Stay Fintech, Stay Tech: Il Salone è un palcoscenico internazionale per il fintech
di Mattia Schieppati
-
29 Ottobre 2026
Il nuovo format, sviluppato da ABIServizi insieme a Fintech District all'interno dell'Agorà del Futuro, prevede 14 sessioni in inglese e un'area espositiva dedicate ad aziende fintech e techfin, Uno scenario che abbiamo esplorato con Clelia Tosi e Chiara Padua, di Fintech District.
All'interno dell'Agorà del Futuro, ABIServizi, con il supporto di Fintech District, lancia in occasione del
Salone dei Pagamenti 2026 la prima edizione di
Stay Fintech, Stay Tech: un nuovo format dedicato alle tecnologie innovative, all'internazionalizzazione e alle connessioni tra ecosistemi finanziari e tecnologici che si propone l'obiettivo di sostenere l'ecosistema fintech e techfin, contribuendo a posizionare l'Italia come punto di riferimento europeo per l'innovazione finanziaria, e non solo (
vedi qui). L'iniziativa favorisce il dialogo tra ecosistemi nazionali e internazionali,
attrae investimenti e talenti, promuove nuovi modelli di collaborazione e crea un ambiente in cui innovazione tecnologica e crescita delle imprese convergono.
Tre le componenti che caratterizzano il format di questa prima edizione: un palcoscenico internazionale con
14 sessioni in lingua inglese, dedicate ad approfondire come il fintech stia superando i confini della finanza tradizionale per diventare un'infrastruttura abilitante e un motore di trasformazione trasversale a tutti i settori economici (
qui l'agenda completa); una
nuova area espositiva, con corner e desk dedicati ad aziende fintech e techfin, investitori e innovato; un
hub per incontri e networking, in cui contenuti, opportunità di business e relazioni professionali si incontrano per generare occasioni concrete di sviluppo.
Abbiamo esplorato questa novità, e più in generale lo scenario del fintech italiano in relazione con i mercati europei e globali con Clelia Tosi e Chiara Padua, rispettivamente Head e Deputy Head di Fintech District.
Stay Fintech, Stay Tech è una delle novità più interessanti del Salone dei Pagamenti 2026. Come nasce questa collaborazione, e quali sono i suoi elementi di valore?
Il punto centrale di questa collaborazione è la complementarità. Fintech District lavora durante tutto l'anno sulla costruzione e sull'attivazione dell'ecosistema: fintech, banche, corporate, investitori, istituzioni e innovation hub internazionali. Il Salone dei Pagamenti rappresenta uno dei momenti in cui una parte molto rilevante di questo ecosistema si incontra fisicamente e può confrontarsi sui temi che stanno determinando l'evoluzione del mercato. La collaborazione consente quindi di collegare due dimensioni: da una parte il lavoro continuativo di scouting, connessione e costruzione delle partnership; dall'altra un luogo capace di dare visibilità, confronto e accelerazione alle grandi trasformazioni in corso. Ed è particolarmente importante in una fase come questa, perché molte delle innovazioni che stiamo osservando — AI, nuovi modelli di pagamento, digital asset, embedded finance — richiedono sempre meno soluzioni sviluppate da un unico soggetto e sempre più ecosistemi interoperabili, nei quali tecnologia, regolamentazione, infrastrutture e competenze devono evolvere insieme. Attraverso "Stay Fintech, Stay Tech", l'area dedicata alle soluzioni fintech e techfin coinvolgeremo aziende e hub internazionali e favoriremo gli incontri tra i partecipanti. In questo modo, il Salone funge da porta d'ingresso al mercato italiano per le aziende straniere, mentre per quelle italiane rappresenta un'occasione per incontrare interlocutori chiave. Il percorso comune è già partito a livello internazionale: a giugno abbiamo partecipato insieme a Money20/20 Europe, ad Amsterdam, nel Padiglione Italia di ICE-Agenzia.
Salone dei Pagamenti e Fintech District hanno una radice comune, forte: la convinzione che l'innovazione nasce dalla collaborazione, dalla capacità di fare "ecosistema". Quanto è solido oggi l'ecosistema del fintech?
