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La verità, tutta la verità, sulla post verità

La verità, tutta la verità, sulla post verità

La post verità, cioè quanto circola su Internet senza verifiche attente, è uguale a menzogna. Ma la norma non è crederci. In ogni caso il germe della bugia fa le sue vittime. Soprattutto se la menzogna è “inumana”, costruita da algoritmi. Ferve il dibattito sulle vie per smarcarsi. E poi la vecchia storia del vero e del falso da sempre tiene banco…
Ildegarda Ferraro
La verità è che la post verità, ossia tutto quello di non veritiero che circola in rete, non è altro che una post verità. Insomma una “bufala”, una bugia. Non voglio dire che non ci siano impatti speciali delle non verità più o meno costruite ad arte su Internet. Solo che la fenomenologia della post verità non è altro che la declinazione di quanto la rete può rendere efficaci le balle, le bufale, le panzane. Quelle che in termini eleganti si possono definire menzogne.
E questo è abbastanza assodato ovunque. Certo si continua a parlare di post verità, dall’Oxford Dictionaries che la considera la parola dell’anno 2016 a ricche schiere di fini analisti. Non è l’inutile ripetersi di frasi fatte. È piuttosto che alla fine si torna all’archetipo dei discorsi sul vero e il falso. Che diciamo ha occupato da sempre i discorsi più alti.
La post verità, la post truth anglosassone, è la verità postata, insomma quanto circola in rete. E postare, come riporta il Dizionario Treccani è “L’atto del pubblicare qualcosa online, dove possa essere visibile da altri, ed eventualmente essere condiviso mediante ripubblicazione su altre piattaforme da parte di soggetti successivi”.

Tutte le bufale in rete

Il catalogo è davvero ricchissimo.
Certo un punto di non ritorno è stato la campagna elettorale per le elezioni americane. Il corrispondente del Corriere della Sera Massimo Gaggi, lo scorso settembre, in un ricco resoconto parla di “insulti e tesi estreme” nella “campagna più volgare nell’era della post verità”. Secondo Gaggi “Trump ma non solo: è una rivoluzione effetto di una trasformazione del linguaggio della politica e di un mutamento dell’opinione pubblica rispetto alle istituzioni. Ad accrescerla la crisi dei media tradizionali e l’uso dei social media”.
Gaggi, in una campagna improntata al superamento di ogni limite, ricorda che “Da anni gli studiosi di comunicazione avvertono che la crisi dei media tradizionali e il crescente uso a fini informativi di social media come quelli di Facebook e Google che fanno arrivare all’utente informazioni e opinioni di taglio gradito, contribuiscono a creare nella mente di molti realtà unilaterali distorte che non tengono conto delle varie facce di un problema. Così come è da almeno un anno che si discute di politica della post verità nella quale la suggestione degli slogan, anche quando contengono promesse palesemente irrealizzabili, fa premio rispetto a un ragionamento razionale legato a processi più faticosi e complessi come la verifica dei fatti”. “Ma ancora in inverno – aggiunge Gaggi - la sensazione era che simili fenomeni potessero interessare solo una netta minoranza dell’elettorato, mentre ora il grande successo dello stile bombastico di Trump e anche il grande spazio conquistato, in campo democratico, da un Bernie Sanders presentatosi agli elettori con un programma estremo e privo di un minimo di coerenza economica, hanno reso evidente che siamo in presenza di un vero e proprio terremoto dei meccanismi di percezione dei cittadini”. Con queste premesse le elezioni hanno dato una prova concreta di quanto può accadere.
E così, per esempio, agli inizi di dicembre un attentatore in North Carolina spara in una pizzeria da mesi accusata dai siti di essere un covo di malaffare (leggi qui).
Ma certo anche Regno Unito e Italia sono fertili terreni di fake, il termine inglese con cui si identificano le bufale della rete. Sulla Brexit c’è solo l’imbarazzo della scelta. Da noi la lista di chi subisce le bugie su internet sarebbe lunghissima, nessuno escluso, compreso il Papa e il Presidente del Consiglio (clicca qui e anche qui).

