14 Dicembre 2018 / 21:18
Il Fintech italiano deve essere un prodotto da esportazione

 
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Il Fintech italiano deve essere un prodotto da esportazione

di Mattia Schieppati - 31 Agosto 2018
Openness, sharing knowledge, soft skill. Mettendo in comune esperienze e idee, il mondo della finanza può essere parte della digital trasformation. Layla Pavone, Ad Industry Innovation di Digital Magics, porta un modello concreto di sviluppo del Fintech. E vede nel Salone dei Pagamenti la capacità di visione delle banche italiane …
È un ciclo che si chiude. Per subito riaprirsi, perfettamente in linea con quella filosofia dell’openness che costituisce una delle parole chiave dell’approccio di Layla Pavone, Amministratore delegato Industry Innovation del business incubator Digital Magics, al mondo dell’innovazione. Proprio in occasione dello scorso Salone dei Pagamenti, infatti, Digital Magics lanciò Magic Wand, un programma di accelerazione per start-up dell’ambito Fintech e Insurtech che ha compiuto quello che Pavone considera «quasi un miracolo»: mettere intorno a un tavolo, e coinvolgere in un percorso di collaborazione durato dieci mesi, un panel importante di aziende bancarie e assicurative, «realtà che da sempre si considerano – giustamente – competitor e invece in questa occasione hanno compreso e sposato l’idea di mettere a fattore comune esperienze e competenze per far crescere insieme nuove imprese tecnologiche e sviluppare davvero innovazione Made in Italy nel settore della finanza e delle assicurazioni. Mettendosi in gioco in prima persona e fornendo supporti economici e di advisorship per lo sviluppo di modelli scalabili in grado di competere a livello internazionale». Per la cronaca: sono state 10 le start-up selezionate all’avvio del progetto, 6 quelle che hanno avuto accesso, dopo un’ulteriore selezione, al programma di accelerazione durato 8 mesi.
Ma se il focus del progetto sono state le start-up con il loro portato di innovazione, l’elemento che ha reso eccezionale questo esperimento è stato, come anticipava Pavone, la partecipazione positiva e aperta delle aziende coinvolte: Bnl, Creval, Ersel Investimenti, Innovation Center di Intesa Sanpaolo, Innogest, Poste Italiane, SellaLab, SisalPay, Società Reale Mutua di Assicurazioni e Ubi i partner coinvolti nel progetto. Tra tanto parlare, a volte improduttivo, della necessità di “fare sistema” nell’ambito dell’innovazione, ecco un esempio concreto di come «la collaborazione non produca rischi, ma opportunità», sottolinea Pavone. Il 7-9 novembre, in occasione del prossimo Salone dei Pagamenti, Digital Magics presenterà i risultati di questo percorso, tracciando il perimetro di quello che può già essere considerato un caso di studio e uno stimolo ulteriore.

Dopo tanto parlare di competizione tra banche tradizionali e realtà Fintech emergenti, l’esperimento di Magic Wand sembra aver segnato una svolta, è così?

Effettivamente, noi di Digital Magics per primi siamo rimasti sorpresi di come, da subito, siano cadute le barriere tra tutti i soggetti coinvolti, e si sia innescato un processo virtuoso basato su contaminazione e sharing knowledge. Tutti sono stati immediatamente consapevoli del fatto che, su un tema decisivo come l’innovazione digitale, sia necessario mettere da parte campanilismi e singoli interessi e sposare quel principio di open innovation che rappresenta l’unica strada possibile. Nessuna azienda, oggi, può immaginare di fare innovazione da sola. Tanto meno nel settore della finanza, dove il confronto e la competizione si gioca all’interno di uno scenario globale. Banche e assicurazioni che hanno collaborato a Magic Wand hanno compreso una cosa: non basta più osservare quel che accade nel mondo dell’innovazione e attendere l’opportunità giusta da cogliere. Ma per essere parte della digital trasformation bisogna impegnarsi in prima persona, attraverso percorsi collaborativi. Questa apertura non deve più essere vista come un rischio, perché i benefici che porta sono infinitamente maggiori, in termini di valore aggiunto generato sotto forma di servizi per i propri clienti.

Qual è il polso della situazione del Fintech italiano?

È un grande serbatoio di idee e di progetti, un settore animato da persone – moltissimi giovani – con skill molto alte. All’interno dell’ecosistema delle start-up – guardo all’Italia, ma è un discorso che vale anche se ci apriamo al contesto internazionale - il Fintech è uno degli ambiti più maturi, quello in cui fin da subito si sono concentrate le competenze migliori e sul quale investitori italiani e internazionali hanno subito puntato l’attenzione. Con investimenti interessanti, messi in campo in buona parte da corporate venture capital, banche o assicurazioni per sviluppare servizi innovativi per i clienti. Il digitale è in primo luogo un grande semplificatore e offre interessanti opportunità alle banche-retailer di rendere immediata la user experience del cliente, qualunque sia il servizio che vogliono offrire. Anche allargando al mondo consumer modelli di servizi nati magari per il B2B. L’intelligenza delle start-up Fintech deve essere quella di sentirsi “al servizio” di banche e assicurazioni, proporre soluzioni che siano integrative e complementari ai core business delle aziende finanziarie. Allargando i possibili mercati, non portando ulteriore competizione all’interno di quelli già esistenti: pensiamo, per esempio, a come il digitale sia un abilitatore potente rispetto alle community online, che possono essere per le aziende tradizionali– pensiamo alle assicurazioni, per esempio - nuovi e interessantissimi cluster di clienti.