Rispetto al 2017, anno in cui è nato il Fintech District, oggi possiamo parlare di un ecosistema decisamente più maturo. La crescita è avvenuta non solamente in termini numerici ma, soprattutto, nella qualità delle relazioni, nella varietà delle competenze e nella capacità di trasformare le connessioni in progetti. Siamo partiti con 22 startup, oggi la Community conta 307 aziende e la sua evoluzione racconta bene come sia cambiato il fintech: il 75% delle realtà presenti applica le proprie soluzioni anche in settori non finanziari, dal retail all'e-commerce, dal real estate alle utility fino all'healthcare. Quasi il 60% della Community rientra in categorie che descrivono ormai competenze trasversali - dai pagamenti e dall'orchestrazione alla data intelligence, dalla cybersecurity alla customer experience - più che prodotti destinati esclusivamente alla finanza. Il valore della Community si misura anche attraverso la capacità di generare relazioni: nel solo 2025 abbiamo favorito oltre 150 connessioni tra fintech, corporate e altri attori dell'ecosistema. Il contatto, però, è solo il punto di partenza. Per avere successo, le collaborazioni devono basarsi su obiettivi comuni, commitment, fiducia, competenze complementari e disponibilità a investire tempo e risorse in una sfida condivisa. Lo raccontano anche i progetti di questi anni. Da diversi anni affianchiamo Visa nell'Innovation Program Europe, il programma che accompagna fintech con soluzioni già pronte per il mercato verso la collaborazione con istituzioni finanziarie e partner del network Visa in Europa meridionale. Crediamo sia questo il passaggio più significativo degli ultimi nove anni dell'esperienza di Fintech District: siamo passati dalla costruzione di una community alla creazione di un'infrastruttura di relazioni in grado di generare innovazione. Per questo, per rispondere alla tua domanda, parleremmo di un ecosistema ormai maturo e decisamente solido.
Perché il settore bancario, finanziario, dei pagamenti è un ambito interessante per "fare innovazione" tecnologica?
Perché è probabilmente uno dei settori nei quali tecnologia, regolamentazione, dati e comportamenti delle persone si incontrano con maggiore intensità. Un servizio finanziario deve essere accessibile e semplice per il cliente, ma quella semplicità cela requisiti molto complessi: sicurezza, identificazione, gestione del rischio, compliance, interoperabilità, disponibilità dei dati. Questo rende la finanza un terreno particolarmente fertile per l'innovazione tecnologica. Lo vediamo, per esempio, nell'evoluzione dei pagamenti, dell'embedded finance, dei digital asset e dell'intelligenza artificiale. Le piattaforme devono essere sempre più in grado di orchestrare servizi differenti e integrarli nel momento in cui nasce il bisogno del cliente. Nell'embedded finance integrare un pagamento, un'assicurazione o un credito è il punto di partenza: il valore nasce dalla capacità di combinare integrazione tecnologica, gestione del rischio e della compliance e qualità della customer experience. Parliamo di un mercato che a livello globale dovrebbe passare da circa $113 miliardi nel 2024 a circa $237 miliardi nel 2029. Anche nel mondo crypto assistiamo a qualcosa di simile: le soluzioni in grado realmente di scalare sono quelle con un modello operativo nel quale governance, rischio, compliance e tecnologia vengono progettati insieme. E progetti sistemici come l'euro digitale, insieme alla crescita delle stablecoin, stanno preparando nuove infrastrutture monetarie e tecnologiche che apriranno opportunità per tutti gli operatori del settore. Per questo il settore finanziario è anche un grande laboratorio: molte tecnologie vengono messe alla prova qui in condizioni estremamente complesse e, una volta consolidate, possono trovare applicazione molto più ampia nell'economia.
Qual è l'elemento che caratterizza il fintech/techfin italiano rispetto ad altri ecosistemi europei o mondiali?
Il fintech italiano ha una fisionomia propria, e crediamo vada letto in questo senso. Molti ecosistemi internazionali sono costruiti intorno a pochi grandi campioni, che sono stati protagonisti di percorsi di crescita iper-accelerati. L'Italia è caratterizzata da un tessuto fatto di piccole e medie imprese e se misuriamo l'ecosistema solo con il numero di unicorni e la dimensione dei round, vediamo solamente una parte del quadro generale che è molto più ampio. In questo modo, il valore che nasce tra le imprese, nelle partnership e nelle filiere resta in gran parte fuori dagli indicatori. La sfida, rispetto agli ecosistemi internazionali, rimane soprattutto quella della scala. In Italia contiamo circa 500 realtà tra fintech e insurtech, ma molte hanno un fatturato medio inferiore a €1 milione e poche riescono ad arrivare a round di serie B o C, il passaggio necessario per competere a livello internazionale. Anche il mercato del venture capital, pur in crescita, resta più limitato rispetto ai principali hub europei. Per questo dobbiamo aiutare un numero maggiore di aziende italiane a crescere, consolidarsi e competere stabilmente sui mercati internazionali. Per affrontare questa sfida servono regole più semplici e stabili e un capitale paziente, capace di valorizzare ricavi e integrazione nelle filiere oltre all'exit. E serve una narrazione: il nostro modello va riconosciuto e raccontato anche fuori dall'Italia, perché è un modo diverso di crescere ed è già in funzione. Una caratteristica interessante dell'Italia è, probabilmente, la forte propensione alla contaminazione tra competenze e settori diversi. Il fintech italiano nasce naturalmente vicino a banche e servizi finanziari. Oggi molte delle tecnologie sviluppate in questo ambito sono diventate infrastrutture applicabili all'economia nel suo complesso. I dati della nostra Community lo mostrano con molta chiarezza: tre aziende su quattro hanno almeno un'applicazione delle proprie soluzioni al di fuori del settore finanziario. Questo significa che competenze nate nel fintech — gestione dei dati, identità digitale, cybersecurity, pagamenti, AI, compliance, orchestrazione — stanno diventando fattori abilitanti anche per retail, industria, real estate, healthcare e molti altri comparti. Vediamo, inoltre, una crescente capacità di lavorare attraverso modelli di open innovation applicati alle filiere industriali. Insieme all'Agenzia Spaziale Italiana lavoriamo a Spacefounders, programma europeo di accelerazione nel settore aerospaziale promosso da ASI con CNES e l'Università della Bundeswehr di Monaco.
