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La Commissione Ue sposa il cloud computing

La Commissione Ue sposa il cloud computing

Dall'utilizzo della "nuvola" una crescita del Pil di 160 miliardi di euro entro il 2020. Ma ci vogliono nuove regole per la sicurezza dei dati…
Mattia Schieppati
Più che una previsione, una vera e propria iniezione di energia alla stagnante economia del Vecchio Continente. In cifre, la crescita di un punto percentuale di Pil da qui al 2020 (che si traduce in 20 miliardi all’anno e 160 miliardi di euro dal 2013 al 2020) e 2,5 milioni di nuovi posti di lavoro.
Sono questi i numeri messi nero su bianco dalla Commissione europea che, da inizio ottobre, ha cominciato a lavorare su un piano dettagliato per stimolare le imprese private e le pubbliche amministrazioni degli Stati membri a investire sul cloud computing, e a sfruttarne in modo via via sempre più massiccio le potenzialità.
Come ha dichiarato Neelie Kroes, Commissario europeo per l'Agenda digitale, «la nuvola informatica rappresenta una tecnologia rivoluzionaria per la nostra economia. Senza l’intervento dell’Unione i confini nazionali possono trasformarsi in fortezze invalicabili che ci impediranno di fruire di vantaggi economici dell’ordine di miliardi di euro. Dobbiamo raggiungere una massa critica e definire un unico insieme di norme per tutta l’Europa. Occorre inoltre affrontare senza indugio i presunti rischi associati alla nuvola informatica».
E subito, se ancora il messaggio non fosse a tutti chiaro, ha rincarato la dose Viviane Reding, vicepresidente della Commissione Ue con delega alla Giustizia: «L’Europa deve pensare in grande. La strategia sulla nuvola informatica aumenterà il livello di fiducia nei confronti di soluzioni innovative e stimolerà un mercato digitale unico competitivo, dove i cittadini europei si sentano al sicuro. Per ottenere questi risultati è necessario adottare velocemente il nuovo quadro generale sulla protezione dei dati proposto quest’anno dalla Commissione e definire clausole e condizioni contrattuali che siano sicure ed eque».
Una scelta netta di campo nei confronti di una tecnologia fino ad ora vista con non pochi tentennamenti dalle imprese, e che le amministrazioni pubbliche raramente hanno implementato nei propri sistemi di gestione e nei propri processi organizzativi. Parlare di cloud computing significa infatti fare un grande atto di fiducia in quelle "clausole e condizioni contrattuali" che garantiscono la sicurezza e la privacy nella gestione dei dati, come infatti ha sottolineato la Reding. L'utilizzo della “nuvola informatica” consiste infatti nella memorizzazione di dati e di software su data center remoti e di proprietà di terzi, ai quali gli utenti accedono via Internet utilizzando il dispositivo che preferiscono. Essendo una tecnologia ancora giovane (i sistemi cloud evoluti oggi presenti sul mercato operano da non più di tre-quattro anni), non esiste ancora uno "storico" rodato sul livello di affidabilità di queste tecnologie.
Ma il futuro incalza, e ogni settimana persa è una parte consistente di quei 160 miliardi di giro d'affari previsto dalla Ue che va perso. Previsione che si basa su un'analisi semplice: «I vantaggi della nuvola informatica derivano dalle sue economie di scala», spiega un documento di Bruxelles; «l’80% delle organizzazioni che scelgono questa soluzione consegue un risparmio sui costi dell’ordine di almeno il 10-20%. Inoltre, è possibile prevedere significativi aumenti della produttività se la soluzione viene adottata su larga scala in tutti i settori dell’economia». È questo il concetto di "massa critica" indicato dalla Commissaria Kroes.
Per arrivare a questo obiettivo, l'Agenda digitale europea si è posta un percorso chiaro, segnato da cinque "punti qualificanti", che sono:
  • eliminare gli svantaggi costituiti dal grande numero di norme tecniche vigenti e impiegate, in modo che gli utenti della nuvola informatica traggano vantaggio da interoperabilità, portabilità dei dati e reversibilità; le norme necessarie dovranno essere identificate entro il 2013;
  • sostenere i sistemi di certificazione a livello europeo destinati a fornitori affidabili di servizi condivisibili nella nuvola;
  • elaborare clausole contrattuali tipo che siano sicure ed eque per i contratti relativi ai servizi condivisibili nella nuvola, inclusi accordi sul livello di tali servizi;
  • creare un partenariato europeo per la nuvola informatica che coinvolga Stati membri e industria, in modo da sfruttare il potere d’acquisto del settore pubblico (pari al 20% di tutta la spesa nel settore delle tecnologie dell’informazione) per orientare il mercato europeo del cloud computing;
  • incrementare la competitività dei provider europei di servizi condivisibili nella nuvola e offrire servizi migliori e più convenienti in materia di e-government.
A far da cappello a questi punti è, ovviamente, la proposta avanzata dalla stessa Commissione fin dall'inizio del 2012 di procedere a una riforma della normativa in materia di protezione dei dati sul web (vedi il documento)). A cui si dovrà aggiungere una strategia europea sulla sicurezza informatica, alla quale Bruxelles dovrebbe cominciare a lavorare nei prossimi mesi. «La definizione di norme europee sulla sicurezza dei dati è un prerequisito per la creazione di uno spazio digitale aperto destinato a dare vita a un vero mercato unico del digitale», sottolinea il documento della Commissione.
E l'Italia, è pronta per questa rivoluzione? Non tanto. Secondo i dati presentati a giugno da una ricerca specifica dell'Osservatorio ICT & Managementdel Politecnico di Milano sull'utilizzo del cloud computing nelle imprese italiane, emerge che entro la fine del 2012 il mercato del cloud computing in Italia sarà di soli 443 milioni di euro, pari al 2,5% di tutta la spesa IT sostenuta nel nostro Paese. Quello del cloud è un mercato già frequentato dalle grandi imprese - che lo adottano nel 67% dei casi - mentre tra le aziende sotto i 250 addetti, solo il 22% dichiara di avere avviato progetti cloud, il 2% intende introdurli e il 76% non ne fa utilizzo. Tra le principali barriere che frenano l’adozione della cloud, sono indicate la difficoltà di integrazione con l’infrastruttura già presente in azienda (40%) e l’immaturità dell’offerta e dei servizi (35%), seguite dai problemi legati alla compliance normativa (31%) e dalla difficoltà nel quantificare costi e benefici (31%).

Sul tema del cloud computing nelle banche italiane:

17 Ottobre 2012

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