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Il lato oscuro del digitale

Il lato oscuro del digitale

Le dimensioni problematiche della rivoluzione digitale non vanno rimosse, ma comprese e affrontate. Nel suo “breviario per sopravvivere nell'era della rete” Andrea Granelli sfata alcuni miti, dall'e-democracy alla produttività del telelavoro e delle e-mail, offrendo chiavi di lettura di un fenomeno che, pur nella sua complessità e con i suoi aspetti critici e criticabili, resta una grande opportunità
P.F.
Il web fa crescere la democrazia? I social network sono utili alla politica e alla promozione dei diritti civili? Mail e telelavoro fanno crescere la produttività? No, dice Andrea Granelli , uno dei massimi esperti della net economy italiana ed ex amministratore delegato di Tin.it, che nel suo libro “ Il lato oscuro del digitale: breviario per sopravvivere nell'era della rete ” sfata, senza demonizzare, alcuni luoghi comuni della Rete, e soprattutto smonta la più pericolosa delle illusioni: la e-democracy.
Il digitale non migliora la politica, anzi la peggiora o addirittura la blocca. E Granelli lo spiega bene riportando le parole del sindaco di New York Michael Bloomberg: "Una città si gestisce con progetti a lungo termine, che non possono essere bocciati da una marea di no raccolti in pochi minuti online. Se la politica deve: sottostare a un referendum quotidiano su Twitter e Facebook, la complessità del governare si riduce al semplicismo di reazioni immediate e impulsive". Altro che open government.
Ma non solo. Di democratico la rete ha ben poco se si considerano le possibilità di accesso effettive al digitale: un vasto numero di persone, infatti, non ha nessuna conoscenza digitale. Una vera e propria divisione in caste, in cui chi non possibilità di accesso al web è un paria. Una disparità che non riguarda solo i paesi non industrializzati ma anche una nazione come l'Italia dove il digitale divide colpisce vaste aree d popolazione, soprattutto tra gli anziani.
Altro mito da sfatare è quello che riguarda la produttività che il digitale, secondo Granelli, non aiuta proprio per niente: "L'email, per esempio, anziché sveltire spesso rallenta il flusso lavorativo: alcune stime dicono che passiamo un terzo del tempo a leggere e cancellare messaggi, con un danno di produttività di sei settimane l'anno. Aziende come la Atos, leader europeo nella consulenza informatica, hanno deciso di ridurre gradualmente l'uso delle email tra i propri dipendenti fino ad azzerarle entro il 2014". La posta elettronica sarà sostituita da sistemi di condivisione dello schermo e piattaforme social apposite. E anche tweet, chat e sms possono essere un problema. "L'Università di Irvine (California) ha mostrato che impiegati e manager riescono in media a concentrarsi su un progetto per soli undici minuti prima di essere interrotti e costretti a passare ad altro, mentre il British Institute of Psychiatry sostiene che controllare la mail mentre si svolge un altro compito fa decrescere, in quel momento, il quoziente di intelligenza di 10 punti. È l'equivalente di non aver dormito per 36 ore".
Non solo l'ufficio “senza carta” perde punti ma anche l'ufficio “ovunque tu sia” non è poi più così tanto attraente, come dimostra anche la politica di un colosso come Yahoo! che ha deciso di ridurre la sua quota di telelavoratori: “Già nel 2011 uno studio di Pengyu Zhu sugli Annals of Science ha dimostrato che chi fa il telelavoro finisce per spostarsi più di chi va in ufficio”.
Malgrado le problematiche - il lato oscuro appunto - il digitale rimane una straordinaria opportunità e l'obiettivo dell'autore è contribuire a contrastare il crescente sospetto nei confronti delle Rete e soprattutto il timore che le sue promesse (fin troppo spesso enfatizzate e accettate acriticamente) non possano essere mantenute. Non è, quindi, il “se lo conosci lo eviti”, ma uno stimolo per approfondire la conoscenza e fronteggiare i rischi sfruttando le potenzialità. Per fare questo, avverte Granelli, è necessaria una cultura e una sensibilità digitale che ci dia indicazioni su come maneggiare queste tecnologie e su cosa non chiedere loro.
19 Luglio 2013

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