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Una priorità il rilancio del Sud

Una priorità il rilancio del Sud

Un patrimonio da inserire nel circuito della crescita. Il credito, le imprese e le famiglie, le prospettive per questo nuovo anno. E ancora i mutui. Nella tappa di Messina del road show ABI, Giovanni Sabatini ha fatto il punto sui temi più caldi del momento...
Ildegarda Ferraro
Intervista a Giovanni Sabatini, direttore generale dell'ABI

Gli ultimi dati fanno registrare impieghi ancora in frenata, anche se con un’intensità minore. Come spiega l’andamento del credito?

I dati fotografano le difficoltà di un Paese in recessione e vanno contestualizzati rispetto a tutte le variabili del Paese. Tre numeri sono significativi sul 2012: -2% il Pil, -8% l’andamento degli investimenti, -3% la frenata dei consumi. Questo quadro ovviamente si riflette sulla dinamica del credito. Dobbiamo tenere presente che abbiamo subito in cinque anni due recessioni ravvicinate di violenta intensità. Se il Paese non cresce, gli investimenti crollano e i consumi languono non può certo crescere il credito. Le banche in questi cinque anni hanno retto, hanno garantito la stabilità del sistema, anzi hanno aiutato a far fronte alle difficoltà con iniziative come le moratorie, che hanno permesso di lasciare ossigeno alle imprese e alle famiglie. A dicembre scorso è stata rinnovata la moratoria per le imprese ed è stata prorogata di un anno l’iniziativa per lo smobilizzo dei crediti verso la PA.

C’è molto bisogno di sostegno in momenti di difficoltà

I dati delle moratorie parlano chiaro. Le banche hanno garantito 15 miliardi di liquidità a 250mila imprese in difficoltà. Più di 80mila famiglie hanno potuto contare su una sospensione di un anno per il mutuo.

Famiglie. Gli italiani pagano più caro rispetto ad altri europei il mutuo per la casa. L’Euribor è ai minimi storici eppure i mutui in Italia costano di più. Perché?

È la situazione del Paese che fa la differenza. La crisi del debito sovrano, che ha colpito l’Europa e in particolare l’Italia ha prodotto sul credito tre effetti: ha ridotto la quantità di fondi disponibili per le banche italiane, ne ha aumentato il costo e ne ha peggiorato la qualità, nel senso che si è ridotta la durata della raccolta delle banche italiane. Questo si riflette sulla possibilità di erogare credito e sul costo del credito. Non possiamo dimenticare che solo nelle ultime settimane l’andamento dello spread sta finalmente dimostrando una riduzione delle tensioni sui mercati. Ancora oggi dobbiamo comunque fare i conti con lo spread superiore a 250 punti base. Siamo a tre volte il livello di prima della crisi. E questo continua a pesare sul costo del credito, sulle banche italiane e sui loro clienti.

Lo spread a quanto deve scendere per vedere diminuire sensibilmente il costo dei prestiti sulla casa?

Se le condizioni si consolideranno avremo effetti sul costo dei prestiti, ma occorre tempo. L’obiettivo è quello di ritornare ad uno spread che rifletta i fondamentali del Paese, che è tra il 100 e i 150 punti base. Occorre che si verifichino due cose: l’allentarsi delle tensioni finanziarie, perché è ancora in atto un’elevata volatilità sui mercati finanziari; è necessario che il Paese si rimetta su di un percorso di crescita. Sulla base delle previsioni possiamo pensare che ciò accada nella seconda parte del 2013.

E intanto su che cosa state lavorando?

Siamo in stretto contatto con l’Ance, l’Associazione dei costruttori, per evitare che la caduta del settore si rafforzi ancora. Stiamo immaginando il rilancio del mercato dei covered bond, obbligazioni a basso rischio, per garantire raccolta a medio-lungo termine per riattivare risorse fresche per i mutui. Stiamo affrontando questi temi con l’Ance, la Cassa Depositi e Prestiti e il Ministero dello Sviluppo. Sarebbero anche necessarie misure di carattere fiscale, come maggiori detrazioni degli interessi passivi sui mutui per ristrutturazioni per ridurre il fabbisogno energetico.

Il credito non cresce ma intanto aumentano i depositi.

I depositi sono raccolta a breve termine. Per erogare un mutuo a 15 o a 20 anni occorre una raccolta di pari durata, altrimenti viene compromessa la stabilità del sistema. Abbiamo visto in altri Paesi che cosa è successo a banche che facevano raccolta a breve e impieghi a lungo termine. Le conseguenze possono essere davvero pesanti.

