14 Dicembre 2018 / 20:12
Blockchain, la rivoluzione oltre i bitcoin

 
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Blockchain, la rivoluzione oltre i bitcoin

di Massimo Cerofolini - 26 Luglio 2018
Sicurezza, tracciabilità, trasparenza, bassi costi di gestione, questi i vantaggi che hanno messo le ali a questa tecnologia nata per mano dell’ignoto Satoshi Nakamoto, padre dei bitcoin. Al punto da convincere i big a lanciare nuove applicazioni in diversi ambiti, a cominciare da quello finanziario e dei pagamenti …
C’è chi parla di una rivoluzione della stessa portata che ebbe Internet negli anni Novanta e chi di una moda destinata a spegnersi, una soluzione in cerca di problemi. Nel dubbio, per non ripetere errori fatali fatti in passato, i pesi massimi dell’informatica planetaria, insieme alle più rinomate università del mondo, hanno deciso di investire in modo massiccio su questa tecnologia dai contorni complessi e ancora poco definiti. Da un punto all’altro del globo, suona a festa la campana della blockchain, il sistema nato a novembre di dieci anni fa insieme alla celebre criptovaluta bitcoin per mano del misterioso e ignoto Satoshi Nakamoto, che sta diventando l’architrave di una serie di nuove applicazioni in tanti ambiti, a cominciare da quello finanziario.

Di che si tratta

Massimo Giordani, vice presidente di The Blockchain Council
La blockchain è, appunto, una catena di blocchi, o per dirla in modo più chiaro, un libro mastro, una sorta di registro pubblico online privo di un’autorità centrale, che permette di trasferire da un utente all’altro informazioni, dati, documenti o denaro. Senza un tramite, in modo trasparente, anonimo, sicuro e di fatto immutabile. Spiega Massimo Giordani, vice presidente di The Blockchain Council, associazione che promuove la diffusione di questo sistema nell’economia italiana: “L’invenzione di Nakamoto, o chi per lui, ha portato su Internet, sotto forma di algoritmo, il concetto di fiducia che esiste tra persone, aziende e istituzioni nel mondo reale. Se io pago il caffè con una moneta da un euro c’è la certezza del passaggio di valore da me al barista, con la blockchain ho la stessa garanzia nella sfera online. Non è come un file mp3 che posso duplicare e tenere per me anche se lo passo a qualcuno, ma una transazione irreversibile”.
Prima caratteristica è la decentralizzazione. Osserva Giordani: “Non esiste una figura centrale che gestisce il sistema. Perché a certificare le operazioni è una rete tra pari, un sistema di computer, detti nodi, che conservano memoria di ogni attività. E questo è un passaggio straordinario, perché non era mai accaduta nella storia umana una cosa del genere”.
Massimo Chiriatti, responsabile tecnico blockchain per Ibm Italia
Secondo aspetto chiave è la quasi immutabilità di ciò che la blockchain registra. Dice Massimo Chiriatti, responsabile tecnico blockchain per Ibm in Italia, ma conosciuto in rete per la sua attività divulgativa: “Una volta registrata una transazione non si può alterarla. A meno di non richiedere l’intervento, della maggioranza dei nodi coinvolti. E questo elemento, l'invariabilità dei contenuti, è fondamentale, perché altrimenti potrebbe essere sufficiente fare le stesse cose con un data-base condiviso”.

La diffusione

Sicurezza, tracciabilità, trasparenza, bassi costi di gestione, dunque, i vantaggi che hanno messo le ali alla trovata del sedicente Nakamoto. Lanciata dal successo del bitcoin, la criptovaluta che si appoggia proprio su questa tecnologia, la blockchain ha rivelato col tempo una straordinaria flessibilità. Al punto da convincere aziende del calibro di Microsoft, Sap o Oracle ad aprire piattaforme con versioni create su misura per una pluralità di clienti. Tanto per dare l’idea del fermento, negli Stati Uniti, Ibm ha mandato uno spot in prima serata su Fox per promuovere il nuovo servizio di blockchain, con cui è possibile tracciare un pomodoro dal campo al piatto, un pacco da un continente all’altro, un diamante dalla miniera al dito della fidanzata. E non solo. Università prestigiose come Oxford, Cornell, New York, Mit, Stanford e Berkeley hanno inaugurato corsi sull’argomento. Mentre a Cagliari i certificati di laurea saranno garantiti con la blockchain di Ethereum.

