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Un bugiardino per smartphone e cloud

SO DOVE SEI

Smartphone, tablet ma anche Google e Facebook: grazie alla geolocalizzazione siamo sempre osservati 24 ore su 24. E i nostri dati sono in vendita. Con quali rischi?
Flavio Padovan
Proprio come è successo nella celebre favola, a un certo punto qualcuno ha gridato: «Il re è nudo!», e allora solo allora tutti hanno cominciato a vedere. E ad agitarsi. E a ricorrere all’abusata metafora del “grande fratello digitale” per seminare timore sul fenomeno. Ma andiamo con ordine.
Due ricercatori che si occupano di sicurezza informatica, Alasdair Allan e Pete Warren, intorno alla metà dello scorso aprile hanno infatti scoperto che nei dispositivi Apple iPhone, iPad 3G e iPod touch c’è un file funzionale alle attività gps che memorizza tutti gli spostamenti del device, e quindi del suo proprietario, e li tiene in memoria per circa un anno. Un file non criptato, che viene copiato in backup ogni volta che si collega lo smarthphone o il tablet al Mac per aggiornamenti o acquisti sull’Apple Store.
In pratica l’iPhone, zitto zitto, mentre di volta in volta aggiorna la propria connessione con l’hot spot wireless più vicino, o posiziona sulla imap la vostra posizione, o comodissimo, vi indica come fare per arrivare al parcheggio più vicino grazie a una delle varie applicazioni che sfruttano la geolocalizzazione, memorizza e immagazzina dati su ogni vostro singolo spostamento, se li tiene da parte per un annetto senza nemmeno decrittarli, e sempre senza avvertire nessuno li “scarica” ogni volta che si fa un backup o ci si collega a iTunes.
Non conferma, non smentisce
C’è chi fa spallucce, prendendola filosoficamente e pensando che gli spostamenti della propria vita da pendolare casa-lavoro-bar siano comunque poco interessanti per qualsiasi grande fratello, e chi invece si sente immediatamente al centro di una cospirazione. In questo caso, complice anche il fatto che questa scoperta è stata comunicata attraverso le pagine del Wall Street Journal, ha prevalso la seconda posizione.
Lo scandalo è scoppiato e da Cupertino, dove ha sede la Apple, hanno prima negato, poi ammesso che sì, i dati sugli spostamenti vengono immagazzinati ma per un errore del software, e che di quei dati loro non se ne fanno nulla, e poi immediatamente hanno realizzato e messo a disposizione degli utenti un aggiornamento del software (la versione 4.3.3 di iOS, il sistema operativo del melafonino) che disabilita la funzione di memorizzazione, e cancella la cache (ovvero la traccia di dati che resta in memoria) dopo ogni disattivazione dell’applicazione di geolocalizzazione utilizzata. Fine dello scandalo? Naturalmente no. Perché la scoperta, e la marcia indietro di Apple che ha praticamente confermato “il problema”, ha provocato la sollevazione dei consumatori, negli Stati Uniti così come in Europa, e immediatamente si sono messe in moto le Authority che, da una parte e dall’altra dell’Atlantico, sono preposte alla tutela della privacy, inevitabilmente ferite da questa invasione nella libertà di movimento.
A questo punto, scoperchiato il vaso di pandora, ci stanno finendo di mezzo tutti, anche gli altri giganti dell’economia digitale, che uno zampino o qualcosa di più nel grande business della geolocalizzazione ce l’hanno messo da tempo. Così, alla sbarra è finita Google, che attraverso Android “equipaggia” la maggior parte degli smartphone al mondo e che con i sistemi di geolocalizzazione Google Earth e Street View è impegnata non poco: “Tutti i dati di geolocalizzazione che i nostri strumenti raccolgono vengono trasmessi anonimizzati”,è stata la prima difesa del colosso dei motori di ricerca, “e vengono conservati in memoria non più di un giorno”. Simile la difesa di Microsoft, pure lei impegnata nel settore telefonia e dei search engines, e quindi implicata nella questione geolocalizzazione: «Raccogliamo solo i dati che servono per misurare triangolazioni e prossimità con i ripetitori e reti WiFi l fine di poter usare i diversi servizi di geolocalizzazione », è la linea Microsoft. Basta questo per tranquillizzare gli utenti?
Authority e class action
Non pare. Visto che sulla questione, oltre a blogger e smanettoni che subito si sono sbizzarriti a proporre soluzioni fai da te per “non farsi tracciare” dal proprio smartphone, hanno deciso di vederci chiaro sia la Federal Trade Commission americana, che l’authority per la privacy Ue e le authority nazionali di Germania, Francia e Italia: “L’Autorità, che ha già da tempo avviato accertamenti sugli applicativi presenti sugli smartphone,ha deciso oggi di allargare le verifiche anche a questo nuovo fenomeno che suscita particolare preoccupazione. L’Autorità chiederà informazioni ad Apple e avvierà accertamenti tecnici tenendosi in contatto anche con altre autorità europee per la privacy che si sono già attivate nei confronti della società di Cupertino” è l’unico commento che si riesce ad avere dall’authority italiana sulla vicenda. Ma il rischio vero per i big della tecnologia è che oltre alla tirata di orecchie e eventuali sanzioni delle varie autorità, partano delle class action di utenti, e allora il gioco potrebbe farsi duro.
