Ceos" secondo la rivista Business Insider. Espressione di un pool di investitori forte e determinato, che comprende la Bezos Expeditions, veicolo di investimento di Jeff Bezos, fondatore di Amazon, il fondo di investimento Gsv Capital, ma anche Union Square Ventures, Charles River Ventures, l'investitore col fiuto più fino della Silicon Valley, Marc Andreessen. Gente che sa come trasformare una buona idea tecnologica in una macchina da soldi e non cerca il colpo a tutti i costi. Interessante, in questo senso, anche la scelta dell'advisor. Negli ultimi tre anni la banca chiamata ad accompagnare i più promettenti gioielli della Silicon Valley è sempre stata la Morgan Stanley, che ha gestito l'Ipo di Groupon, Zynga e Facebook. Ipo che in tutti e tre i casi hanno deluso le aspettative degli investitori. Con Twitter si cambia e a guidare il percorso è stata chiamata Goldman Sachs: saprà fare meglio? Questo lo si vedrà, ma intanto è sicuramente un segnale di novità
17 Settembre 2013

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