19 Ottobre 2018 / 05:03
 Il futuro? Tutti col microchip sottopelle

 
Scenari

Il futuro? Tutti col microchip sottopelle

di Massimo Cerofolini - 11 Ottobre 2018
Intervista a David Orban, esperto di tecnologia, che ha deciso di impiantarsi un microchip sotto la superficie della mano destra, che utilizza per pagamenti, ticketing, badge, archivio ... È la nuova frontiera del biohacking, la trasformazione del nostro corpo in una sorta di piattaforma digitale, che in Svezia sta già funzionando …
Al momento, non è che la scelta gli procuri grandi vantaggi, a parte aprire la porta di casa, custodire le password e garantirgli un ruolo da testimonial di questo sistema nel nostro Paese. Ma vivesse in un posto come la Svezia, David Orban sarebbe soltanto una delle migliaia di persone che si sono impiantate un microchip sotto la pelle. Perché se da noi non ci fai quasi nulla, lì hai accesso a una lunga serie di servizi, pagamenti compresi.
Imprenditore, esperto di tecnologia, ideologo transumanista, 53 anni, ungherese di nascita e milanese di adozione, Orban guida il ramo italiano della Singularity University, l’associazione finanziata da colossi come Google e la Nasa che si occupa di studiare il futuro e aiutare le aziende nel percorso d’innovazione. E nel futuro lui ci è balzato già da qualche anno, infilandosi un minuscolo computer sotto la superficie della mano destra, perché – spiega Orban, “non puoi parlare di cose di cui non hai esperienza diretta”.

Lei è convinto che tra qualche anno anche noi italiani ci impianteremo il microchip per liberarci di carte di pagamento, badge d’accesso, chiavette elettroniche e delle altre forme con cui oggi paghiamo, archiviamo, passiamo ai tornelli e via dicendo?

Diciamo che il consenso verso questa soluzione sta crescendo ovunque. I vantaggi sono notevoli, a partire dalla comodità di avere sempre con sé tutto ciò che serve nelle mille circostanze della vita, senza il rischio di furti o smarrimenti. Per non parlare della grande flessibilità con cui la tecnologia si può adattare al mondo esterno. Quanto alle previsioni, posso dire che sempre più ambienti in giro per il mondo si stanno attrezzando per potersi interfacciare con persone mezze cyborg come me. In Svezia, ad esempio, dove in tanti hanno optato per il chip sottopelle al posto dei sistemi tradizionali.
Il caso svedese fa scuola a sé, in effetti. Qui, nella patria di Spotify e di altre grandi innovazioni tecnologiche, moltissime persone passano la mano vicino a un lettore ogni volta che entrano in ufficio e in palestra, o se vogliono prendere un caffè alla macchinetta, fare fotocopie, scambiarsi biglietti da visita. Senza estrarre tesserini o chiavette elettroniche. E anche gli enti pubblici fanno la loro parte. I controllori della Sj, linea ferroviaria di proprietà statale, per esempio, permettono ai passeggeri col chip di pagare il biglietto del treno a bordo, con una semplice scansione della pelle. È la nuova frontiera del biohacking, la trasformazione del nostro corpo in una sorta di piattaforma tecnologica.

Cosa può cambiare, in particolare, per quanto riguarda i pagamenti?

Quella dei pagamenti è una grande sfida, ancora largamente inesplorata. Il microchip sottopelle non richiede particolari adattamenti e funziona anche con le criptovalute come i bitcoin o in generale con la tecnologia blockchain. In fondo il sistema è lo stesso usato per le comuni carte di credito, vale a dire la tecnologia Nfc, soltanto che anziché su un pezzo di plastica è ospitata nel nostro corpo.

Qual è la sfida che le banche possono raccogliere?

Le banche dovrebbero trasformarsi in piattaforme aperte capaci di inglobare le grandi innovazioni che sono in arrivo. La stessa Unione europea spinge in questa direzione: la nuova normativa ha di fatto aperto il mercato dei pagamenti e gli istituti che si muoveranno per primi avranno grandi vantaggi competitivi.