Bugie inumane

Il problema è che le menzogne spesso sono generate ad arte da bot, ossia da programmi che accedono alla rete come se fossero esseri umani (leggi qui). L’obiettivo è creare contenuti e orientare il dibattito. La questione e i riflessi nella vita sociale e politica è al centrale. Ne ha parlato sul Sole 24 Ore Andrea Mazziotti di Celso, ricordando che da una ricerca della University of Southern California analizzando 20,7 milioni di tweet con un algoritmo scova fake è emerso che il 19% sono stati generati da 400 mila bot su 2,8 milioni di account. “Questa enorme massa di bot – scrive Mazziotti – viene usata nella maggioranza dei casi per diffondere e condividere notizie false o contenuti aggressivi”. E questo ha effetti particolarmente pesanti per esempio in una campagna elettorale.
“In politica, e in generale nelle dinamiche sociali – sottolinea Mazzotti – i comportamenti e le scelte individuali sono spesso guidati dal cosiddetto herd effect (effetto gregge)” nel senso che i singoli tendono ad aggregarsi alla massa. L’effetto gregge è amplificato sui social, visto che è possibile raggiungere una grande massa di persone anche a grande distanza. “Già nel 2011 – scrive Mazzotti – dallo studio di due ricercatori norvegesi emergeva una relazione più che proporzionale tra il numero di like presenti su un post e la probabilità che un altro utente aggiungesse anche il suo. Usando i bot, partiti e personaggi politici moltiplicano artificialmente like e condivisioni. Creano così un gregge virtuale fatto di account fake che convince l’utente ‘vero’ di trovarsi di fronte a un movimento con molti sostenitori e lo porta ad aderire più facilmente al progetto politico. Il problema è che potrebbe essere l’unico umano a farne parte”.

“Bot” e dintorni

Insomma, quello che fa la differenza sono proprio le bugie nate da cloni. Applicazioni camuffate da esseri umani che possono avere una potenza di fuoco incredibile, infaticabili, capaci di lasciare traccia e coagulare consensi. Come scrive Fabio Carducci sul Sole 24 Ore le potenziali applicazioni dei bot possono essere dirette in direzioni diverse, “a volte perfettamente lecite, come rispondere ai reclami degli utenti di un prodotto in base a risposte programmate. A volte decisamente illecite, come falsare i risultati di una competizione musicale televisiva votando in massa a favore di un concorrente”. L’effetto è certamente pesante nel caso di elezioni politiche influenzate dalla guerra dei cloni (leggi qui). Identificarli può essere facile, quando per esempio il nome dell’account è numeri e lettere, ma in altri può essere molto complicato. E proprio in questi spazi si inseriscono i sistemi di segnalazione sui social network, che sempre più sembrano una soluzione di maggiore efficacia rispetto all’analisi del singolo utente umano.

Non ci credo ma lo inoltro

Il bello è che della rete non ci si fida. Insomma, non è che nelle bufale proprio ci si cade senza dubbi e resistenze. E questo è anche vero per i giovani, che per definizione dovrebbero essere più ingenui e creduloni. La recente indagine dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto G. Toniolo su “Diffusione, uso, insidie dei social network” dice che quasi il 90% diffida di quanto circola su Internet, ma pur non credendoci quasi il 30% ha condiviso almeno un fake e 11% inoltra sempre e comunque.
La cultura e l’esperienza fanno la differenza in termini di strumenti a disposizione per proteggersi. “Tra chi ha titolo basso (si è fermato alla sola scuola dell’obbligo) la condivisione di una bufala sale al 31,7%, mentre scende al 28% per chi ha un titolo di scuola superiore e al 24% tra i laureati. I laureati ci cascano di meno ma si accorgono di più di una notizia falsa condivisa da un proprio amico/follower (77,8%, contro 74,6% di chi ha titolo intermedio e 70,4% di chi ha titolo basso). Dopo una esperienza personale o la diffusione da parte di un amico, il 75,4% degli intervistati dichiara di aver aumentato la sensibilità verso tale tema e l’attenzione verso contenuti sospetti. Il 55,6% ha smesso di condividere contenuti da contatti con contenuti rivelati come bufale, il 41,7% si è trovato anche a rimuovere contatti dalla propria rete”.