Questo è il lato positivo della medaglia. Quali sono invece le principali criticità dello scenario Fintech?

La disponibilità, o sarebbe meglio dire la non disponibilità, di capitali per far crescere in maniera organica il tessuto delle start-up. In Italia la cultura del venture capital, dell’investimento in innovazione, non ha mai attecchito. Secondo i dati più recenti, se sommiamo capitali pubblici e privati gli investimenti non vanno oltre i 150-180 milioni di euro, per una platea censita di circa 10 mila start-up. Cifre infinitamente inferiori rispetto alle capacità di investimento messe in campo da altri Paesi europei, per non parlare ovviamente degli Stati Uniti. Non c’è oggi in Italia la massa critica di capitali sufficiente per pensare allo sviluppo di un vero e proprio ecosistema di imprese innovative. E così succede che quando una start-up ha i numeri e le potenzialità per fare il salto di qualità, saluta l’Italia e va per esempio a Londra, dove trova i capitali e un sistema anche normativo pensato per far crescere queste realtà.

Sperare che la cultura del venture capital sbocci all’improvviso è piuttosto utopico. Che cosa si può fare, da subito, per porre un freno a questa fuga di cervelli?

Quel che noi facciamo – e proprio in occasione di Magic Wand ho visto che è anche una cultura diffusa in molte banche aperte all’innovazione – è dare al nostro lavoro di affiancamento alle start-up un’impostazione estremamente concreta e pragmatica. La nostra responsabilità, e di tutti i soggetti che come noi sono impegnati in questo processo, è superare la percezione, ancora diffusa, che le start-up siano un fenomeno etereo, quasi una “moda” più che una strada per far crescere imprenditoria innovativa. Affrontiamo i loro percorsi con il sano pragmatismo del fare impresa e del portare risultati che caratterizza, da sempre, la piccola e media imprenditoria italiana. Operare in maniera innovativa e attrattiva è da secoli una qualità italiana che il mondo riconosce e apprezza. Dobbiamo essere capaci di declinare questo Dna nel settore dell’innovazione tecnologica, affiancare e far crescere il grande patrimonio di talenti che abbiamo in Italia. E farlo con grande serietà e senso di responsabilità. Noi siamo impegnati in questo, ma è necessario che questo approccio diventi diffuso. Il Salone dei Pagamenti, per esempio, è un’iniziativa fondamentale per mostrare come l’innovazione non sia solo un concetto, ma sia un motore di idee che si trasformano in business. È davvero importante e significativo che l’ABI, con il Salone, abbia voluto promuovere questo “movimento” e creare uno spazio di aggregazione tra idee, operatori, capitali, che in Italia fino a tre anni fa non esisteva. Il modello del Salone dei Pagamenti dimostra una grande vitalità e capacità di visione da parte del mondo bancario italiano.

Lei porta da sempre particolare attenzione allo sviluppo dell’imprenditoria femminile. Fintech e quote rosa: qual è la situazione?

Nell’ecosistema dell’innovazione il gender gap non è minimamente sentito. Non si avverte quella differenziazione che è purtroppo ancora molto presente in molti altri ambiti d’impresa, soprattutto a livello di top management. Nel digital contano la capacità e il merito e questa è una rivoluzione nella rivoluzione. Osservo però, con dispiacere, che esiste ancora una sorta di “blocco psicologico” da parte delle donne, di giovani donne, nell’affrontare l’ipotesi di diventare startupper in ambito tecnologico. È diffusa l’idea che sia un settore principalmente per ingegneri e le donne che intraprendono studi di ingegneria sono ancora pochissime. Sbagliato. A far la differenza sono le soft skill, la visione trasversale, avere uno sguardo a 360 gradi sulle opportunità e i fenomeni. E le donne, in questo, hanno tante carte da giocarsi. Purtroppo, i dati dicono che mentre nell’industria tradizionale abbiamo un 30% di donne imprenditrici, le start-up al femminile sono solo il 13-14% del totale. Dobbiamo impegnarci a far crescere questa percentuale.

Al prossimo Salone dei Pagamenti presenterete i risultati del progetto Magic Wand. Lancerete anche uno sguardo in avanti?

Naturalmente sì. Il Salone 2018 sarà il palcoscenico dal quale lanceremo il nuovo programma di accelerazione rivolto alle start-up Fintech che stiamo mettendo a punto sull’onda dell’esperienza maturata. Posso anticipare ancora poco: dico solo che ci focalizzeremo su start-up che stanno lavorando nell’ambito dell’intelligenza artificiale, ma lo faremo – anche in questo caso – in maniera molto pragmatica. Staremo sull’estrema concretezza, lavorando su casi d’uso reale dell’AI nel mondo Fintech.
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