20 Luglio 2018 / 14:26
Cyber-libertà: Francia e Australia all'indice

 
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Cyber-libertà: Francia e Australia all'indice

di Franco Volpi - 15 Marzo 2012
Pubblicato il report 2011 di Reporter Senza Frontiere sulla censura sul web. Oltre ai "soliti noti" della repressione, tante bacchettate alle leggi che trasformano gli Internet provider in censori
Il 12 marzo - dal 2008, quando il web è diventato un fenomeno globale anche nei paesi in via di sviluppo - è giorno di pagelle per tutti gli Stati del mondo. È in questa data infatti che l'organizzazione internazionale indipendente Reporter Senza Frontiere pubblica il report annuale sul livello di censura che, nazione per nazione, i governi applicano alla rete (http://en.rsf.org).
Un barometro del livello di libertà di espressione online che ogni anno conferma alcuni andamenti purtroppo prevedibili, ma riserva spesso anche non poche sorprese. Si tratta, soprattutto quest'anno, di un rapporto molto atteso, dopo che gli equilibri del Nord Africa sono stati sconvolti anche (c'è chi dice, soprattutto) dall'utilizzo della rete da parte degli attivisti antiregime in Egitto, Tunisia e Libia. E dopo che il fenomeno Wikileaks ha portato il governo degli Stati Uniti e diversi paesi europei a mettere allo studio misure restrittive per la circolazione di materiali "riservati" sul web, senza contare che negli Stati Uniti e in Unione Europea è diventata di stretta attualità la discussione di leggi che entrano nel merito di temi scottanti come copyright, privacy e libertà di download: “la pressione si fa pesante nei confronti degli intermediari tecnici”, sottolinea il rapporto, “incoraggiati in certi paesi a giocare il ruolo di polizia della rete”.
Ma ecco i dati complessivi che emergono dal rapporto: in ben 60 paesi le autorità applicano "criteri o strumenti censori" alla navigazione in rete, e sono oltre 120 gli internauti (blogger e semplici attivisti navigatori) attualmente in carcere per aver espresso la loro opinione online, soprattutto in Cina, Iran e Vietnam. Questi sono i paesi su cui le autorità hanno fornito comunicazione ufficiale. Ma non è tutto: “Il 2011 resterà un anno di violenza senza precedenti nei confronti dei cyber cittadini.” - spiega Reporter Senza Frontiere - “In 5 sono stati uccisi, mentre gli arresti sono stati ben 200, con un aumento del 30% rispetto all’anno precedente. Un bilancio record, che rischia di divenire ancor più pesante tenendo conto anche delle azioni delle autorità siriane”.
Il rapporto 2011 mette in evidenza, in una particolare classifica in cui non è certo un vanto trovarsi iscritti, i paesi dichiaratamente "nemici di Internet" (e qui la top ten è composta da grandi classici della negazione dei diritti come, in ordine, Birmania, Cina, Cuba, Iran, Corea del Nord, Arabia Saudita, Siria, Turkmenistan, Uzbekistan, Vietnam), e quelli che sono invece da considerare "paesi sotto osservazione". Tra questi le sorprese non mancano. Al primo posto, per esempio, davanti all'Egitto dei generali e all'Eritrea della guerra civile, ecco l'evoluta Australia: a condannarla è la proposta di legge che il governo intende portare in approvazione, per l'istituzione di un "filtro" governativo su tutto il traffico web nazionale demandato agli Internet service providers, proprio lo stesso tipo di misura proposta anche a livello di Commissione Ue e bocciata solo poche settimane fa.
Ma ancora più clamoroso è il quarto posto della Francia: proprio in piena campagna elettorale, il governo del presidente Sarkozy viene messo sotto osservazione dai paladini della web-libertà per il controllo e le pressioni cui sarebbero stati costantemente sottoposti alcuni giornalisti di importanti e seguitissimi siti di informazione, come Rue89 e France Inter. Non solo. È stata giudicata forma di censura la scelta dell'Authority francese delle telecomunicazioni di vietare, in qualsiasi tipo di trasmissione radiofonica o televisiva, la possibilità a giornalisti o conduttori di invitare gli ascoltatori a visitare pagine di Facebook o Twitter, in quanto citare i nomi dei due social network costituirebbe una forma di pubblicità occulta degli stessi. Più che una misura contro la libertà di web, si tratta piuttosto di un'esagerazione ai limiti del grottesco. Non si sono spinti a tanto nemmeno i severi censori birmani.
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