Qualche scetticismo

Non tutti, va detto, condividono questo entusiasmo. Vint Cert, uno dei padri dei protocolli di Internet e oggi evangelista di Google, ha manifestato con sarcasmo il suo scetticismo. Non mancano infatti nella blockchain i lati oggettivamente deboli. Juan Carlos De Martin, docente al Politecnico di Torino e cofondatore del Centro Nexa su Internet e società, è il riferimento italiano di chi nutre dubbi sulla catena dei blocchi: “Il problema più grande riguarda le prestazioni e la velocità. Il sistema architettato da Nakamoto permette di fare in media sette operazioni al secondo, contro le decine di migliaia al secondo garantite per esempio da chi gestisce le carte di credito. Manca poi una disciplina sulla materia, è un far west che potrebbe aprire spazi a frodi informatiche su larga scala, oltre che a una gestione non democratica delle politiche monetarie”. In più non esiste ancora un modo per far comunicare fra loro le varie blockchain esistenti: “Se ho in portafoglio un bitcoin e trasferisco una somma su un wallet Ethereum, finirò per perderla e non ci sarà nessun impiegato di banca capace di recuperarla da qualche parte e restituirmela”, ammette Giordani.
Ma chi crede in questa innovazione prepara già le contromisure. Assicura Giordani: “E’ in arrivo una nuova generazione di algoritmi che, come accade oggi con il web, consentirà di mettere in comunicazione i vari sistemi al momento privi di accesso reciproco. Quanto alla velocità, in Giappone e in Corea, molte banche stanno sperimentando il protocollo Ripple, una variante della blockchain originaria, che opera su principi analoghi, ma è sviluppato da un’azienda che punta sulla quantità e sulla rapidità delle operazioni: migliaia al secondo e riscontri in pochi istanti, contro i lunghi minuti, che nei momenti di picco possono diventare decine, necessari per esempio con i trasferimenti in bitcoin”.

Le applicazioni

Esistono due tipi di blockchain. Il primo: le blockchain pubbliche, come quella legata ai bitcoin, su cui chiunque ha accesso e le cui certificazioni sono effettuate dai cosiddetti miner, i minatori, quelli che – mettendo a disposizione la potenza di calcolo su cui si regge il sistema – accumulano criptovaluta nei loro computer interamente dedicati e adattati allo scopo. Il secondo: le blockchain private, gestite da aziende, con caratteristiche specifiche, e i cui nodi sono affidati ai soggetti coinvolti nei diversi progetti messi in opera. Un po’ come le reti Intranet, che usano lo stesso protocollo di internet, ma sono disponibili soltanto all’interno degli enti che le amministrano. Ed è su queste soluzioni che si stanno posizionando le grandi compagnie tecnologiche, ma anche tante giovani start-up, comprese quelle italiane (da segnalare in questi giorni a Bologna l’avvio di Decentra, l’Accademia dei registri distribuiti, che raccoglie alcune delle migliori esperienze italiane).
Massimo Chiriatti, con il team Ibm, ha disegnato una soluzione blockchain per Monte Titoli Spa, società del gruppo London Stock Exchange Group, di cui fa parte anche Borsa Italiana. “La sfida – racconta – riguardava la possibilità di sostituire i certificati di trading cartacei, che vengono di norma emessi oggi dalle società private. Di solito le piccole società non hanno accesso alle reti delle borse valori pubbliche né alle strutture di credito istituzionali. La soluzione proposta contribuisce a rimuovere alcuni di questi ostacoli nei metodi tradizionali per il trasferimento di valore. L’obiettivo è mettere gli stakeholder in condizione di godere di un’informativa completa sulle società coinvolte nell’iniziativa, rendendo più semplice la certificazione dell’accesso al credito”.
Progetti simili sono disponibili in altri campi. A parte il calderone delle criptovalute nate sulla scia dei bitcoin, si stanno sviluppando blockchain in campo sanitario o addirittura per certificare il voto elettronico. “Un’azienda come Barilla – dice Chiriatti – sperimenta questa tecnologia per tracciare la filiera dei prodotti alimentari. Oggi, in caso di contaminazioni del cibo, è difficile individuare dove sia sorto il problema: bisogna ritirare grandi quantità di merci e attendere mesi per capire qualcosa. Con la blockchain, invece, un prodotto come il pesto è seguito dal contadino che taglia il basilico, al trasportatore con il furgoncino fino alla distribuzione. Se qualcosa va storto la segnalazione è istantanea”. Idem nel settore della logistica dove, evidenzia Giordani, in un progetto come quello messo in piedi da Maersk con Ibm, l’utilizzo della blockchain nel processo burocratico dei sistemi portuali (dove vengono gestiti milioni di container) permetterà un incremento di efficienza del 15 per cento a parità di infrastrutture. Addio alle bolle di accompagnamento cartacee, insomma. E grandi aspettative arrivano dagli smart contract, i contratti che – grazie alla blockchain – diventano immediatamente eseguibili (ad esempio, se l’aereo è in ritardo scatta all’istante il rimborso).

E per le banche …

Ma in questo turbine di cambiamenti che partita possono giocare le banche? The Internet of Blockchains Foundation identifica una lunga lista di opportunità che si aprono per il settore grazie alla catena dei blocchi: sistemi di identificazione sicuri, gestione delle pratiche assicurative in modo automatico, pagamenti digitali efficienti e rapidi, certificazione dell’autenticità per investimenti in preziosi e opere d’arte, tenuta di pratiche fiscali e altro ancora.
E non mancano i primi progetti, come quello avviato da ABI Lab, insieme a un primo gruppo di banche italiane, per la sperimentazione operativa di una blockchain applicata alla spunta interbancaria (leggi qui).
“Probabilmente – ipotizza Giordani – si passerà dal ruolo tecnico di trasferimento del denaro a un’azione più concentrata sui servizi di supporto, di consulenza, che nessun algoritmo potrà mai sostituire. Come il digitale non ha azzerato l’uso della carta, anzi lo ha aumentato, così chi lavora in banca avrà sempre la responsabilità di curare l’aspetto principale nel rapporto con il cliente, quello di cui ci sarà sempre un grande bisogno: la fiducia”.
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