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L’Ue boccia l'Italia digitale. Ma il Governo …

L’Ue boccia l'Italia digitale. Ma il Governo …

L’Italia solo 25esima (su 28) nella classifica del Digital Economy and Society Index. Connettività inadeguata, basso utilizzo di Internet e poca integrazione del digitale nei processi di business i punti deboli. Riuscirà il nuovo Piano nazionale a colmare il gap? E sulla banda larga …
Mattia Schieppati
Alle nostre spalle solo Grecia, Bulgaria e Romania. E questa volta non si tratta, purtroppo, della solita statistica sul debito pubblico o sull'andamento dello spread. Perché a piazzarci in una poco onorevole 25esima posizione (su 28) è stato il Digital Economy and Society Index (DESI), l'indice dell'economia e delle società digitali 2015, l'indicatore messo a punto dall'Unione Europea per misurare il livello di digitalizzazione di ciascuno dei Paesi membri (qui le definizioni della misurazione e gli elementi che compongono il giudizio).
L'Indice UE si basa su trenta indicatori raggruppati in cinque categorie differenti:
1. connettività (copertura, prezzi e diffusione della banda larga mobile e fissa, e diffusione di tecnologie di rete avanzate),
2. capitale umano (ovvero, indicatori che stabiliscono il livello di educazione sulle nuove tecnologie di connettività, fra cui gli utenti che utilizzano internet, quelli che hanno competenze di base e i veri e propri professionisti del settore),
3. utilizzo di Internet,
4. integrazione delle tecnologie digitali nei processi di business,
5. digitalizzazione dei servizi pubblici (in particolare in due categorie, e-government ed e-health).
Confronto tra i Paesi Ue sui cinque indicatori Connettività, Capitale mano, Uso Internet, Integrazione tecnologie digitali, Servizi pubblici digitali
La sufficienza, per l'Italia dei bit, è lontana dall'essere raggiunta in tutti e cinque i settori, tanto che per la Ue, nel 2014, siamo risultati un Paese «a basso rendimento». Unico dato in cui gli italiani spiccano, la diffusione della banda larga su mobile (copertura popolazione del 66%), che ci fa brillare in 12esima posizione fra gli stati membri. Male invece la banda larga fissa, dal momento che solo il 2,2% degli abbonamenti a banda larga riguarda servizi con una velocità superiore a 30 Mbps, si legge nel rapporto.

Il ritardo nell’uso di Internet

Come viene utilizzata la rete dagli italiani?
Dopo l’allarme lanciato dall’indagine Istat sull’ampia fascia di popolazione italiana che non usa Internet (vedi l'articolo diBancaforte), l'Italia è fanalino di coda anche nella categoria Uso di Internet, occupando solo la 27esima posizione. Analizzando i vari indicatori di questa voce, si nota che gli italiani leggono poco le notizie sul web, mentre gli indicatori che riguardano contenuti multimediali, musica, video e giochi sono in ascesa. Gli indici degli abbonamenti a servizi video on-demand e IPTV faticano tuttavia a decollare, per via «di un approccio storico che ha favorito fortemente altri canali di trasmissione», quali Tv tradizionale e satellitare. Ancora troppo scarso anche il livello di fiducia degli italiani rispetto alla rete: solo il 42% degli utenti di Internet utilizza i servizi bancari online e solo il 35% fa acquisti online. In sintesi, dice la Ue, «la percentuale italiana di utenti abituali di internet è una delle più basse dell'Unione e il 31% della popolazione italiana non ha mai usato Internet (rispetto a una media Ue del 18%). Ciò significa che un terzo della popolazione non può cogliere le opportunità offerte dalla rete, né può contribuire all'economia digitale».