Malgrado questi vantaggi, resta il fatto che impiantarsi un dispositivo elettronico nel proprio corpo non è una cosa che ai più venga naturale. Anzi. L’impressione è che susciti paure, peraltro legittime e fondate. Per esempio, non vede il pericolo che una società in cui il biohacking diventi la forma più diffusa per pagare o per varcare un tornello, chi non se la sente di usarla finisca ai margini?

Su una cosa bisogna essere molto chiari e intransigenti: nessuno dovrà mai obbligare nessuno. Il microchip può essere messo su base volontaria, ma mai forzata. In fondo è soltanto una comodità per chi la desidera. Ma qualsiasi servizio, qualsiasi pagamento, deve essere sempre possibile anche nelle forme tradizionali. Nessun allarmismo: neppure Bancomat e carte di credito hanno mai sostituito il contante.

Altri dubbi riguardano gli attacchi degli hacker e la possibilità di sorveglianza permanente, visto che saremmo sempre tracciabili in ogni spostamento. Con i sistemi attuali, se ci accorgiamo di un’intrusione, basta cambiare la password, o al limite il dispositivo. Ma come si fa quando il microchip è parte del tuo corpo?

In realtà il maggior rischio che il chip diventi inutilizzabile non deriva dal fatto che venga compromessa la sua sicurezza. Ma dalla sua obsolescenza, ossia dall’arrivo sul mercato di nuove versioni con migliori capacità. Capisco che la prospettiva non è ideale: ma non c’è alternativa all’espianto. E per gestire le fasi di transizione, una soluzione temporanea potrebbe essere quella di impiantare un dispositivo nella mano opposta.

Oltre alla Svezia la tecnologia del biohacking trova proseliti in paesi come Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Francia e Messico. Dove si organizzano vere e proprie feste in cui i giovani si fanno iniettare il microchip con una siringa, come facessero un piercing. Una leggera punturina e via. Ma non ci sono pericoli di infezioni o di rigetto da parte del sistema immunitario?

La comunicazione a radiofrequenza della tecnologia Nfc rende possibile che il chip sia incluso in un contenitore di vetro infrangibile. Che è del tutto neutro nei confronti dei tessuti biologici circostanti. Inoltre i chip sono anche sufficientemente morbidi per garantire che il contenitore, grande come un chicco di riso, non si romperà mai. Semmai vedo problemi per le future generazioni di impianto, quelle che permetteranno di interfacciarsi direttamente con il sistema nervoso: l’approccio attuale non sarà più possibile, quindi le questioni di biocompatibilità riemergeranno. In generale, poi, con l’aumento esponenziale dei dispositivi legati all’Internet delle cose, non potremmo permetterci di produrre componenti elettronici che non siano biocompatibili e biodegradabili. Il bisogno di sostenibilità, tipico dell’economia circolare, richiederà un livello di riciclo dell’usato non raggiungibile con i metodi di oggi.

Inutile dire che il suo ottimismo produca mediamente un senso di vertigine, di smarrimento e, anche, di istintivo rifiuto. Ma bisogna prendere atto che è in questa direzione che stanno andando i grandi investimenti internazionali: un mondo in cui le tecnologie si fonderanno sempre più con il nostro organismo e forse anche con il nostro cervello. Non vede allora, in prospettiva, una perdita delle caratteristiche che ci rendono umani?

Dipende da noi. Io credo che dobbiamo batterci perché non siano le macchine a meccanizzarci, ma che siano loro a diventare sempre più umane. La tecnologia ha sempre migliorato la nostra vita, malgrado i nuovi pericoli che ha creato. Ma se non abbiamo il coraggio, l’etica e la curiosità per sperimentare finiremo per perdere le grandi sfide del futuro. Detto in modo chiaro: finiremo per estinguerci.
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