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Un'Europa digitale entro il 2018

Un'Europa digitale entro il 2018

Dal Tallinn Digital Summit un documento in 5 punti che farà dell'Unione Europea un Digital Single Market attrattivo per imprese innovative. Standard comuni per la cybersicurezza, infrastrutture abilitanti e formazione delle soft skill le sfide più grandi. Mentre sulla web tax ...
Mattia Schieppati
Le diplomazie digitali europee sono al lavoro. Alle spalle il Tallinn Digital Summit, che si è svolto nella capitale estone il 28 e 29 settembre (qui il sito ufficiale con i video degli interventi), un documento di sintesi realizzato dopo il Summit, diffuso dal Primo Ministro estone Juri Ratas, tira le fila della due giorni di confronti e mette nero su bianco, con una lucidità che costituisce il giusto mezzo tra espressione di intenti e concretezza operativa, i temi chiave su cui l'Unione si gioca il proprio futuro (anzi, il proprio presente) rispetto alla rivoluzione digitale in atto.
Obiettivo rimarcato nelle dichiarazioni conclusive, arrivare entro il 2018 a definire il perimetro - sia normativo che dal punto di vista degli investimenti necessari - di un Digital Single Market europeo. Un concetto che può apparire utopico, data la natura globale e cross-border dell'economia digitale. Ma che in effetti ha il dovere di porre l'Europa come soggetto attivo all'interno di un grande gioco dove, fino ad ora, non ha mai avuto una reale voce in capitolo (salvo che per la battaglia sulla "web tax", che non pare certo il trampolino per spiccare il balzo verso l'innovazione diffusa).
Il documento (qui la versione completa) mette in evidenza cinque impegni d'ampio respiro, cinque linee guida su cui i 27 Paesi della Ue sono chiamati, da oggi, a confrontarsi. Ecco i cinque impegni che la Ue intende assumersi.

1. Portare i governi e il settore pubblico nell'era digitale, per offrire servizi più efficienti ai cittadini e alle imprese, contenere i costi e promuovere l'innovazione

La direzioni è quella di facilitare l'interoperabilità dei sistemi da Paese a Paese (cross border digital public services) e stabilire un'«identità digitale» certificata e sicura per ogni singolo cittadino, che possa essere usata per accedere a servizi e infrastrutture all'interno dell'area comune digitale.
Tre i focus principali di questo processo: la mobilità (creando «corridoi automatici» per i flussi di persone e merci), la salute (rafforzando la crescita della medicina personalizzata) e l'energia (implementando le smart technologies per una migliore efficienza energetica). La sfida per le PA è quella di essere non solo degli abilitatori, ma anche degli early adopters di tecnologie innovative volte a questi scopi.

2. Dare all'Europa un ruolo leader nel campo della cybersecurity entro il 2025, per garantire fiducia, confidenza e protezione a cittadini e imprese e abilitare un uso della rete libero ma al contempo regolamentato

È, tra tutte, la sfida dal più alto contenuto tecnico e che contiene le maggiori complessità dal punto di vista legislativo (in quanto va a impattare da una parte su tutto il complesso sistema della privacy, praticamente differente per ogni Paese, e dall'altra perché mette un «sistema geografico», l'Unione europea, all'interno di un agone come il web che è per natura transnazionale, soprattutto per quanto riguarda le legislazioni di riferimento). «L'Europa necessita di un approccio comune alla cybersecurity», sottolinea il documento. «Dobbiamo arrivare a strutturare un Single European Cyberspace e un Single Cybersecurity Market, condividendo standard e processi di certificazione, capacità operativa e crisis management, avere protocolli comuni per l'attività di report e analisi a seguito di attacchi e incidenti». Ampio peso viene dato, in questo orizzonte ambizioso, al coinvolgimento del settore privato e allo sviluppo di azioni coordinate e virtuose tra pubblico e privato.

3. Fare dell'Europa una casa per imprese e innovatori dell'era digitale

Viene ribadito che l'Unione europea rappresenta uno «spazio di libertà» ideale per l'era digitale, perché consente un libero movimento di dati ed è capace di accogliere innovazioni disruptive. Il tutto, inquadrato nella definizione di un «Digital Single Market» Europeo entro il 2018: per questo, bisogna concentrare un grande sforzo nel rivedere e armonizzare le leggi e le regole dei diversi Paesi Ue relative alla Rete e all'ecosistema digitale. «Dobbiamo prevedere eccellenti condizioni per nuove forme di imprenditorialità, per start-up e scale-up nella data economy. Regolamenti agili e tech-friendly contribuiranno a rendere l'Europa un quartier generale attrattivo per imprese nuove e in fase di sviluppo», enfatizza il documento. Intelligenza artificiale, big data processing e blockchain i tre ambiti rispetto ai quali questa scommessa principalmente si rivolge.
Rientra in questo capitolo la questione ancora molto spinosa della tassazione delle imprese del tech: nonostante le buone intenzioni del Summit, infatti, le posizioni per arrivare a inquadrare una web tax europea sono ancora distanti. Per siglare una norma fiscale unica è necessario il consenso di tutti i 27 dell'Unione, ma Paesi come Irlanda e Lussemburgo - che grazie a regimi fiscali agevolati ospitano i quartier generali europei dei big della Rete e quindi più beneficiano dell'attuale situazione - difficilmente potranno dare il loro assenso. Il documento della presidenza estone, su questo fronte, indica comunque una linea netta: «Siamo impegnati in un processo di cambiamento globale delle norme fiscali, e stiamo adattando i nostri sistemi di tassazione per assicurarci che i profitti generati dalle aziende digitali all'interno dell'Unione europea siano tassati lì dove viene creato il valore. Saranno necessari ulteriori confronti per definire come tradurre in pratica questo principio».

4. Formare e far crescere le competenze personali nella digital age

Il quarto punto è quello a più alto contenuto sociale: ovvero, è dovere dei governi e dei sistemi-Paese colmare quel gap di formazione e di cultura che non consente di accedere pienamente ai benefici della rivoluzione digitale. A partire dal mercato del lavoro. Per portare l'Ue alle frontiere dell'innovazione è necessario anche preparare le persone e i lavoratori al cambiamento. La digitalizzazione esige competenze nuove e che si aggiornano costantemente: «Le digital skill sono il nuovo alfabetismo», osserva il documento, «e andrebbero insegnate universalmente proprio come si insegna a tutti i bambini a leggere e scrivere. L'economia digitale offre enormi opportunità ai giovani e crea professioni nuove, ma gli Stati della Ue devono impegnarsi a promuovere le competenze digitali e a difendere modelli sociali che garantiscano pari accesso e equità, scongiurando gli effetti negativi della diffusione dell'automazione e assicurando che le libertà e i valori su cui l'Europa è fondata siano declinati nell'era digitale».

5. Investire nella crescita della digital economy, a partire dalle infrastrutture

È una sorta di declinazione europea del progetto Industria 4.0. «L'Unione deve concentrare i propri investimenti in ricerca e sviluppo e in policy per stimolare e assistere la trasformazione digitale del comparto industriale». Questo a partire dalla messa a disposizione infrastrutture che consentano di mettere a valore i big data. Si fa riferimento ad alcune delle grandi questioni aperte sul tema, dalla messa a disposizione di una rete 5G effettiva e diffusa entro il 2025, ma anche incentivare lo sviluppo di sistemi di data storage europei (e non dipendenti, dunque, dai grandi "archiviatori di dati" che oggi sono soprattutto statunitensi e che in brevissimo tempo potrebbero diventare in buona parte cinesi).
23 Ottobre 2017

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