Criminalità in agguato
Al di là del “come andrà a finire”, però, la domanda vera è un’altra: quanto e come un’eventuale raccolta non dichiarata di dati sulla localizzazione dell’utente può essere considerata un’invasione della privacy? E quanto invece l’utilizzo sempre più massiccio, e a volte addirittura compulsivo da parte di noi utenti, di applicazioni che richiedono la geolocalizzazione sistemi di navigazione satellitare, iMap, ricerca di reti wireless mentre si passeggia per strada, ecc. in qualche modo dovrebbe farci dare per scontato che il nostro smartphone o la tavoletta per avere informazioni relative alla posizione comunque devono comunicare una triangolazione sulla nostra posizione? E quindi dire “a qualcuno” dove siamo? Parrebbe scontato, ma così non è.
Due i possibili scenari: uno sfacciatamente fraudolento. Perché se tutta questa massa di dati se ne sta non crittografata in un file latente che qualsiasi hacker alle prime armi può richiamare e utilizzare come meglio crede, e l’hacker non è un ragazzotto brufoloso ma un’organizzazione criminale, a questo punto sa che io mi trovo a Roma, che mia moglie è al mare in Sardegna, e quindi molto probabilmente intuisce che il mio appartamento di Milano (di cui conosce l’indirizzo, pure questo grazie alla cronologia delle mie localizzazioni) è chiuso e solitario.
E se si fa un giretto su Facebook, nel mio album di foto, può magari anche scoprire che proprio poche settimane fa mi sono comprato un bellissimo hi-fi ultimo modello, o che ho condiviso con i miei amici su Twitter la gioia per l’acquisto strepitoso di un dipinto da collezione. Insomma, un rapido giro di click e immediatamente è chiaro se vale la pena organizzare un bel furto con scasso ai miei danni oppure no.
Il futuro del marketing?
Ma c’è anche un secondo scenario, meno malavitoso ma su cui comunque gli amanti della privacy potrebbero avere da ridire. E riguarda l’uso commerciale che chi raccoglie e conserva tutti i dettagli dei miei spostamenti fa di questi dati. Poter infatti associare a un profilo utente tutte le sue abitudini e passioni (cosa facile: basta tracciare e sistematizzare per esempio le navigazioni sul web, oppure le ricerche fatte attraverso motore di ricerca), e a questo aggiungere anche i suoi movimenti e addirittura sapere perfettamente dove si trova in ogni singolo istante è il sogno dell’ufficio marketing di ogni azienda. So chi sei, so cosa ti piace, so dove sei e dove potresti cercare quello che ti piace: piazzarti la mia merce, che sia un ristorante, un negozio di 45 giri vintage o un autolavaggio, non è neanche più lavoro da uomo marketing: è un lavoro da cecchino. Considerando poi quanti utenti si sono già fatti conquistare volontariamente, in questo caso – da piattaforme di social network che fanno proprio della geolocalizzazione la propria caratteristica specifica, come Foursquare, Gowalla o lo stesso Facebook Places, ecco che anziché stracciarsi le vesti per la privacy invasa, bisognerebbe recitare un bel mea culpa.
Secondo Ovum, società di analisi esperta nel marketing applicato all’ICT, il mercato della “collezione dati” provenienti dagli smartphone grazie alla geolocalizzazione varrà 3 miliardi di dollari entro il 2014, addirittura un valore di 8,3 miliardi di dollari è la stima che fa invece un’altra accreditata azienda di analisi, Gartner Group.
Un piatto molto ricco, che fa il paio con la crescita esponenziale, semestre dopo semestre, del mobile advertising (i messaggi pubblicitari veicolati su smartphone, negli Usa sono una consuetudine che riguarda l’82% degli utenti) e con la sempre più alta dipendenza degli utenti stessi dalle indicazioni che si possono trarre da applicazioni e navigazione tramite il proprio telefonino: per sapere in quale enoteca prendere l’aperitivo stasera se mi trovo a Udine, non chiedo più a un amico,ma lo chiedo alla mia fedele apps. Che, sapendo perfettamente in quale via e numero civico di Udine mi trovo, mi potrà indicare il locale più vicino, o quello più economico, o quello più tradizionale. O, magari, quello che ha saputo – tramite un accordo commerciale con chi gestisce il database risultare come primo della lista. E noi, molto probabilmente, il nostro calice di vino ce lo berremmo proprio lì. Ce l’ha consigliato il nostro telefono, lui mica sbaglia.
Box 1