Fact checking e altre vie

Insomma la prima via del fact checking, della verifica dei fatti riportati, è nelle nostre mani e nel nostro buon senso. E ovviamente conta tenere in considerazione chi lo dice, dove lo dice, perché, come e quando. Di là da questo c’è di tutto. Consigli in rete e regole d’oro (leggi qui), dibattiti di alto profilo, strumenti più o meno innovativi, analisi di spessore, siti per segnalare e per scoprire le bufale (www.bufale.net/home/).
I grandi operatori della rete, a partire da Google e Facebook, il problema se lo pongono con sempre maggiore intensità, proprio per continuare a sottolineare la serietà delle proprie piattaforme. E che se qualcosa non dovesse essere in linea stanno già preparando la rete di protezione. Facebook ha annunciato nuovi strumenti per la verifica delle notizie, dovrebbe essere un sistema di segnalazione che quanto meno innesca l’attenzione (leggi qui). Anche perché giungono costanti avvertimenti, anche dall’Europa. Il Commissario Ue al Digitale, l’estone Andrus Ansip, ha sollecitato Google, Facebook e Twitter a trovare soluzioni efficaci in via di autoregolamentazione; l’alternativa saranno interventi diretti da parte di Bruxelles (leggi qui e anche qui). Intanto il Presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, intende promuovere una soluzione europea per garantire la corretta informazione a tutti (clicca qui).
Commentatori e analisti delineano proposte e immaginano soluzioni. Per esempio Beppe Severgnini sul Corriere della Sera ha suggerito tre chiavi per combattere le false notizie: educare il pubblico; cercare di capire se ci sono Stati esteri o partiti politici dietro ad alcune di queste attività; il meccanismo commerciale, ossia tagliare la pubblicità. Giuliano Pisapia su Repubblica ha invece proposto la costituzione di un arbitro contro le bugie della rete.

Il vero e il falso

È chiaro che di fondo c’è questa passione per il tema di base. La verità per definizione è quella di Dio. Per mettere insieme brevi cenni sull’universo, visto che siamo su Internet, è sempre possibile chiedere una mano a Wikipedia. E così al volo è possibile andare rapidamente da Parmenide, a Platone, ad Aristotele. Senza dimenticare la verità di fede e per il Cristianesimo Gesù. In campo teologico Sant’Agostino, Sant’Anselmo d’Aosta e San Tommaso non possono essere dimenticati. E va da sé che sono eccelsi anche nel fare il punto sul falso e la menzogna. Non si occupavano di post verità, cosa che invece oggi non sfugge all’Arcivescovo di Milano, il Cardinale Angelo Scola, che ha sottolineato che “se si preferisce il simile al vero alla veridicità, si produce un’informazione scorretta” e anche che “abbandonare la post verità è la strada che il mondo dell’informazione deve seguire oggi” (leggi qui e anche qui).
In questa storia del vero e il falso nella filosofia moderna un posto in prima fila spetta certamente a Cartesio e a Kant. Fino ad arrivare a Popper, alla logica matematica, alla verità di ragione e a quella di fatto.
Insomma, diciamo che se c’è qualcosa che non lascia indifferenti è la scelta di campo in questo capitolo del pensiero umano. Perché se è sempre meglio preferire il vero al falso, nella filosofia politica c’è qualcuno che consiglia di muoversi in maniera disinvolta ed arriva a teorizzarlo. Anche qui un giro in rete toglie parecchi dubbi (leggi qui). Machiavelli per esempio consiglia di muoversi con una certa flessibilità. E c’è tutta una linea di pensiero in questa direzione.

Dubitiamo gente, dubitiamo

I consigli che circolano sono infiniti. Al di là dalle regole, ognuno può trovare la sua strada. Forse il suggerimento può essere “Dubitiamo gente, dubitiamo”, copiando smaccatamente il vecchio tormentone di uno uomo di spettacolo come Renzo Arbore. Che magari resta in testa e aiuta.
17 Febbraio 2017

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