E i fondi della Bce?

La liquidità che la Bce ha immesso sul mercato è stata utilizzata dalle banche italiane per non ridurre lo stock di credito esistente. Quella liquidità è sostitutiva, nel senso che ha sostituito la raccolta che le banche italiane non riuscivano più a fare sui mercati internazionali spaventati dal rischio paese. È stata utilizzata per non ridurre la quantità di credito disponibile per l’economia, come sarebbe stato se non ci fosse stato l’intervento della Bce.
In altri termini, la liquidità della Bce ha consentito di continuare ad erogare credito, a finanziare imprese e famiglie. Senza quella liquidità ci sarebbe stata una forte riduzione delle erogazioni, visto che la crisi ha chiuso la possibilità di raccolta che le banche italiane facevano sui mercati internazionali. Le banche raccolgono fondi e li prestano ad imprese e famiglie. In Italia l’ammontare dei prestiti alla clientela (1.923 mld di euro) è nettamente superiore alla raccolta da clientela (1.755 mld). Con uno sbilancio che tocca quasi i 200 mld di euro, coperto con la raccolta sui mercati internazionali. Venuta meno la fonte degli investitori istituzionali esteri, quella raccolta è stata sostituita dal fondi della Bce. Ma non c’è stato alcun incremento della liquidità disponibile per le banche italiane. In ogni caso la liquidità della Bce, quella delle operazioni fatte nel 2011 e 2012, è a due, tre anni, quindi comunque tendenzialmente a breve termine. Liquidità che quindi non consente ad esempio di fare un finanziamento a quindici, vent’anni come per i mutui.

Le imprese continuano a dire che occorre il credito per ripartire.

Imprese e banche italiane sono sulla stessa barca, perché la crescita del Paese aiuta le imprese e le banche. Un passo importante lo abbiamo ottenuto con la messa in sicurezza dei conti pubblici. È importante che sia confermato anche dalla linea politica dei futuri governi. È stato sterilizzato il rischio finanziario. Ora occorre far ripartire la crescita. Le banche italiane hanno bisogno di raccogliere fondi sui mercati internazionali e dai nostri depositanti. Oggi la raccolta interna sta andando bene, ma è raccolta a breve termine, perché continua a pesare sugli investimenti l’incertezza del futuro. E purtroppo gli investitori continuano ad avere una percezione di rischio elevata, basti pensare che siamo ancora sopra i 250 punti base con lo spread. Quando riusciremo a raccogliere fondi a livello precrisi e quando si sarà stabilmente riaperto il mercato dei fondi internazionale torneremo ad avere liquidità addizionale per credito ad imprese e famiglie.

Quando tutto questo potrà accadere? Quando lo scenario diventerà più roseo?

Come ho accennato prima nella seconda parte del 2013 l’economia comincerà a dare segnali di ripresa. La prima metà del 2013 sarà ancora complessa, nella seconda parte, se saranno confermate le politiche sulla spesa pubblica e di rilancio della crescita, speriamo che ci possa essere una leggera ripresa. Probabilmente il 2013 continuerà a chiudersi con una variazione del Pil negativa e dunque sarà ancora un anno di recessione. Immaginiamo una riduzione intorno a -0,6. Dalla fine del 2013 potremo vedere un’inversione di tendenza rispetto al ciclo negativo. Certo anche il 2014 sarà un anno di bassa crescita. Occorrono interventi strutturali che ridiano competitività al Paese.

Quali sono le richieste che sente di sottolineare per il prossimo futuro, per il prossimo governo per esempio?

Le linee sono abbastanza tracciate. Intanto proseguire sulla linea della stabilità e del rigore e incrementare politiche per la crescita. Quindi recuperare risorse da destinare alla crescita, incrementare i programmi per ridurre lo stock di debito, ridurre la burocrazia. In sintesi continuare con la spending review, attivare politiche di crescita, proseguire con programmi di privatizzazione, insieme ad un processo di semplificazione complessivo.

E il Sud?

Penso che il nuovo governo debba avere tra le sue priorità il rilancio dell’economia del Mezzogiorno. Anche il questo caso l’andamento del credito è strettamente collegato alle condizioni complessive. Le imprese al sud continuano ad essere soprattutto piccole, con difficoltà di sbocchi all’estero, le infrastrutture vanno rafforzate, come pure la cultura della sicurezza e della legalità. Da uomo del sud dico che il Mezzogiorno è un patrimonio di cultura e di risorse da inserire nel circuito della crescita.
29 Gennaio 2013

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