22 Giugno 2018 / 22:53
Quelli che smettono di “cinguettare”

 
Fintech

Quelli che smettono di “cinguettare”

di Ildegarda Ferraro - 25 Maggio 2015
È vero non solo per Twitter, il social network dove con 140 caratteri si “cinguetta”, ossia si twitta. Cresce il numero di chi è presente sui social network, ma aumenta anche quello di chi smette di partecipare. Perché la piazza social può essere molto dura o perché l’impegno in termini di tempo cresce esponenzialmente. Entrare come anche mollare non è per sempre. C’è sempre spazio per mettere a punto una strategia ...
“Avevo postato una cosa molto serena sui vaccini. Niente di incandescente. Ti mando quello che è successo. Devi vedere con i tuoi occhi. È partita una vera e propria guerra con insulti e quant’altro tra i fautori e i contrari ai vaccini. Ma con una violenza che non immaginavo”. Chi mi scrive ha uno spazio di peso su di un blog di Digital Health in un sito di primo piano sul web. Rispondo al messaggio: “E tu immagino sei rimasta in silenzio, quasi invisibile? Perché se fossi entrata anche solo minimamente in campo ti avrebbero fatto a pezzi”. “Beh sì, ho aspettato che il fuoco si calmasse. Ma credimi da aver paura”.

La polemica è social

È vero non solo per Twitter, il social network dove si twitta, si “cinguetta”. La verità è che può succedere a tutti sulla piazza social. Non solo a Gianni Morandi, che si è trovato implicato in una polemica sugli immigrati per una foto e un messaggio su Facebook (leggi qui). Basta andare su Google e digitare “Morandi polemica social” ed emergono pagine e pagine. Ogni occasione è buona. No Expo è guerriglia a Milano? La polemica deflagra sul web (leggi l'articolo pubblicato dal Giorno.it). Il Corriere annuncia il vincitore del Festival di Sanremo qualche minuto prima della trasmissione? Si scatena la piazza social. Leggi qui. Che lo stilista Giorgio Armani consigli di non vestirsi da omosessuali è un’ottima occasione per dare fuoco alle polveri (clicca qui). Ogni motivo è buono a qualunque livello. E può coinvolgere chi è noto e anche chi noto non è.

Anche Twitter fa autocritica. E qualcuno rinuncia

Se a dire che Twitter è lo “sfogatoio” di violenti e frustrati è Dick Costolo, chief executive officer del social, evidentemente la misura è davvero colma. La violenza degli insulti la fa spesso da padrone e proprio Costolo ne è consapevole e si è assunto l’onere di tenerne conto (leggi l'articolo di Repubblica.it). Ed è chiaro che qualcuno rinuncia, facendo un passo indietro in termini di partecipazione, oppure consolida la propria scelta di non essere sulla piazza digitale (leggi).

Il tempo mangiato dai social

Ma non sempre è la violenza della piazza che spaventa. Può essere invece la costante corsa alla partecipazione, che assorbe spazi sempre più grandi della propria vita, a costringere ad una marcia indietro per tornare a vivere. Ne ha parlato Guy Birenbaum, giornalista e opinionista da 145mila follower. Lo ha raccontato in un libro sulla storia della sua depressione da iperconnessione. Il racconto della spinta ad essere sempre più presente su Twitter, su Instagram, sul proprio blog, è rimbalzato sulla stampa. Diventa impossibile staccare e si è sempre più presenti. Ci si ammala di Fomo, Fear of missing out, della paura di non esserci, di non poter ascoltare, raccontare e commentare sempre. Il racconto di Birenbaum anche sul Corriere della Sera è drammatico. L’ansia di esserci può rubare spazio alla vita.

Tanti motivi per abbandonare ...

Si può decidere di fermarsi per un’infinità di motivi. Non solo per la durezza della piazza e per il tempo rubato.
Escono costanti storie di queste esperienza. Jon Ronson ha raccontato in un suo recente libro come il social si può trasformare in una gogna mediatica per un messaggio poco ponderato o per una foto buttata in rete. Il rischio di raccontare qualunque cosa può avere come opposto quello di autocensurarci. Ronson lo ha detto a Repubblica in una lunga intervista a Giuliano Aluffi: “il rischio è che i social network, facendoci sentire sempre sotto sorveglianza, limitino la libertà d’espressione”. Ovviamente si tratta di casi estremi, perché altrimenti non si capirebbe come continuino a resistere i milioni di individui che restano sui social. Ma i rischi sono tangibili.
E cominciano ad apparire decaloghi sui motivi per abbandonare o fermarsi almeno per un po’. Bisogna comunque ammettere che spesso si tratta di analisi divertenti di addetti ai lavori (leggi qui) che il più delle volte di fondo dicono il contrario.

… ma tanti per restare. La piazza italiana è anche social

Perché la verità è che un occhio almeno alla piazza è bene darlo. Se starci sempre e costantemente, oppure passarci ogni tanto va deciso pensandoci. Certo non si può far finta che non ci sia. Il rischio potrebbe essere quello di non rendersi conto della realtà dei fatti, come accade a quei ragazzi “disconnessi digitali” che rischiano l’esilio dal mondo (leggi l'articolo della Stampa.it).

Non è mai troppo tardi per fare una strategia

Che non vuol dire che non si possa cambiare idea, tutt’altro. Solo che una strategia bisogna farla. Perché non è mai troppo tardi.
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