Come è cresciuta la relazione con le realtà fintech e in generale con i partner a livello internazionale? Come supportate l'internazionalizzazione e le collaborazioni cross country?
La dimensione internazionale è diventata progressivamente strutturale per Fintech District. Oggi oltre il 30% delle aziende della Community proviene dall'estero, con realtà provenienti da 24 Paesi europei ed extraeuropei. Il fenomeno è particolarmente evidente negli ultimi anni: da gennaio 2026, il 25% delle fintech entrate nel nostro ecosistema erano internazionali. Abbiamo costruito strumenti specifici per accompagnare questo processo. Attraverso il Soft Landing Program, sviluppato con Milano&Partners - l'agenzia di promozione della città di Milano -, dal 2021 abbiamo ascoltato e accompagnato più di 300 aziende internazionali - provenienti principalmente da USA, UK, Francia e Canada - interessate ad entrare nel mercato italiano, aiutandole a comprenderne le specificità, entrare in relazione con banche, corporate, investitori e istituzioni e identificare opportunità di collaborazione. Di queste, più del 10% oggi fa parte della Community di Fintech District - e quindi ha almeno un cliente sul mercato italiano - mentre circa il 5% ha aperto una sede legale a Milano grazie al programma. Parallelamente, abbiamo costruito una rete 49 Ecosystem Partner italiani ed esteri. Con alcuni di loro, tra cui Fintech Latvian Association e Fintech Poland facilitiamo anche il percorso inverso: l'accesso delle aziende della nostra Community ad altri mercati, anche attraverso la presenza a eventi esteri. Per noi internazionalizzazione vuol dire creare ponti tra ecosistemi, su cui circolano in entrambe le direzioni tecnologie, competenze, capitali e opportunità.
L'Intelligenza Artificiale sta rivoluzionando il mondo, in tutti i settori. La filosofia dell'Open innovation "regge" alla sfida dell'AI e delle nuove logiche che ha introdotto?
L'AI rende ancora più necessario il paradigma dell'open innovation. L'intelligenza artificiale evolve con una velocità tale che diventa sempre più difficile pensare che un'unica organizzazione possa possedere internamente tutte le competenze, le tecnologie e la capacità di sperimentazione necessarie. Nella nostra Community vediamo già un'adozione molto significativa: circa il 65% delle fintech dichiara di utilizzare l'AI a livello di prodotto o come componente tecnologica centrale del proprio modello di business, con percentuali particolarmente elevate nel neo-banking, nel RegTech, nelle TechFin e nel WealthTech. Tuttavia, siamo ancora all'inizio. Con l'AI agentica stiamo entrando in una fase in cui i sistemi, oltre ad analizzare dati e aumentare la produttività, saranno progressivamente in grado di orchestrare attività e partecipare all'esecuzione di processi complessi. Questo avrà un impatto molto importante anche sulla progettazione e sull'erogazione dei servizi finanziari, a partire dai pagamenti. Proprio per questo, vediamo emergere un modello sempre più ibrido tra make e buy: alcune competenze rimarranno strategiche e dovranno essere presidiate internamente, mentre altre richiederanno partnership con startup, fintech e piattaforme tecnologiche. La sfida dell'open innovation quindi cambia: oggi si tratta di costruire un sistema nel quale competenze interne ed esterne possano integrarsi rapidamente, mantenendo governance, responsabilità e capacità di controllo. A questo si aggiunge un altro tema che considero fondamentale: le persone. La velocità tecnologica deve andare di pari passo con l'evoluzione delle competenze. Oggi la domanda di profili specializzati in data science, cybersecurity e AI applicata alla finanza cresce più velocemente dell'offerta. Senza questa componente, il rischio è avere molti progetti di AI raccontati e pochi realmente industrializzati.