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Più crisi meno crimini

 
Sicurezza

Più crisi meno crimini

di Ildegarda Ferraro - 1 Febbraio 2010
Nonostante la crisi scendono i reati,ma la sicurezza continua ad essere al centro dell’attenzione. L’informazione televisiva mette sempre la criminalitàa l primo posto. Perché la paura continua ad essere presente. E per la Commissione voluta da Sarkozy l’insicurezza economica e fisica...
Sette milioni in meno di posti di lavoro negli Stati Uniti e il tasso di criminalità più basso dall’inizio degli anni ’60. Insomma, meno crimini e misfatti con una crisi che avrebbe invece dovuto portare a conclusioni opposte. Lo ha scritto il Wall Street Journal e anche la stampa italiana lo ha sottolineato. Così Alberto Brambilla sul Riformista ha ricordato che «L’idea che povertà e ingiustizia sociale vadano a braccetto con un aumento della criminalità dovrà essere dimenticata. Nei primi mesi del 2008, quando la disoccupazione aveva già iniziato a mordere, scienziati sociali e criminologi avvertivano che di lì a poco sarebbero aumentati i reati. Una deduzione logica che sarebbe stata smentita dai fatti».

Intervento statale

Un rapporto di causa-effetto di questo tipo pare non esista. E anzi ora si comincia a chiarire che è vero il contrario, nel senso che con la crisi lo Stato sosterrebbe di più chi è in situazione di disagio, e quindi le rapine non aumenterebbero. Al contrario, invece, in una fase di crescita circolerebbero più capitali e scenderebbe il controllo sui flussi di denaro. Che la criminalità cresca in situazioni di difficoltà è un’idea sostenuta da studiosi e politici. «La teoria dominante» dice Il Riformista «risale a quarant’anni fa, quando i sociologi Richard Cloward e Lloyd Ohlin asserivano che la delinquenza giovanile è una forma di critica sociale. Tra la povera gioventù delle metropoli si era fatta largo l’idea che le promesse del sogno americano fossero solo bugie e la delinquenza l’unica strada possibile. Cloward è diventato professore alla Columbia University, mentre Ohlin è finito alla Casa bianca come consigliere dei presidenti Kennedy, Johnson e Carter».
Da queste posizioni nacquero le basi per molti piani di sostegno contro il disagio. Ma proprio negli anni 60, mentre gli Stati Uniti attraversavano una fase di forte espansione, cresceva il tasso di criminalità.

Cala l’allarme

In Italia la tendenza è confermata da una netta discesa dei colpi in banca. Gli ultimi dati di Ossif, il centro di ricerche dell’ABI in materia di sicurezza, registrano circa 50 rapine in meno al mese nei primi sei mesi del 2009 rispetto al primo semestre del 2008. Diminuiscono i crimini, ma la sicurezza continua a essere un punto centrale delle analisi sulla società. Anzi, l’attenzione cresce.
E veniamo a quello che la gente sente. L’allarme criminalità è rientrato rispetto al picco del 2007 nella percezione dei cittadini ma anche sui media. Lo ha rilevato il Terzo Rapporto Demos, curato per la Fondazione Unipolis in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia (www.demos.it). Secondo il Rapporto, «emergono due aspetti significativi. Il primo è la sottovalutazione dei problemi del lavoro – soprattutto la disoccupazione – nei notiziari televisivi, rispetto al peso che assumono fra le preoccupazioni della società. Il secondo riguarda lo specifico formato dell’informazione televisiva in Italia, rispetto al resto d’Europa, caratterizzato da una presenza della criminalità comune costante e massiccia, ma anche dalla sua traduzione “romanzesca”».
Insomma, l’insicurezza e la paura hanno una via mediatica. Scende il numero di chi pensa che la criminalità sia cresciuta in Italia: 77% nel 2009 contro l’88% nel 2007. E diminuisce anche quello di quanti percepiscono un aumento della criminalità nella zona di residenza: 37% nel 2009, 3 punti in meno rispetto al 2008 e 15 in meno rispetto al 2007.

Sacrifico la mia privacy?

Ma questo non basta per sentirsi più sicuri. «Nonostante tutto», rileva il Rapporto Demos, «otto persone su dieci ritengono opportuno incrementare la presenza di polizia sulle strade e nei quartieri (79%). Soprattutto, rispetto al passato appare cresciuta la disponibilità a sacrificare parte della propria privacy al fine di mantenere l’ordine e la sicurezza. Quasi la totalità degli intervistati accetta di esporsi al controllo di telecamere su strade e luoghi pubblici (86%)».

Le paure maggiori

Anche se in calo, le preoccupazioni economiche toccano il 57% degli intervistati. La crisi internazionale coinvolge circa un terzo degli intervistati (32% contro il 39% del 2008) e anche la “paura di non avere abbastanza soldi per vivere” si contrae dal 38% al 31%. La sezione dedicata all’immigrazione mette in evidenza che gli italiani, anche quando mostrano diffidenza, sostengono il riconoscimento dei diritti di cittadinanza sociale e politica per chi è regolare.
La via dell’incertezza passa per i media, e soprattutto per l’informazione che va in onda in televisione. Secondo il Rapporto Demos: «L’agenda dei telegiornali nei tre anni presentati (2007-2008-2009) vede sempre la criminalità al primo posto, a conferma di un dato strutturale: circa la metà dell’informazione “ansiogena” è da attribuire all’insieme delle notizie dedicate ai reati. Le altre forme di insicurezza sono fortemente congiunturali». Ed anche che: «Dal confronto sulla criminalità tra i principali telegiornali pubblici e privati europei di Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna nel periodo 2008-2009 si ricavano alcune significative peculiarità: la quantità di notizie relative alla criminalità in Italia è superiore a quella degli altri paesi europei».
Insomma, meno crimini e misfatti non vuol dire meno paura. Una paura che, come la società, diventa liquida secondo Zygmunt Bauman (Paura liquida, Laterza). Una paura che non è solo un limite, ma anche una spinta indispensabile, come sottolinea Wolfgang Sofsky (Rischio e sicurezza, Einaudi), secondo cui: «Da quando popolano la terra, gli uomini sono alle prese con il problema di mettersi al sicuro». Un’incertezza che si gestisce meglio se i reati diminuiscono.

La misura della felicità

Per misurare lo stato di benessere nel 2008 il Presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy ha istituito una Commissione per la misurazione delle performance economiche e del progresso sociale.
La Commissione, guidata dai premi Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen insieme a Jean-Paul Fitoussi, ha individuato una serie di dimensioni da tenere in debito conto, tra cui spicca l’insicurezza sia economica che fisica. Si va sempre più accreditando il criterio che benessere e Pil sono due cose distinte. E riscuote grande partecipazione il dibattito sull’economia della felicità, per definire l’effettiva realtà delle cose in una prospettiva che va oltre il Pil e i normali criteri per misurare la ricchezza.
A fine gennaio l’Aspen Institute ha organizzato a Roma un seminario a porte chiuse, presieduto dal Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, proprio per fare il punto sui nuovi indicatori di benessere e ricchezza di cui tener conto per scattare una fotografia più vera del Paese. Tra i partecipanti, il Presidente dell’ABI Corrado Faissola, banchieri come Corrado Passera e Luigi Abete, imprenditori come Francesco Merloni e Luisa Todini, oltre che economisti e politici.
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