Fai perdere le tracce in 2 mosse

I servizi di geotagging sono attivati di default in praticamente tutti gli smartphone. Disattivarli, però, è semplice. Prima cosa, se avete un iPhone, aggiornate il sistema scari- cando la versione iOS 4.3.3, realizzata da Apple proprio per ovviare al bug che consentiva al telefonino di tenere in me- moria per un anno la cronologia di tutti i movimenti e le geo- localizzazioni. Inoltre, sempre per i possessori di iPhone, è possibile accertarsi che tutti i sistemi di geotagging siano di- sattivati così: 1. Andate su Impostazioni ->Ge- nerali 2. Disattivate i Servizi di localiz- zazione (Localizzazione - No) In questo modo il servizio di geo- tagging verrà disattivato da tutte le applicazioni, compresi i servizi di navigazione. Per i possessori di BlackBerry: 1. Andate su Opzioni->Opzioni avanzate->GPS 2. Disattivate il “Supporto posi- zione” e salvate le nuove impo- stazioni.
Box 2

Lo smartphone ti porta in filiale

Sfruttare le possibilità che possono dare i sistemi di geolocalizzazione per offrire un servizio di “mappa verso la filiale” ai propri clienti. È quello che ha fatto UBS con l’applicazione UBS Locator, scaricabile gratuitamente dall’Apple Store. L’applicazione permette attraverso lo smartphone di cercare tutte le filiali UBS nel mondo, identificare la filiale più vicina alla propria posizione in quel momento e visualizzare tutte le informazioni relative alla singola filiale cui si è interessati (telefono, indirizzo, orari di apertura, ecc.).
Gli altri articoli del servizio:
Ancora poco utilizzata in Italia per offrire servizi innovativi ai clienti, la geolocalizzazione trova ampio utilizzo come strumento anticrimine
Allarme del Garante della Privacy sull'uso inconsapevole di Apps geolocalizzate
Già disponibile l'applicazione per iPhone e Android che consente di trovare gli sportelli Bancomat e Postamat più vicini
12 Agosto 2011

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