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 Si fa presto a dire bot

Si fa presto a dire bot

C’è un po’ di tutto nella grande famiglia dei bot, non solo chatbot per mettersi in contatto, ma anche molto altro, come per esempio i bot “social”, falsi profili usati per fare volume sui social network. Quello che conta è che stanno diventando la tendenza vincente. E ci sono perfino i bot che gestiscono denaro e spese e fanno pagamenti ...
Ildegarda Ferraro
“Ciao Poncho, io vivo a Roma, come sarà qui il tempo il prossimo week end? E a Barbarano Romano, un piccolo paese vicino Viterbo in Italia? Grazie mille”. Ho cercato un contatto su Messenger, il sistema di contatto rapido su Facebook. Gli ho scritto in inglese, lingua madre di Poncho. E lui mi ha risposto immediatamente. Mi dice come saranno le condizioni atmosferiche e si offre di informarmi quotidianamente. Poncho è un bot (vedi il suo profilo su Facebook e anche qui), un sistema automatico con cui chattare, chiacchierare via Internet. Poncho si occupa del tempo, ma potrebbe seguire un milione di altre cose. È uno del milione di ultracorpi che sta ora qui con noi. Il milione ovviamente è per difetto. Perché l’invasione degli ultracorpi c’è già stata, anche se non sono quei magnifici e terribili baccelloni della fantascienza anni ’50 (clicca qui).
Chi ci ha già invaso sono i bot, dizione sintetica per robot, al cui interno c’è un po’ di tutto. Dai chatbot, che danno istruzioni su un argomento specifico, ai sistemi più complessi. E sono qui con noi. Probabilmente ho chiacchierato con molti altri bot senza saperlo, perché un bot può non svelarsi e risponderti come se fosse un essere umano. Ma io volevo proprio conoscere un bot che non si camuffasse. Di qui il mio contatto con Poncho.
E devono essere molto attivi i nostri amici bot, perché continuano ad apparire tecniche sempre più sofisticate per mettere alla prova la nostra natura umana. Così se si prova ad entrare nell’area utenti Millemiglia di Alitalia, dopo il codice e il pin, viene chiesto di chiarire che non si è un robot. Tocca poi rispondere a domande che lo provino. Per esempio tra molte immagini occorre indicare solo quelle che rappresentano cartelli stradali; oppure segnalare tutte le immagini con un autobus tra nove figure in una strada e occorre avere ben chiaro che cosa sia un autobus. Insomma, l’idea che si ricava è che i bot fanno ogni giorno passi da gigante. E si camuffano magnificamente.
Oltre la metà del traffico su Internet è generato da bot, come ha chiarito l’indagine Bot Traffic Report di Incapsula relativa al 2016.

Dalle Cronache marziane ai nostri bot quotidiani

Questi nostri compagni di viaggio, che si fanno passare per umani, sono molto diversi dai robot di Ray Bradbury, il grande scrittore della fantascienza eroica delle “Cronache marziane”. Ovviamente non sono nemmeno come Rutger Hauer, che nel film cult Blade Runner è l’androide Roy Batty. Il suo lungo monologo “Ho visto cose che voi umani…e restano solo lacrime nella pioggia” continuerà a rappresentare il manifesto leggendario e romantico della grande famiglia dei non umani (guarda il video - vedi anche qui).
I bot sono la normalità del futuro già tra noi. Il bello è che ormai non è detto che se li troviamo sulla nostra strada riusciamo ad accorgercene. Se ne parla parecchio in rete ed anche sulla carta stampata. Gabriele Beccaria su La Stampa parla di questa contrazione da robot a bot e la collega all’accelerazione delle comunicazioni e del linguaggio comune. “Questo vocabolo – scrive Beccaria – così scintillante nella sua estrema contrazione racchiude una sorta di beffa, quella che l’high tech riserva a chi crede di conoscerla alla perfezione e usarla senza pericolosi effetti collaterali: bot saranno pure i futuri umanoidi, premurosi e friendly, ma sono anche, e soprattutto, i programmi automatici, eterei, che sfrecciano nei mondi digitali e spesso inquinano l’habitat dei social”.
I bot – aggiunge – sono diventati anche 'unfriendly', veri e propri nemici in grado di scatenare ricorrenti tsunami logici ed emotivi, come succede con le campagne 'anti', da quelle contro un obiettivo specifico (per esempio i vaccini) a quelle contro un candidato politico. Al punto che è di moda – sui media ma anche chiacchierando a un pranzo di lavoro – interrogarsi se, presto, diventeremo «botified», cioè se gli umani finiranno per comportarsi come robot, mentre i robot vengono addestrati ad imitarci in una pluralità di ruoli, in quello di badanti premurose o di severi insegnanti”. “D’altra parte – dice Beccaria – i bot vantano poteri da plusdotati. Per esempio in rete circola il tormentone che ‘bots are taking over apps’, come dire che stanno prendendo il sopravvento sulle un po’ invecchiate app, mentre ora il motore di queste meraviglie tecnologiche, gli algoritmi, tendono a presentarsi nella forma contratta di ‘algos’”.
Insomma, i bot sono software che accedono a Internet come gli umani e svolgono compiti in maniera autonoma. Quello che fa la differenza è l’intelligenza artificiale che permette di capire e di reagire, facendo tesoro degli errori e del contatto con gli umani.

