23 Marzo 2019 / 11:29
La new economy richiede diritti nuovi

 
Fintech

La new economy richiede diritti nuovi

di Mattia Schieppati - 22 Dicembre 2015
Quali sono le tutele per le migliaia di startupper che stanno cominciando ad avere un peso nell’economia (e nella società) italiana? Che senso hanno le legislazioni novecentesce di fronte a questa realtà in mutamento? Ne abbiamo parlato con Guido Melis, storico delle istituzioni della Sapienza di Roma ...
Con due paginette pubblicate sul sito della rivista Il Mulino, in cui prende spunto da un approfondimento scritto per il Corriere della Sera da Massimo Gaggi, il professor Guido Melis ha sollevato il velo su una delle questioni socio-economiche-politiche centrali della contemporaneità: rispetto all’arrembante crescita delle nuove economie basate sul digitale, sul fiorire di imprese e di professioni (per lo più, legate ai servizi) nuove e spesso non ben classificabili, come cambieranno i diritti dei lavoratori? Che fine fanno due secoli e passa di ragionamenti e battaglie e leggi sulla tutela di chi lavora, pilastro di ogni politica sociale dalla Rivoluzione industriale a oggi, in questo scenario in profondo mutamento?
Guido Melis insegna Storia delle istituzioni politiche all’Università La Sapienza
Ordinario di Storia delle istituzioni politiche all’Università La Sapienza di Roma (è stato deputato PD per due legislature dal 2008 al 2013) e soprattutto osservatore attento della realtà con un grande patrimonio di cultura del diritto alle spalle, Melis il problema se lo pone, e anche se «non ho delle risposte, perché in questo campo è già innovativo porsi delle domande sperando che si apra la riflessione», come premette, dal ragionamento su quelli che negli Stati Uniti è definita la “gig economy”, i lavori a gettone, alcune riflessioni illuminanti emergono. Che potrebbero essere una base di ragionamento per tutti coloro che con questa realtà dovranno prima o poi avere sistematicamente a che fare.

Che suono hanno parole come “tutele” e “diritti” all’orecchio di ragazzi under 30 che tentano di affermare, spesso contro tutto e contro tutti, una loro idea di impresa innovativa, magari in settori di frontiera?

Andrei oltre queste singole parole, e credo proprio che oggi tutto il vocabolario con cui abbiamo affrontato il mondo del lavoro Novecentesco vada profondamente rivisitato. Per esempio, la parola “tutela” per come ha attraversato gli ultimi due secoli è pregna di significati difensivi e ipergarantistici che evidentemente riguardano un mondo superato. Oggi il mondo del lavoro vive di estrema flessibilità e di forte spinta al cambiamento, si guarda avanti, non al presente né tanto meno al passato. È proprio cambiata la spinta dinamica con cui si affronta il lavoro. Il vocabolario su questo è in ritardo, ma lo sono anche le entità e le istituzioni che con il mondo del lavoro, secondo i vecchi schemi, si rapportano: la politica, i sindacati, i datori di lavoro e la Pubblica Amministrazione.

In un quadro sottoposto a questo mutamento, e in cui convivono tanti nuovi attori ancora non ben definiti, a chi spetta dettare le regole?

Dovrebbe essere la politica, se avessimo una politica intelligente o almeno lungimirante. Mi pare però che la politica arranchi, addirittura più sui tempi di comprensione del fenomeno, che su quelli di attuazione di misure adatte. Quel che io vedo, come via percorribile, è una legislazione che fissi i grandi principi, dia l’inquadramento ideale, e poi lasci grande spazio alla flessibilità di contratti decentrati. Solo in questo modo si può tentare di ingabbiare, in maniera intelligente, la mutevolezza rapidissima della situazione in essere. Oggi meno che mai la legislazione può essere una camicia di forza rigida, se non vuole precludere l’immediato futuro: ricordiamoci che stiamo parlando di temi che 10 anni fa nemmeno esistevano; dico di più, oggi ci sono ragazzi che fanno lavori che un decennio fa nemmeno immaginavamo potessero esistere.

Anche perché per tanti di questi mestieri e nuove imprese si ragiona ormai su uno scenario globale: pensiamo alla difficoltà nel regolamentare realtà come Uber o AirBnB…

Esatto. Dobbiamo partire da un lessico basico, che è quello della Rete, e lavorare in maniera transnazionale a un diritto della Rete. Qualcosa si sta facendo nei vari consessi internazionali, ma manca ancora un quadro di riferimento d’insieme, che non significa fare la sommatoria dei vari diritti nazionali, ma bisogna andare oltre. La cultura giuridica e legislativa italiana può essere pronta a questa sfida: ci sono studi di Sabino Cassese in proposito, e proprio qui sulla mia scrivania ho un saggio di Stefano Rodotà dal titolo “Elaboratori elettronici e controllo sociale”. È del 1973, tanto per dire che ci si sta già pensando da qualche decennio. Certo, serve un grande sforzo di cultura giuridica messo in campo da tutti.

Senza tutele, senza nemmeno spesso una definizione di quello che è il loro lavoro. I giovani imprenditori del digitale, gli startupper, rischiano di essere l’anello debole del sistema o hanno degli anticorpi che li rendono più forti, adatti a sopravvivere?

È molto difficile definire questi nuovi professionisti dei “dipendenti”. Sono persone che trasformano in lavoro la propria autonomia intellettuale, la fantasia, la libertà e, non ultimo, l’entusiasmo. Siamo lontani anni luce dall’operaio che la mattina metteva la tuta e andava in fabbrica al suono della sirena, a prestare la propria manodopera al “padrone”. Questa sostanziale indipendenza e libertà di movimento li rende più forti, anche dal punto di vista contrattuale, nei confronti di chi richiede la loro opera. C’è però anche un elemento di grande debolezza, che è l’individualismo di queste figure. Hanno una capacità minima di fare massa, di ragionare collettivamente, sono meno o per nulla sindacalizzabili. E questa è una caratteristica non solo dei giovani imprenditori, di coloro che lanciano la propria start-up, ma anche di chi all’interno di queste imprese innovative svolge lavoro dipendente. Ma sono dipendenti di tipo nuovo, diversi. E trovo drammatico che il mondo sindacale non si ponga questo problema. Non si può attendere: dobbiamo metterci tutti, a seconda dei ruoli e delle competenze, a studiarci sopra, occorre sviluppare una teoria di questo modello lavorativo.
A questo link l’articolo di Melis che ha dato spunto al nostro approfondimento:
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