In ritardo anche Pmi e e-commerce

La lentezza nella diffusione della digitalizzazione nel privato si riflette in parte anche negli ambiti aziendali. L'Italia occupa la 22esima posizione nella categoria "Integrazione della tecnologia digitale", con un buon aumento rispetto al punteggio ottenuto l'anno scorso: «Tuttavia soltanto il 5,1% delle Pmi è attivo nel commercio online (la percentuale più bassa della Ue). Anche il fatturato riconducibile all'e-commerce non è molto alto per le imprese italiane, solo il 4,8% del totale, e corrisponde alla metà della media della Ue». La sfida per il 2015 in Italia, secondo l'Indice, è proprio quella di «sfruttare le possibilità offerte dall'e-commerce».
Un dato migliore arriva invece nell'ultima categoria, quella dei Servizi pubblici digitali, in cui l'Italia occupa la 15esima posizione, e sono giudicati positivi anche i progressi che si stanno facendo nell'attuazione della normativa Ue sugli Open Data.

Gli esempi da seguire

Ma, tornando alla classifica generale, quali sono nel Vecchio Continente i modelli virtuosi da seguire? La mappa dell’Europa digitale appare molto variegata. Un primo dato è che la maggior parte dei cittadini usa Internet regolarmente: il 75% nel 2014 (il 72% nel 2013), con percentuali che saltano dal 93% del Lussemburgo al 48% della Romania. Il 49% degli utenti europei di Internet ha utilizzato o scaricato giochi, immagini, film o musica. Mentre il 39% dei nuclei familiari possiede un televisore che consente di guardare programmi su richiesta. I servizi pubblici digitali sono una realtà quotidiana in alcuni Paesi, ma risultano quasi inesistenti in altri: il 33% degli utenti europei di Internet ha utilizzato formulari online per inviare informazioni alle autorità pubbliche, con percentuali che variano dal 69% della Danimarca al 6% della Romania. l 26% dei medici di famiglia in Europa ricorre a prescrizioni elettroniche che vengono trasferite ai farmacisti tramite Internet. Ma le percentuali variano dal 100% in Estonia allo 0% a Malta.
Chi vince, dunque? Le prime posizioni della classifica generale sono occupate soprattutto dai paesi nordici, che fanno registrare i più elevati punteggi. Al primo posto la Danimarca, seguita da Svezia, Paesi Bassi, Finlandia e Belgio.

Le mosse italiane

Proprio a pochi giorni dalla pubblicazione della classifica europea, il Governo Renzi ha approvato un poderoso Piano nazionale (clicca qui) che impiega risorse pubbliche per 6 miliardi di euro e punta a dotare il Paese di un'infrastruttura di rete che porti la fibra il più possibile vicino alle case. L'ambizione è quella di superare gli obiettivi dell'Agenda digitale europea «portando i 100 mega all'85% della popolazione entro il 2020», ha detto il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, con un'Italia divisa in quattro aree di intervento (la clusterizzazione è stata fatta partendo dall’analisi dell’offerta di infrastrutture già realizzate e quelle programmate, catalogando le aree dalle città metropolitane ai comuni con interesse marginale da parte degli operatori fino alle aree rurali).
Una serie di misure ad hoc verranno inserite in un provvedimento specifico, come:
  • il servizio digitale universale,
  • un fondo di garanzia per le aree a fallimento di mercato,
  • un voucher di accompagnamento alla migrazione verso la fibra ottica,
  • la convergenza di prezzo per i collegamenti in fibra ottica realizzati con sovvenzioni statali al prezzo dei collegamenti in rame.
«Le sole risorse pubbliche non saranno sufficienti», sottolinea il Governo, sollecitando un partenariato pubblico-privato. Vodafone ha già rilanciato l'idea di una newco con la partecipazione dello Stato e aperta a tutti gli operatori. «Vogliamo partecipare attraverso aumenti di capitale con una quota rilevante nel veicolo che sarà individuato, in una partnership pubblico-privato, in cui nessun operatore dovrà avere la maggioranza e con la presenza di un soggetto terzo, come Cassa Depositi e Prestiti in ruolo di guida e garanzia», ha dichiarato all'Ansa l'a.d. di Vodafone Italia, Aldo Bisio.
5 Marzo 2015

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