26 Aprile 2019 / 16:31
Il digitale può far crescere le disuguaglianze

 
Banca

Il digitale può far crescere le disuguaglianze

di Ildegarda Ferraro - 11 Febbraio 2019
La tecnologia è una grande ricchezza, ma occorre attenzione. “Dobbiamo porci il problema morale e etico della disuguaglianza” dice in questa intervista a Bancaforte Gian Maria Gros-Pietro, Vicepresidente vicario dell’Abi e Presidente di Intesa Sanpaolo. “Siamo di fronte ad un nuovo salto tecnologico che può far crescere gli squilibri e rendere obsoleta anche la finanza”. “Occorre reagire - aggiunge Gros-Pietro - con adeguati strumenti”

Presidente Gian Maria Gros-Pietro, in un recente incontro alla Università Cattolica lei ha messo in guardia dai possibili effetti distorsivi della tecnologia.

“Non vorrei essere frainteso. Credo che la tecnologia sia una grande risorsa. Vorrei però sottolineare che l’avanzamento tecnologico ha avuto in tutta la storia dell'umanità un effetto di accentramento della ricchezza, di riduzione dell'uguaglianza. Perciò anche le nuove tecnologie costituiscono un attacco potenziale all'uguaglianza delle persone. È una sfida a cui bisogna rispondere, non è un attacco militare per fortuna, ma bisogna reagire con adeguati strumenti”.

Lei dice che non si deve perdere di vista la storia dell’uomo.

“Esatto. L'umanità nasce con esseri raccoglitori. I primati sono dei raccoglitori. Quando dalla raccolta si passa alla caccia servono strumenti, che sono anche armi: frecce, giavellotti, archi, reti. Tutto questo naturalmente aumenta la produttività. Per unità di tempo catturi più animali, gli animali scarseggiano, quelli che non hanno strumenti di caccia saranno più affamati di prima. Poi si passa all'agricoltura. Vuol dire che dove coltivo altri non verranno più né a raccogliere né a cacciare. Abbiamo poi la manifattura, che richiede un capitale, strumenti. Dalla manifattura si passa all'industria, dove la divisione del lavoro non è più tra chi fabbrica gli strumenti e chi li usa, ma tra chi possiede gli strumenti e coloro che vendono il proprio lavoro. Arriviamo al taylorismo, in cui l'operaio non possiede neanche più la professione, il mestiere. Non è richiesto più un mestiere, non serve un saper fare, vengono stabiliti tempi e metodi, modi di muoversi e di utilizzare gli strumenti. La perdita del mestiere la scopri se perdi il tuo posto di lavoro: il falegname che cambiava bottega portava con sé tutto il suo saper fare, l’operaio taylorizzato cambiando posto di lavoro deve reimparare.. Il passaggio successivo è la finanza, che stacca dalla produzione reale il concetto di utile, di profitto, anche di economicità, e quindi rende possibili ulteriori concentrazioni di ricchezza”.

Lei mette l’accento sulla tecnologia dell’informazione.

“Non dobbiamo perdere di vista quanto accade. Alcuni studiosi, soprattutto filosofi, ci mettono in guardia: non vi siete ancora accorti, ci dicono, che anche il tempo del predominio della finanza è superato, perché oggi quello che conta è l'informazione, quella veicolata dagli impulsi elettronici. Se si guarda alla classifica delle persone più ricche del mondo - la prima, ma anche le tre o quattro che seguono - sono tutte in attività legate alla costruzione e gestione di piattaforme, piattaforme la cui materialità è in larga parte costituita da sistemi informatici. Il loro funzionamento è però in larga parte immateriale. Gestiscono un'attività che è dirompente, che fa chiudere i negozi, sostituisce i tassisti, incide sui sistemi preesistenti, che sparge la produzione e la logistica in tutto il mondo e crea una nuova divisione internazionale del lavoro. È uno scenario che fa sembrare una vecchia romanticheria la lotta sociale in cui il sindacato fronteggiava il padrone dentro la fabbrica, perché la fabbrica non c'è più. E il padrone, quello che sta al primo posto della classifica mondiale dei miliardari, sta in un altro Stato e le sue piattaforme stanno chissà dove, i redditi fiscali non sono nello stesso posto dove sono le piattaforme. Tutto questo ha effetto sulle persone. Non abbiamo più il capitalista da un lato e gli operai dall’altro, la controparte è una piattaforma informatica”.

Il punto nodale è l’asimmetria e l’uso delle informazioni?

“Anche. Alcuni miliardi di persone ormai nel mondo hanno uno smartphone e passano una parte del loro tempo a digitare, per esempio per cercare qualcosa che vogliono comprare, per avere informazioni o altro. Le informazioni sono la vera ricchezza oggi, non solo perché con esse si gestisce qualunque cosa, dalle centrali elettriche, ai voli aerei, a una qualunque fabbrica, ma perché attraverso le informazioni si stabilisce che cosa vendere a chi e anche altro. Ecco allora che quando una persona digita, cerca delle informazioni che hanno un valore quasi nullo perché sono di dominio pubblico, ma lascia delle informazioni su sé stessa che hanno un grande valore commerciale. Ma questo valore diventa realizzabile solo quando si possiedono milioni di informazioni di questo tipo.L’asimmetria è enorme, di dimensioni mai sperimentate nella storia dell’umanità: centinaia di milioni di persone lavorano ogni giorno senza essere pagate, senza avere neppure la consapevolezza che stanno producendo qualcosa che ha valore, a proprie spese, su un telefono che hanno comprato e per il quale pagano la connessione. C'è un limitatissimo numero di persone, diciamo al massimo 1 milione su 7 miliardi, che è coinvolta in qualche modo nel controllo di queste piattaforme, della loro evoluzione, dell’uso che se ne fa”.

E il fintech?

“Quando si parla di fintech, da un lato possiamo chiederci qualii effetti avrà sulle banche. Tutti coloro che gestiscono banche si stanno occupando di acquisire queste tecnologie e/o di collaborare con chi le ha. Però, se poniamo il problema morale ed etico della disuguaglianza, dobbiamo fin da ora renderci conto che siamo di fronte a un nuovo salto tecnologico, che può rendere obsoleta anche la finanza”.
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