Buoni e cattivi

In rete c’è un po’ di tutto. Il Bot Traffic Report di Incapsula, arrivato alla quinta edizione, chiarisce che la maggioranza di quanto circola in rete non è umano. Il 51,8% del traffico è generato da bot, rispetto al 48,2% che è prodotto da uomini. E certo i cattivi non mancano, visto che sono il 28,9%, ma i buoni comunque sono ben presenti nel 22,9% dei casi.
La maggioranza dei buoni, il 12,2%, sono i “traghettatori” del sito verso applicazioni mobile. Tra i cattivi spiccano invece gli “imitatori”, il 24,3%, che prendono false identità per passare i controlli e normalmente muovere attacchi. Ma tra i buoni ci sono anche i bot investigatori, quelli usati per scopi commerciali, ed anche i “dottori” contro i virus.
Nella grande famiglia un posto a parte hanno i bot “social”, i falsi profili che affollano i social network per i motivi più vari. Possono anche avere una dimensione politica, quando per esempio vengono usati per rilanciare messaggi di personaggi politici. E certo gli effetti possono essere di distorsione profonda. Twitter ha lanciato varie campagne per individuare i falsi profili (leggi qui).
Intanto, si sprecano le istruzioni per usare al meglio i buoni che circolano in rete (leggi qui). Su Telegram, l’applicazione di messaggistica che fa concorrenza a WhatsApp, c’è chi consiglia Cinemasbot per contare sulla mappa del film a stretto raggio, ma anche Musei Italiani, Grocerylist per fare la lista della spesa, Poll bot per fare in pochi minuti un sondaggio da sottoporre ai componenti della chat, Pricetrackbot per monitorare l’andamento di un prezzo su Amazon. Su Botlist.co è a disposizione una lista di bot con argomento, attività e piattaforma

Chatbot, ovvero parla con me

Per avere il polso di che cosa fa un chatbot date un’occhiata a Kai. Il suo biglietto da visita è semplice: “I’m Kai, the smart bot inside MyKai. I can help you manage money, track expenses, and make payments, all from within whichever messaging app you like best, Facebook Messenger, Sms or Slack. Drop me a line anytime. I’m here”. Ed effettivamente se guardate il video Kai si occupa di dirvi quanto avete sul conto, quanto avete speso in musica o in altro, è pronta a pagare i vostri fornitori. Tutto semplicemente con messaggi diretti. Kai è un personal banking bot.
I chatbot sono sugli scudi almeno da un anno, da quando il padre di Facebook, Mark Zuckerberg, ne ha parlato come tema trainante alla conferenza dedicata agli sviluppatori a San Francisco (leggi qui). Soprattutto sono un modo semplice per risolvere problemi complessi, una via per avvicinare anche il pubblico meno specializzato. Questo ovviamente non vuol dire che i chatbot siano una cosetta semplice in sé, tutt’altro. Possono essere la forma più evoluta di intelligenza artificiale, tanto da camuffarsi benissimo da esseri umani.
Insomma, un chatbot è un programma in grado di entrare in relazione con noi, per esempio a voce o per iscritto. Le varie assistenti virtuali di Google, Amazon e compagnia sono chatbot. Alla base ci può essere un sistema complesso di vera e propria intelligenza artificiale, in modo che il programma impari dall’esperienza, oppure un più semplice accesso ad un insieme di risposte predefinite per portare avanti il contatto. Ovviamente più è lunga la conversazione più è difficile gestirla. Sono ormai molte le piattaforme proprietarie che si occupano dello sviluppo dei chatbot: per esempio, Abe, Trim, Kasisto, Kore, Ernest.
Ci sono chatbot per tutto. È chiaro che la grande prospettiva è quella dell’assistenza al cliente, che ovviamente varia a seconda del settore. E quindi ci sono bot legati a testate giornalistiche per aggiornare sulle ultime notizie, bot meteorologi, bot camerieri per ordinare cibo o servizi. E i numeri diventano sempre più interessanti. (leggi qui e anche qui).
C’è un intero mondo ormai che si basa sui bot. E così c’è un Chatbots Magazine per farsi un’idea precisa di tutto quello che circola in rete, perché si dice sempre più spesso che i bot sono le nuove app, nel senso che ormai il loro successo è quasi una certezza (leggi qui). D’altra parte, è comodo poter contare su un’unica piattaforma. In più spesso le app vengono scaricate ma poi sostanzialmente abbandonate.

Parla per me

La conseguenza è: How to built a chatbot in five minutes, come costruirsi un chatbot in cinque minuti (qui il video). È chiaro che la tentazione è costruirsi un bot che parli per noi. Perché l’idea di potersi far aiutare diventa sempre più coinvolgente e conveniente. E così anche da noi appaiono consigli su come muoversi per contare su di un assistente virtuale (leggi qui). Nel servizio ai clienti o nelle vendite su Facebook sta diventando una tendenza. Certo ci possono essere aspetti nuovi da affrontare, per esempio coordinare l’offerta di un bot e quella del venditore umano se per esempio risultano diverse, ma evidentemente la convenienza fa comunque premio.

Bot economy

Insomma, siamo in piena “bot economy”. I social, terreno naturale di questi assistenti virtuali, stanno investendo in maniera massiccia. Facebook sta insegnando ai bot come mentire per negoziare meglio (leggi qui) e Twitter lancia i chat bot con i pulsanti azione (leggi qui). Certo è che i bot valgono già molto. Sembra un’era geologica precedente quella in cui occorreva trovare utenti che parlassero bene in rete dei prodotti. Ormai ci pensano i nostri cloni.
7 Luglio 2017

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